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MARIANO LUIGI PATRIZI

MARIANO LUIGI PATRIZI

(Recanati, 23 sett. 1866 - Bologna, 9 sett. 1935) Rapida, brillante la carriera di MARIANO LUIGI PATRIZI. Nato povero, presto orfano del padre, con l’aiuto del Municipio natale e di qualche concittadino ch’Egli compensa con la serietà e la buona volontà negli studi, giunge a conseguire il 9 luglio 1890, a Roma, la laurea in Medicina e Chirurgia: relatore ne è il fisiologo-filosofo Jacopo Moloschotto. L’autunno dello stesso anno, si reca a Torino, assistente di Angelo Mosso, e diviene ben presto un prediletto del Maestro: vi rimane fino al 1895 e in questo periodo ha modo di conoscere ed entrare in dimestichezza con Cesare Lombroso; ivi ottiene per titoli la docenza in Fisiologia, a quattro anni dalla laurea. L’anno seguente insegna a Ferrara, nel 1896 è a Sassari, donde nel 1898 viene trasferito all’Università di Modena e quivi rimane per lungo tempo, fino al 1924, quando la Facoltà medico-chirurgica di Bologna lo chiama alla cattedra che l’Albertoni lascia per limiti di età. Solo per tre anni (dal 1910 al 1912) si allontana da Modena per insegnare a Torino, primo successore di Cesare Lombroso, Antropologia criminale; del resto non lo toglie a Modena l’essere dichiarato primo nel concorso di Psicologia sperimentale a Napoli, come più tardi non lascerà Bologna per Roma donde riceverà inviti e pressioni ad occupare la cattedra dello stesso nome. Jacopo Moleschott, Angelo Mosso, Cesare Lombroso: appositamente ho ricordato i loro nomi, in quanto più d'ogni altro hanno contribuito alla formazione della mente e all’indirizzo scientifico del Patrizi. Dal primo, cui doveva più tardi stringersi in vincoli di parentela, deriva la concezione naturalistica della vita; dal Fisiologo torinese, da Lui amato come padre, riceve l’indirizzo verso quell’insieme di indagini che principalmente formeranno la sua attività scientifica; dalla consuetudine coll’antropologo, con Lombroso, è spinto alla ricerca psico-fisiologica dove combatterà le più ardue battaglie. Da tutti e tre ha l’esempio di rigida onestà, di fermezza di carattere pur nel doveroso ossequio delle opinioni dégli altri, di vita attiva e dedicata al bene della collettività. Non si erra infatti affermando che molta parte della sua opera di fisiologo è rivolta a vantaggio della società. «Far della scienza della vita la scienza per la vita», secondo quanto aveva sentito ripetutamente insegnare dal Mosso, è certo uno dei principi che Lo guidano. Alle ricerche sulla meccanica e sulla fatica muscolare comincia a dedicarsi già nel Laboratorio di Torino, e in esse continua via via fino agli ultimi suoi anni, raggiungendo notevoli perfezionamenti nei metodi per scrivere la contrazione dei muscoli dell’uomo e degli animali, ed insieme importanti risultati sperimentali. Parallelamente a queste ricerche introduce il metodo grafico nella psicotecnica, recando indubbiamente grandi vantaggi allo studio del lavoro cerebrale, della fatica mentale, e, per conseguenza, offrendo nuove e preziose possibilità per indagare e giudicare prontezza ed esauribilità dei centri nervosi, attitudini al lavoro. Accanto a tale opera, quasi ponte di passaggio alle ricerche e teorie in tema di psicofisiologia, stanno le molte ed insistenti prove sperimentali sul potere inibitore dei centri nervosi superiori sugli inferiori, ch’Egli saggia principalmente misurando col metodo pietismografico le reazioni vasomotorie a stimoli di diverso genere. Appunto sulla minore o maggior facoltà del cervello di esercitare il suo potere inibitore sui centri sottoposti, ch’Egli ritiene ottima prova di psicotecnica da non trascurarsi mai nell’esame di candidati a funzioni che richiedano prontezza e costanza del lavoro cortico-cerebrale; appunto su questa facoltà e sull’inscindibilità funzionale dell’arco diastaltico (il suo «neuromione»), Egli costruisce la teoria fisiologica della monogenesi del delitto, secondo la quale scompare ogni differenza fondamentale tra «delinquente nato» e «delinquente di occasione», potendosi e dovendosi sempre ricondurre la causa essenziale del crimine al mancato freno della sfera psichica superiore sull’azione «istintiva». Sempre come psico-fisiologo dice la sua parola nella questione tanto dibattuta del genio, sostenendo che troppi e disparati fattori possono intervenire nella formazione di un uomo geniale, perchè si possa pensare al genio come ad un'unità psicologica. E valendosi della sua non comune conoscenza in arte e letteratura, si dedica allo studio di tre uomini di genio, ricercando le cause della loro opera caratteristica nelle loro particolari condizioni fisico-psichiche: Giacomo Leopardi, il sommo poeta del dolore, come il dolore universale; Michedangiolo da Caravaggio, il grande e turbolento pittore del Seicento; Leon Battista Alberti, il poderoso limpido architetto e umanista, sono i soggetti da Lui scelti a sostegno della sua tesi, provocando polemiche anche aspre con critici dell’arte e delle lettere, i quali spesso soffrono malvolentieri questo studioso che con concetti e linguaggio nuovi ardisce intromettersi nelle loro discussioni. Questa per sommi capi, nel breve spazio consentitomi, è l’opera varia del fisiologo che meritatamente fu chiamato alla successione dell’Albertoni. Certo per altro sarebbe colpevole manchevolezza non ricordare che Egli non restrinse la sua attività alla fisiologia sociale, alla psicotecnica, alla psicofisiologia, ma volentieri si allargò a ricercare su altre funzioni dell’organismo animale; anche nella più costretta rievocazione della sua operosità, si debbono rammemorare, almeno per i soli titoli, i suoi lavori sugli animali iberanti, sulla propagazione dell’onda pulsatile nel sonno, sulla natura della sospensione respiratoria di Traube, sull’ormone vagale di Loewi; e specialmente la chiara dimostrazione dell’atonia dei muscoli omolaterali nel cane emiscerebellato, e le sue argomentazioni contro le localizzazioni cerebrali, degne di essere considerate attentamente anche da chi sostenga la tesi opposta. Infine va ricordato che alla sua attività come storico della medicina, dobbiamo la rivendicazione a Francesco Maria Grimaldi della scoperta del suono muscolare; la riesumazione di quelle due pagine manoscritte dove Luigi Galvani descrive per primo un fenomeno di inibizione nell’organismo animale, quando osserva l’arrestarsi del cuore per puntura della «spinal midolla» nella rana; pregevoli studi e discorsi su Lazzaro Spallanzani e su Giovanni Alfonso Borelli. Ingegno acuto e pronto, vivace e versatile, carattere combattivo e talvolta un po’ sdegnoso, personalità inconfondibile; uomo colto, eccellente intenditore di lettere e di arti oltre che biologo, scrittore ed oratore pulito ed elegantissimo; Egli ci riporta colla mente a quel magnifico fiorire in terra nostra di «individui» che fu il Rinascimento. Che se Egli con passione di conterraneo tanto diffusamente scrisse e parlò di Leopardi; se con passione di ricercatore si attardò a scrutare nell’opera e nell’anima torbida del Caravaggio; forse con maggiore, se pur inconfessata, predilezione si era accinto a trattare dell’uomo del Quattrocento, di Leon Battista Alberti, il genio dall’attività multiforme, l’umanista sereno, forte di mente e di corpo, ch’Egli teneva davanti come il miglior esempio di vita umana. M. CAMIS Patrizi Mariano Luigi (1866-1935) Illustre fisiologo, professore nelle Università di Ferrara, Sassari, Modena, Bologna. Tenne anche la cattedrali antropologia a Torino. Grande la sua attività scientifica; classici i suoi studi sulla fisiologia del lavoro. Scrittore forbissimo, elegante ed affascinante oratore; uno degli ingegni più colti e più profondi lo definì Cesare Lombroso.  

San Domenico

San Domenico

La chiesa di S. Domenico di Recanati è stata costruita dopo la venuta dei padri Domenicani nel 1272. Nel convento, ora demolito, sostò San Pietro martire che vi lasciò una reliquia della Santa Croce. La Chiesa fu trasformata agli inizi del ’700. Nel primo altare a sinistra affresco raffigurante S. Vincenzo Ferreri di Lorenzo Lotto (1513), di fronte allo stesso il S. Sebastiano in terracotta, opera del Torregiani. Il portale è dell´architetto Giuliano da Majano. Scendendo nella via, a destra della chiesa, si incontra Porta S. Domenico del XVI sec., una delle tredici porte delle vecchie mura cittadine. La chiesa attuale fu realizzata nel XIV secolo su un preesistente edificio sacro romanico. La facciata in cotto tripartita presenta nelle due campate laterali monofore aperte in nicchie archivoltate e una particolare decorazione di coronamento che mostra figure geometriche pure alternate. Il portale principale, in pietra bianca d'Istria con esili colonnine e soprastante lunetta, che richiama da vicino quello della coeva Chiesa di S. Agostino, viene concordemente attribuito dagli studiosi a Giuliano da Maiano, che contribuì a diffondere il nuovo gusto rinascimentale nel territorio marchigiano. Realizzato da maestranze lombarde, il portale è databile in base ai documenti di cantiere al 1481, periodo in cui l’architetto fiorentino fu impegnato come capomastro nei lavori di completamento della cupola della Basilica di Loreto. L'interno della chiesa conventuale venne ampiamente rimaneggiato nei secoli XVIII e XIX.  

San Gabriele dell’ Addolorata a Recanati

San Gabriele dell’ Addolorata a Recanati

San Gabriele nasce da famiglia aristocratica ad Assisi (Perugia) il 1° marzo 1838. E' l'undicesimo di tredici figli di Sante Possenti, sindaco della città, e Agnese Frisciotti. San Gabriele transitò a Recanati il 7 settembre 1856, durante il viaggio da Spoleto a Loreto, percorrendo l’ attuale strada statale in carrozza. Fece il suo noviziato a Morrovalle per circa 22 mesi e in questo periodo, pernottò un paio di volte nel convento di Recanati durante i suoi pellegrinaggi a Loreto. Il Santo fu di nuovo a Recanati la sera del 4 luglio 1859, in occasione del suo trasferimento da Pievetorina a Isola del Gran Sasso (Teramo) dove, nel convento dei passionisti avviava la sua preparazione al sacerdozio con lo studio della teologia. Sostò nel convento di Recanati insieme ai suoi compagni di viaggio e nell’ occasione scrisse una lettera al Papa comunicandogli il trasferimento in atto. A fine 1861 si ammala di tubercolosi e non riesce a diventare sacerdote anche perché difficoltà politiche impedivano nuove ordinazioni, muore la mattina del 27 febbraio 1862. Il corpo del Santo fu portato a Recanati dall’ 8 al 10 agosto 1956 e accompagnato nella Chiesa dei Passionisti a Le Grazie, per poi ripartire diretto a Macerata poi in Abruzzo. Il 17 e 18 ottobre 1892 si procede alla riesumazione sotto stretta sorveglianza della gente che non vuole sentire parlare di trasferimento delle ossa nel convento della Madonna della Stella, vicino a Spoleto (come era l'ordine dei superiori). La chiesa e i dintorni del convento, con tutte le vie di accesso, sono controllati dal popolo che impedisce così lo spostamento delle ossa. Il postulatore della causa di beatificazione di Gabriele, padre Germano Ruoppolo, telegrafa a Roma per dire che è impossibile trasportare le spoglie altrove. Così Gabriele resta definitivamente in Abruzzo e da allora ha inizio una catena ininterrotta di prodigi, grazie e miracoli operati per sua intercessione. Gabriele viene dichiarato beato da san Pio X nel 1908 e in suo onore viene innalzata la prima basilica. Viene proclamato santo da Benedetto XV nel 1920 e nel 1959 Giovanni XXIII lo dichiara patrono d'Abruzzo. 

VIA ALDO MORO

VIA ALDO MORO

Aldo Romeo Luigi Moro è stato un politico, accademico e giurista italiano, due volte Presidente del Consiglio dei ministri, Segretario politico e presidente del consiglio nazionale della Democrazia Cristiana. Data di nascita: 23 settembre 1916, Maglie Assassinato: 9 maggio 1978, Roma dalle BR dopo 50 giorni di prigionia. Aldo Moro nacque a Maglie il 13 settembre 1916. Dopo aver conseguito il diploma di maturità classica, frequentò la facoltà di Giurisprudenza a Bari. Nel 1941 ottenne la cattedra di filosofia del diritto penale presso l’Università degli Studi di Bari e nei primi anni cinquanta la cattedra di diritto penale all’ interno dello stesso Ateneo. Fu presidente delle Federazione Universitaria Cattolica Italiana di Bari. Intraprese anche la carriera giornalistica, fondando il periodico “La Rassegna” nel 1943. Nel 1945 sposò Eleonora Chiaravelli da cui ebbe quattro figli. Nel corso dei primi anni quaranta iniziò a militare nel Partito Socialista Italiano, ma per il suo forte credo cattolico lo lasciò per entrare nella Democrazia Cristiana, di cui diventò presidente. Nel 1948 fu eletto come deputato in parlamento diventando sottosegretario agli esteri nel governo presieduto da De Gasperi. Negli anni cinquanta divenne ministro di Grazia e Giustizia nella compagine di Governo Segni e nel corso dei due anni seguenti Ministro della Pubblica Istruzione. Nel 1963, all’età di 47 anni divenne presidente del Consiglio, dopo essere stato nominato Segretario della Dc. Il suo governo di coalizione fu uno dei più lunghi della Repubblica Italiana e rimase in carica fino al 1976, anno delle elezioni anticipate. Nel 1978 Aldo Moro fu rapito dalle Brigate Rosse all’incrocio tra via Fani e via Stresa. Le conseguenze del rapimento furono drammatiche e il ritrovamento del suo cadavere avvenne il 9 Maggio 1978 in via Caetani.  

Via Andrea di Mastro

Via Andrea di Mastro

Illustre medico del ‘300 e lettore di medicina e filosofia nell’Università di Padova. Morì a Recanati il 5 Gennaio 1397, lasciando erede del suo ricco patrimonio la Repubblica di Venezia, con un legato perpetuo di 100 ducati annui a favore di quattro giovani osimani che volessero addottorarsi nell’Università di Padova. In segno di riconoscenza, il Comune di Osimo, sulla fine del 1700, gli fece erigere una statua, opera dello scultore Sebastiano Andreosi, nel giardino-museo di Prato della Valle a Padova. (sembra che Andrea si fosse disgustato con il Comune di Recanati che gli avrebbe negato il sussidio richiesto per poter proseguire i suoi studi, sussidio che gli fu concesso da Osimo, patria di sua madre).  

Via Vitali

Via Vitali

Giovan Battista Vitali, fu uno scultore del XV secolo e fece parte insieme a Sebastiano Sebastiani, Antonio Calcagni, Tiburzio Vergelli e Tarquinio Jacometti della scuola recanatese di scultura. Si formò infatti nell’ambito della tradizione scultorea della fonderia di Recanati, importata nelle Marche dai fratelli Lombardi e aperta dietro la chiesa di San Vito. La fonderia divenne particolarmente celebre ed attiva sia a Loreto, per le decorazioni della basilica della Santa Casa, sia su tutto il territorio circostante. Con l’elezione al soglio pontificio nel 1585 di Felice Peretti, marchigiano, la regione fu costellata di statue e monumenti eretti in suo onore e città come Camerino, Ascoli, Jesi, Recanati e Loreto videro sorgere statue in marmo e in bronzo in tempi molto brevi. Questi scultori divennero di conseguenza assai celebri anche e soprattutto per la loro abilità nella lavorazione e fusione del bronzo e dei metalli più in generale. Giovan Battista Vitali eseguì con i fratelli Lombardo gli elementi scultorei per la fonte posta in piazza Maggiore, fusi tra il luglio 1619 e il settembre del 1620 per il Comune di Faenza e insieme con Sebastiani, collaborò con Tiburzio Vergelli al fonte battesimale della basilica di Loreto.

Alessandro Galeazzi

Alessandro Galeazzi

 Alessandro Galeazzi nasce il 03 gennaio 1925 a Recanati ds Agnese Ottaviani e Giuseppe Galeazzi.
Si specializza in pediatria (dopo la laurea in Medicina con 110 e lode) nel 1951 presso la Clinica Pediatrica Gozzadini di Bologna e lavora alcuni anni presso il Salesi di Ancona.
Nel 1961 avvia il reparto di Pediatria presso l’Ospedale Civile di Recanati e lo dirige fino alla data del suo pensionamento(30 circa).
Si dedica all’ attività pediatrica non solo ospedaliera ma anche nei diversi consultori OMNI dei paesi limitrofi. Si sposa a Bologna il 31 luglio 1953 con Romana Cremonini.
Ha 4 figlie: Giuseppina, Alessandra, Elisabetta e Margherita. Oltre alla fortissima dedizione e provata competenza per il suo lavoro coltiva con la stessa passione altri interessi tra cui l’ antiquariato, la musica classica e l’ arte in generale.
Negli anni ‘70 porta avanti una battaglia in cui crede ciecamente: evitare la realizzazione della centrale termoelettrica al confine tra Recanati e Porto Recanati.
Nonostante le notevoli difficoltà riesce a convincere il Consiglio Regionale dell’ inopportunità di tale progetto. L’ordine dei medici Chirurghi ed Odontoiatri di Macerata lo premia per i 50 anni di laurea nel 2001. Continua ad esercitare la sua professione con entusiasmo e disponibilità verso i bambini e la loro salute fino alla data della sua morte avvenuta il 15 aprile 2004.

Antonio Jacopo Venier

Antonio Jacopo Venier

Quando il 7 maggio 1473 il recanatese Jacopo Antonio Venieri veniva innalzato da Sisto IV alla dignità cardinalizia, non pochi esponenti della curia romana manifestarono il loro disappunto, poiché il carattere intrepido ed autoritario del neo porporato già lo aveva reso sgradevole a molti; era a tutti noto inoltre che il Venieri amava circondarsi di un lusso principesco e conduceva una vita assai dispendiosa, resa possibile dall' appoggio del re di Spagna che non mancava di ricompensarlo per i suoi servigi con laute elargizioni. Nato nel 1422 a Recanati da Antonio e da Criseide Condulmeri, discendente da una nobile famiglia di origine veneziana che aveva dimora a Montevolpino, il Venieri, dopo essersi dedicato alla vita militare, si era distinto ben presto fra i prelati romani per la sua erudizione e la sua profonda dottrina, attestate anche da una lettera a lui diretta dal Filelfo; Pio II, che ne apprezzava le doti di abile diplomatico pronto a servire gli interessi della Santa Sede, lo inviò come nunzio presso il re di Spagna nel 1460 con l' incarico di raccogliere i fondi per armare quella crociata contro i Turchi che il pontefice senese, scomparso nel 1464, non poté mai veder realizzata. Durante questo soggiorno spagnolo, il Venieri seppe conquistarsi la stima del sovrano che lo nominò suo ambasciatore presso il nuovo pontefice, Paolo II; la carica comportava, oltreché un grande prestigio personale, anche notevoli vantaggi economici. Nella Roma del tempo, prima con Paolo II poi dal 1471 con Sisto IV andava sviluppandosi un intenso mecenatismo artistico che faceva convergere nell'Urbe artisti da tutte le regioni d' Italia; soprattutto gli architetti, i pittori e gli scultori toscani, insieme con umbri ed emiliani, trovarono molte occasioni di lavoro. A questo fervore di iniziative non rimase insensibile il Venieri che, appena elevato alla porpora, volle dare inizio a Recanati alla costruzione di una nuova residenza conveniente al suo rango, avvalendosi egli pure di un architetto toscano, Giuliano da Maiano. Nel contempo faceva eseguire importanti lavori di restauro nella chiesa romana di San Clemente della quale era titolare, dopo esserlo stato della chiesa dei santi Vito e Modesto. Nel 1479, giunto a Recanati per seguire i lavori del suo palazzo, il Venieri si spegneva improvvisamente il 3 agosto; la sua salma, trasportata a Roma, veniva tumulata nella basilica di San Clemente in un monumento marmoreo riferibile ad un artista toscano seguace di Mino da Fiesole. Si favoleggiò a lungo circa la consistenza dell' eredità lasciata dal ricchissimo porporato; il Cardella lo la fissa con certezza a ventimila scudi fra denari beni mobili ed immobili, una fortuna davvero ragguardevole per quei tempi.  

BEATO PLACIDO

BEATO PLACIDO

Bartolomeo da Fermo, in seguito rinominato come Beato Placido da Recanati, nasce a inizio XV secolo a Fermo, dove entra nell'ordine dei frati Apostolini. Le prime notizie della sua presenza nella città di Recanati risalgono al 1432, anno in cui iniziò a costituirsi una comunità Apostolina nella chiesa di San Giovanni in Pertica. Nel 1452 Bartolomeo da Fermo diviene vicario e prete della comunità che si unirà nel 1496 alla Congregazione di S. Barnaba di Milano. Bartolomeo morì nell'inizio del 1473 ed in seguito alla ricostruzione della chiese nel 1529 il nome fu cambiato in quello di Placido e con questo fu in seguito sempre chiamato e conosciuto. L’ occupazione francese nel 1797, recò molti disagi a Recanati, i soldati francesi furono protagonisti di episodi di violenza di ogni genere, presero gran parte del tesoro di Loreto e spogliarono le chiese di tutti gli ori e argenti, tolsero dalle chiese, dai luoghi pubblici e piazze tutte le immagini religiose. La chiesa del Beato Placido fu occupata ed i soldati francesi estrassero il corpo del Beato dall’urna che lo custodiva e ridottolo in pezzi lo gettarono in un fosso vicino alla chiesa. Dopo un paio di giorni, il preposto della Cattedrale, Mons Settimio Mazzagalli, dopo averne avuto notizia si recò sul posto e riuscì a recuperare le membra spezzate, ponendole in un panno quindi le conservò in una casa privata fino alla definitiva sistemazione. Il corpo, dopo numerose traslazioni, è oggi sepolto a Recanati nella chiesa di Beato Placido. La Chiesa cattolica gli attribuisce numerosi miracoli che sarebbero avvenuti sulla sua tomba e che nel complesso costituiscono un regolare processo di canonizzazione. Sulla sua tomba una lapide recita: «Se c'era nel nostro tempo alcun apostolo venerato dopo gli antichi Apostoli di Cristo, questo era Bartolomeo. E faceva il corpo umato grandi miracoli, la pietà non ha voluto che il Padre rimanesse indecoroso. Danaro raccolto secondo i suoi meriti fece questo tumulo. Qui il popolo pronunci pubblicamente i suoi voti piamente. Anno del Signore 1474». La sua beatificazione fu confermata da papa Pio VII. È venerato il 5 giugno.  

Beniamino Gigli

Beniamino Gigli

Beniamino Gigli (1890-1957) (Recanati, 20 marzo 1890 – Roma, 30 novembre 1957) è stato un tenore e attore italiano, uno dei più celebri cantanti d'opera del XX secolo. Beniamino Gigli nacque a Recanati il 20 marzo 1890. Figlio di un calzolaio che faceva anche il campanaro del Duomo, Domenico Gigli e di Ester Magnaterra, preceduto da sei fratelli, Egidio, Abramo, Catervo, Egidio, Ida e Ada. Gigli mostrò subito grandi attitudini per il canto e fu accolto nel Coro dei Pueri Cantores della Cattedrale. Fino ai 17 anni fece vari mestieri per vivere. Cominciò a studiare il canto con il maestro Quirino Lazzarini, organista e direttore del Coro della Santa Casa di Loreto, dopodiché, vincendo nel 1911 un concorso per una borsa, si poté iscrivere a Roma al Liceo musicale di Santa Cecilia sotto la guida di Enrico Rosati. Gigli fece il suo debutto nel ruolo di Enzo nella Gioconda di Amilcare Ponchielli al Teatro Sociale di Rovigo il 15 ottobre 1914, dopo aver vinto un altro concorso di canto a Parma. Da lì la carriera di Beniamino Gigli fu tutta in ascesa, portandolo ad interpretare pressoché tutti i principali ruoli tenorili dell'opera. Nel novembre del 1918 cantò al Teatro alla Scala di Milano in Mefistofele di Arrigo Boito, sotto la direzione musicale di Arturo Toscanini. Il 26 novembre 1920 esordì al Teatro Metropolitan di New York, di nuovo nel Mefistofele. Seguirà Andrea Chénier di Umberto Giordano, che canterà per 11 stagioni consecutive, il Rodolfo della Bohème di Giacomo Puccini, L'elisir d'amore di Gaetano Donizetti e altri successi. Rimase incontrastato protagonista al Metropolitan per 12 anni, succedendo come rappresentante della tradizione italiana al mitico Caruso. Nel 1932 tornò a Roma per cantare all'Opera, alla quale dedicherà gran parte della propria attività italiana. Dopo la guerra riprese la sua attività internazionale fino al 1955. Girò 16 film, con Alida Valli, Isa Miranda, Maria Cebotari e altre interpreti famose. Fu anche uno dei più mirabili interpreti della canzone napoletana, avvalendosi per questo tipo di musica della collaborazione del maestro Ernesto de Curtis. Si ricorda la sua partecipazione al film Carosello napoletano di Ettore Giannini (1953) dove canta splendidamente "O sole mio", "Funiculi' funicula'", "Voce 'e notte" e "Marechiare". Nel 1955 diede la tournée di addio nordamericana, inclusi tre concerti (aprile) a Carnegie Hall (da cui brani sono stati pubblicati in LP). L'ultimo concerto assoluto ebbe luogo il 25 maggio 1955, alla Constitution Hall di Washington. Poco dopo mezzogiorno, del 30 novembre 1957 muore a Roma, nella sua villa in via Serchio, stroncato da un attacco di broncopolmonite, aveva 67 anni. Il male ebbe ragione del suo fisico in soli due giorni. Già in precedenza era stato colpito da una miocardite e questa si era aggravata negli ultimi tempi, a causa dell' indebolimento dell'organismo, sopravvenuto durante le sue tournée faticose attraverso l'Europa, gli Usa, il Canada. La piazza antistante il Teatro dell'Opera di Roma è intitolata al suo nome. All'indomani della sua morte, il noto critico Eugenio Gara, di solito molto misurato nei giudizi, ebbe a scrivere: "Una voce stupenda, uno smalto d'oro bianco - di platino, quasi - distesa con lo stesso spessore su una gamma di almeno 14 note tra il Re sotto il rigo e il Do acuto; senza incrinature, senza macchia. Larga, sostanziosa in ogni suono, flessibile, carezzevole e grata negli accenti anche più risoluti...". E, ai giorni nostri, gli fa eco un commento straordinario di Paolo Isotta, musicologo e critico di lirica del Corriere della Sera. Egli scrive: "Onore a Gigli, altissimo tenore, una voce luminosa, una tecnica straordinaria. Una figura del tutto eccezionale della quale si parla e si scrive troppo poco. Eppure si tratta, insieme con Caruso, forse persino al di sopra di lui, del più grande tenore di questo secolo. Quando si ciancia sui meriti (veri o presunti) dei divi attuali, Gigli andrebbe tenuto come termine di paragone; in molti casi, come il metro stesso al quale giudicare tutti gli altri...". Ed altri insigni critici ed esperti musicali si adeguano allo stesso giudizio. Amava cantare ed il suo dono naturale fu il suo orgoglio. Non era cantante intellettuale, ma il suo timbro argentato di tenore lirico puro e la sua capacità di creare con esso un'infinita gamma di tinte e mezzetinte, di sfumature delicatissime, misero nell'ombra alcune critiche contrastanti che parlano di edonismo vocale e di mancanza di grazia sulle scene. Il più grande cittadino di questa nostra terre fortunata, Giacomo Leopardi, entusiasta di Gioacchino Rossini, giudicato da alcuni critici suoi contemporanei "scorretto e demagogo", dice: "Ciò che piace alla gente spesso non piace agli intenditori, ma ha sempre ragione il popolo!". E Fedele D'Amico, nelle suggestioni del canto di Gigli, non poté fare a meno di stabilire un'ideale parallelismo con il grande poeta: "Forse il caso che il fraseggio di Gigli attinga alle suggestioni delle notti lunari e silenziose delle colline marchigiane. La sua capacità di definire immediatamente il senso della melodia al suo esordio, alla prima battuta, richiama subito alla mente ed è proprio come dire: "Dolce e chiara è la notte e senza vento". Il Parlamento italiano, alla sua morte, lo commemorò nella seduta del 3 dicembre 1957. Il discorso ufficiale fu tenuto dall'On. Tozzi Condivi e a lui si associarono tutti i gruppi politici. Per il Governo prese brevemente la parola l'On. Oscar Luigi Scalfaro: "Se l'arte è sempre una particolare elevazione dell'animo umano verso l'alto, del credente verso Dio, nel caso di Beniamino Gigli essa pare tradursi nella interpretazione più viva dei sentimenti del popolo, in uno spirito di ambasciata nei confronti di altre nazioni; pare che diventi preghiera al cospetto di Dio e che sia un' atto di umanità, un' atto di bontà nei confronti dei sofferenti... Forse questa morte di una persona che per tutta la vita ha elevato le lodi che Dio gli aveva dato in un atto di amore verso gli altri, insegna che tutto ciò che ciascuno ha di buono deve essere usato soprattutto per aumentare il bene a vantaggio degli altri".  

BROGLIO D'AJANO

BROGLIO D'AJANO

BROGLIO D'AJANO, Saverio Latino. - Figlio del conte Pietro e di Rita Giovannetti, nacque a Treia (Macerata) il 28 ott. 1749. Allievo dei collegi dei gesuiti di Recanati e Macerata, quindi del Cicognini di Prato e Tolomei di Siena, il B. studiò giurisprudenza a Siena e a Camerino, ove ottenne la laurea. Nel 1779 sposò Chiara dei conti Graziani di Macerata (sospetti di massoneria). Uomo di ampia cultura e molteplici interessi, si dedicò a un'intensa e multiforme attività letteraria. Poeta non privo di una certa eleganza e assai prolifico, pubblicò molti componimenti in collezioni di tutta la penisola e fu ricompensato con varie onorificenze (ciambellano dell'elettore di Colonia, ecc.). Fu eletto membro dell'Arcadia di Roma (col nome di Gliboro Cromizio), dei Catenati di Macerata, dei Disuguali Placidi recanatesi; con F. Benigni fondò la Società Georgica di Treia. Alcune sue traduzioni, con ampi saggi critici e biografici, possono tuttora leggersi con interesse: Saffodi Lesbo, 2 ediz., Iesi s.d. (1802?) e Gli amori di Anacreonte, s.l. né d. (1806?); tradusse anche dal latino (Catullo), tedesco (Gessner), francese e inglese. Fautore delle idee d'Oltralpe - probabilmente volteriano - il B. partecipò, nel periodo francese, alla vita politica: nel 1798 fu "designato" senatore della Repubblica romana per il dipartimento del Musone, di cui fu anche amministratore. Perseguitato durante la reazione - nel 1799 fu saccheggiato il suo palazzo e bruciati molti suoi manoscritti - ritornò alla vita politica nel 1808, con l'annessione delle Marche al Regno italico. Fu membro del Collegio dei dotti e giudice della corte giudiziaria criminale e civile dipartimentale. Nel 1808 pubblicò Agl'Italiani del 1808 (prosa seguita dal "carme" Elogio del Massimo: esaltazione di Napoleone) che, propugnando il "risorgimento della Nazione" dalle Alpi alla Sicilia, esalta i valori della civiltà italiana; il patriottismo italiano avrebbe dovuto emulare, ma mai imitare, i Francesi. La Restaurazione escluse il B. dai pubblici uffici. Notoriamente liberale (tradusse anche il byroniano Ditirambo in morte di Napoleone), non sembra però aver partecipato alle varie congiure locali. Morì il 23 febbr. 1834. Il B. fu autore, oltre ai già citati, di vari componimenti poetici e scritti d'occasione, Rime per nobil donzella che prendi il velo, Macerata 1767; L'amor fuggitivo, Loreto 1770; I novissimi, ibid. 1770; A ... Antici, Canzone, Foligno 1771; L'Armonia,Il Genio Nuziale, Loreto 1775; Il naviglio, Loreto 1776; Il piacere, ibid. 1777; Le fiamme portentose, ibid. 1778; L'Iride, composizione drammatica, ibid. 1778; Il voto e La Libertà, Loreto 1780; Lo sfinimento amoroso, ibid. 1781; Alla tenera e virtuosa amica, Recanati s.d.; La pubblica felicità, Roma 1781; Il trofeo, Pesaro 1781; Alla religione, in Parnaso ital. ... 1783, Bologna 1783, p. 71; L'autunno, Macerata 1783; Le catene felici, Recanati 1783; Parafrasi della sequenza dei morti, in Parnaso ital. ... 1785, Bologna 1785, p. 178; Risorg. di Adamo (cantata a 3 voci e coro), Pesaro 1787. Traduzioni: Le avventure di Ero e Leandro di Museo, Parigi 1801, e Catullo, Le nozze di Teti e Peleo, Parma 1784, e in Parnaso straniero-Latini, IX, Venezia 1846, pp. 11-26. Anche la moglie Chiara si dedicò occasionalmente alla poesia: cfr. All'amabile... nipote contessa Elisa Graziani... sposa... (Macerata [1825]) di scarso valore poetico, ma interessante per la visione moderna del matrimonio. Il B. ebbe due figli: Andrea Massimiliano e Venanzio Giuseppe. “Sotto il loggiato dell’edificio comunale vi è posta una targa marmorea: Tolto dall’oblio risplende nella storia del valore italico volontario nella guardia reale a Milano dal 1808 ufficiale di cavalleria alla spedizione di Russia decorato della legione d’onore da napoleone sul campo di battaglia ferito nella ritirata prigioniero in Siberia milito coi marchigiani seguendo Gioacchino Murat per l’indipendenza d’Italia consacrata l’indomita fierezza alla Grecia mentre guidava all’assalto di anatolico i filelleni. Il 23 Maggio 1828 quarantesimo suo cadde per colpo mortale di cannone ammirandolo l’ esercito e il duce supremo.”  

Cavour

Cavour

Uno dei grandi artefici del Risorgimento italiano Camillo Benso, conte di Cavour, fu, con Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi, il maggiore esponente del Risorgimento italiano, culminato nella costituzione dell'Italia unita sotto la monarchia dei Savoia, e uno dei grandi statisti europei della sua epoca. Il pensiero e l'azione di governo di Cavour furono ispirati ai principi della monarchia costituzionale e del liberalismo europeo. Egli fu avversario tanto dei metodi rivoluzionari e delle finalità democratiche e repubblicane di Mazzini quanto delle tendenze reazionarie e conservatrici ostili alle istituzioni parlamentari e al riformismo politico e sociale Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, nobile dei Marchesi di Cavour, Conte di Cellarengo e di Isolabella nasce il 10 agosto 1810 a Torino, allora capoluogo d'un dipartimento dell'impero napoleonico. Secondogenito del marchese Michele e della ginevrina Adele di Sellon, Cavour da giovane è ufficiale dell'esercito. Lascia nel 1831 la vita militare e per quattro anni viaggia in Europa, studiando particolarmente gli effetti della rivoluzione industriale in Gran Bretagna, Francia e Svizzera e assumendo i princìpi economici, sociali e politici del sistema liberale britannico. Rientrato in Piemonte nel 1835 si occupa soprattutto di agricoltura e si interessa di economie e della diffusione di scuole ed asili. Grazie alla sua attività commerciale e bancaria Cavour diviene uno degli uomini più ricchi del Piemonte. La fondazione nel dicembre 1847 del quotidiano "Il Risorgimento" segna l'avvio del suo impegno politico: solo una profonda ristrutturazione delle istituzioni politiche piemontesi e la creazione di uno Stato territorialmente ampio e unito in Italia avrebbero, secondo Cavour, reso possibile il processo di sviluppo e crescita economico-sociale da lui promosso con le iniziative degli anni precedenti. Nel 1850, essendosi messo in evidenza nella difesa delle leggi Siccardi (promosse per diminuire i privilegi riconosciuti al clero, prevedevano l'abolizione del tribunale ecclesiastico, del diritto d'asilo nelle chiese e nei conventi, la riduzione del numero delle festività religiose e il divieto per le corporazioni ecclesiastiche di acquistare beni, ricevere eredità o donazioni senza ricevere il consenso del Governo) Cavour viene chiamato a far parte del gabinetto D'Azeglio come ministro dell'agricoltura, del commercio e della marina. Successivamente viene nominato ministro delle Finanze. Con tale carica assume ben presto una posizione di primo piano, fino a diventare presidente del Consiglio il 4 novembre 1852. Prima della nomina Cavour aveva già in mente un programma politico ben chiaro e definito ed era deciso a realizzarlo, pur non ignorando le difficoltà che avrebbe dovuto superare. L'ostacolo principale gli derivava dal fatto di non godere la simpatia dei settori estremi del Parlamento, in quanto la sinistra non credeva alle sue intenzioni riformatrici, mentre per le Destre egli era addirittura un pericoloso giacobino, un rivoluzionario demolitore di tradizioni ormai secolari. In politica interna mira innanzitutto a fare del Piemonte uno Stato costituzionale, ispirato ad un liberismo misurato e progressivo, nel quale è la libertà a costituire la premessa di ogni iniziativa. Convinto che i progressi economici sono estremamente importanti per la vita politica di un paese, Cavour si dedica ad un radicale rinnovamento dell'economia piemontese. L'agricoltura viene valorizzata e modernizzata grazie ad un sempre più diffuso uso dei concimi chimici e ad una vasta opera di canalizzazione destinata ad eliminare le frequenti carestie, dovute a mancanza d'acqua per l'irrigazione, e a facilitare il trasporto dei prodotti agricoli; l'industria viene rinnovata ed irrobustita attraverso la creazione di nuove fabbriche e il potenziamento di quelle già esistenti specialmente nel settore tessile; fonda un commercio basato sul libero scambio interno ed estero: agevolato da una serie di trattati con Francia, Belgio e Olanda (1851-1858) subisce un forte aumento. Inoltre Cavour provvede a rinnovare il sistema fiscale, basandolo non solo sulle imposte indirette ma anche su quelle dirette, che colpiscono soprattutto i grandi redditi; provvede inoltre al potenziamento delle banche con l'istituzione di una "Banca Nazionale" per la concessione di prestiti ad interesse non molto elevato. Il progressivo consolidamento politico, economico e militare, spinge Cavour verso un'audace politica estera, capace di far uscire il Piemonte dall'isolamento. In un primo momento egli non crede opportuno distaccarsi dal vecchio programma di Carlo Alberto tendente all'allontanamento dell'Austria dal Lombardo-Veneto e alla conseguente unificazione dell'Italia settentrionale sotto la monarchia sabauda, tuttavia in seguito avverte la possibilità di allargare in senso nazionale la sua politica, aderendo al programma unitario di Giuseppe Mazzini, sia pure su basi monarchiche e liberali. Il primo passo da fare era quello di imporre il problema italiano all'attenzione europea e a ciò Cavour mira con tutto il suo ingegno: Il 21 luglio 1858 incontra Napoleone III a Plombières dove vengono gettate le basi di un'alleanza contro l'Austria. Il trattato ufficiale stabiliva che: la Francia sarebbe intervenuta a fianco del Piemonte, solo se l'Austria lo avesse aggredito; in caso di vittoria si sarebbero formati in Italia quattro Stati riuniti in una sola confederazione posta sotto la presidenza onoraria del Papa ma dominata sostanzialmente dal Piemonte: uno nell'Italia settentrionale con l'annessione al regno di Sardegna del Lombardo-Veneto, dei ducati di Parma e Modena e della restante parte dell'Emilia; uno nell'Italia centrale, comprendente la Toscana, le Marche e l'Umbria; un terzo nell'Italia meridionale corrispondente al Regno delle Due Sicilie; un quarto, infine, formato dallo Stato Pontificio con Roma e dintorni. In compenso dell'aiuto prestato dalla Francia il Piemonte avrebbe ceduto a Napoleone III il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza. Appare evidente che un simile trattato non teneva assolutamente conto delle aspirazioni unitarie della maggior parte della popolazione italiana, esso mirava unicamente ad eliminare il predominio austriaco dalla penisola. La II guerra d'indipendenza permette l'acquisizione della Lombardia, ma l'estendersi del movimento democratico-nazionale suscita nei francesi il timore della creazione di uno Stato Italiano unitario troppo forte: l'armistizio di Villafranca provoca il temporaneo congelamento dei moti e la decisione di Cavour di allontanarsi dalla guida del governo. Ritornato alla presidenza del Consiglio Cavour riesce comunque ad utilizzare a proprio vantaggio la momentanea freddezza nei rapporti con la Francia, quando di fronte alla Spedizione dei Mille e alla liberazione dell'Italia meridionale poté ordinare la contemporanea invasione dello Stato Pontificio. L'abilità diplomatica di Cavour nel mantenere il consenso delle potenze europee e la fedeltà di Giuseppe Garibaldi al motto "Italia e Vittorio Emanuele" portano così alla proclamazione del Regno d'Italia, il giorno 17 marzo 1861. Camillo Benso conte di Cavour muore nella sua città natale il 6 giugno 1861.  

Celso Baldassarri

Celso Baldassarri

Celso Baldassarri (pittore, incisore marchigiano attivo nel corso del XX secolo ). Nato a Recanati nel 1881, morì a nel 1918 all'età di 37 anni.  

Cesare Battisti

Cesare Battisti

(Trento, 4 febbraio 1875 – Trento, 12 luglio 1916), patriota, giornalista, geografo e politico Irredentista italiano. Dedicò la vita alla causa della sua regione, il Trentino, per ottenerne l'autonomia amministrativa dall'Impero austriaco e l'annessione all'Italia. Deputato alla Camera di Vienna (1911), allo scoppio della prima guerra mondiale sostenne le ragioni dell'intervento italiano contro l'Austria e si arruolò negli alpini. Cadde prigioniero e fu giustiziato. Figlio di un commerciante, nel 1893 s'iscrisse alla facoltà di lettere di Firenze e vi si laureò con una notevole tesi di geografia trentina, di cui anche in seguito continuò a occuparsi. Si diede giovanissimo alla vita politica conciliando irredentismo e socialismo. Soppressa al suo primo numero la Rivista popolare trentina (febbr. 1895), da lui fondata, diede vita alla Società degli studenti trentini e al settimanale socialista L'Avvenire del lavoratore (1896). Preclusa ogni altra soluzione dall'esistenza della Triplice Alleanza, il B., per circa un decennio, pose al centro del proprio programma la lotta per l'autonomia amministrativa del Trentino e la richiesta di un'università italiana a Trento. Nel 1900 fondò il Popolo e nel 1904 subì una breve prigionia a Innsbruck. Eletto nel 1911 deputato alla Camera di Vienna, mostrò nei suoi discorsi di non credere più alla possibilità di una convivenza del Trentino con l'Austria. Scoppiata la prima guerra mondiale, si stabilì (agosto 1914) a Milano, sviluppando un acceso programma interventista, con discorsi di propaganda tenuti nei centri principali d'Italia. Dopo l'ingresso dell'Italia in guerra si arruolò nel 5º regg. alpini; sottotenente nel dicembre, partecipò valorosamente a più azioni di guerra (più volte decorato), ma il 10 luglio 1916 sul monte Corno fu fatto prigioniero con Fabio Filzi. Riconosciuto e sottoposto a giudizio marziale, fu condannato all'impiccagione; affrontò la morte il 12 luglio nel castello del Buon Consiglio.  

Contrada Bagnolo

Contrada Bagnolo

Bagnolo fa parte del comune di Recanati, in provincia di Macerata, nella regione Marche.
La frazione o località di Bagnolo dista 6,54 chilometri dal medesimo comune di Recanati di cui essa fa parte.
Una sorgente con attribuzioni terapeutiche, dove si facevano anticamente dei bagnoli o bagni ha dato il nome Bagnolo, prima al castello e in seguito alla contrada.

Contrada Chiarino

Contrada Chiarino

Chiarino fa parte del comune di Recanati, in provincia di Macerata, nella regione Marche. La frazione o località di Chiarino dista 3,72 chilometri dal medesimo comune di Recanati di cui essa fa parte, sorge a 62 metri sul livello del mare.
Il nome Chiarino è entrato nella storia al tempo dei Comuni, nel 1530, anno del Catasto Rustico per dare un nome a tutta la vasta contrada, sostituendo  e facendo scomparire del tutto il ricordo della più antica denominazione Ricina e di altre posteriori, e deriva da Pietro da Fossombrone, un francescano che nel 1294, abbandonato il suo nome divenne frate Angelo da Chiarino diventando un esponente di spicco dell’ Ordine dei Francescani.
Presto aderì alle idee del mistico calabrese Gioacchino da Fiore e alla corrente spirituale dell'Ordine, considerata dalle autorità ecclesiastiche un'eresia. Per questo motivo fu condannato nel 1280 al carcere a vita.
Liberato verso il 1289, fu inviato in Armenia, da dove tornò in Italia nel 1294 con l'elezione al pontificato di Celestino V. Gli spirituali ripresero ad essere perseguitati dal successivo pontefice Bonifacio VIII e nel 1299 Angelo si rifugiò per alcuni anni in Grecia. Rientrò nel 1305, alla scomparsa di papa Bonifacio  e divenne il capo degli spirituali delle Marche e dell'Umbria: i suoi seguaci furono successivamente denominati clareni in onore del loro capo.
Nel 1311 fu convocato ad Avignone, dove fu processato e scagionato da papa Clemente V; ma in seguito, avendo ottenuto un gran seguito di popolo anche per aver incitato alla ribellione gli spirituali di Narbona durante una cerimonia in memoria di Pietro di Giovanni Olivi, nel 1317 venne scomunicato da papa Giovanni XXII, il grande nemico degli spirituali che lo consideravano la perfetta personificazione dell'Anticristo.
Protetto dal cardinale Giacomo Colonna, alla morte di questi, nel 1318, dovette fuggire a Subiaco, dove fondò l'ordine dei Fraticelli (o Fratelli della vita povera) organizzato come un ordine francescano indipendente e contestò la legittimità dell'autorità papale. Per sfuggire all'Inquisizione si ritirò infine a Marsicovetere, in Basilicata, presso il convento di Santa Maria dell'Aspro, dove attirò tantissimi fedeli del luogo, avendo prodotto un'effervescenza religiosa basata su una spiritualità che predicava la povertà degli ecclesiastici e il rinnovamento della vita in attesa dell'Apocalisse. Qui Angelo Clareno spirò il 15 giugno 1337 e la sua tomba divenne meta di frequenti pellegrinaggi.

Contrada Duomo

Contrada Duomo

Il duomo è la chiesa principale di un centro urbano. È spesso anche la cattedrale della diocesi. La parola duomo deriva dal vocabolo latino domus che nell'antica Roma significava casa. Dopo la caduta dell'Impero Romano e le invasioni barbariche avvene un cambio linguistico come conseguenza di nuove condizioni di vita, nuove lingue e termini stranieri. Finora la parola casa ebbe il significato di catapecchia, baracca o tugurio, cioè, un casa di bassa qualità dove abitavano persone povere. Sostituì quindi al termine domus e questo venne riservato soltanto alla casa di Dio. Da questo momento il duomo si riferisce alla chiesa principale di una città. Questo termine perdura soltanto in italiano e in germano, come Dom. Di solito si confonde il termine Cattedrale /Basilica con il termine Duomo: "La basilica è, letteralmente, la casa del re e cioè del Signore. Viene infatti dal greco basileus, che significa re, e da oikos, che vuol dire casa. Ogni chiesa, quindi, può essere considerata una basilica, ma la Chiesa attribuisce solo ad alcune di esse tale definizione: ciò avviene in funzione della loro importanza e valore artistico. Oltre a questo, la basilica deve possedere i mezzi necessari a mantenere il decoro richiesto dal titolo. Il duomo, dal latino domus (casa), è sempre la casa di Dio ed è la chiesa più importante di una città, per lo più in stile gotico con pilastri e volte che ne esaltano lo slancio in verticale. Se il duomo si trova presso una città che è sede vescovile, prende il nome di cattedrale, ossia la chiesa principale della diocesi, detta così perché il vescovo ha lì il suo trono o “cattedra”." Da focus.it  

Contrada Mattonata

Contrada Mattonata

"ara mattonata" il fatto che vi fosse una casa colonica con l'aia (ara) a mattoni anziché in terra battuta era talmente eccezionale da dare il nome alla zona in cui essa era collocata. 

Contrada S.Pietro

Contrada S.Pietro

Pietro da Verona, o Pietro Martire, al secolo Pietro Rosini (Verona, 1205 circa – Seveso, 6 aprile 1252), fu un predicatore appartenente all'Ordine dei domenicani. Nacque a Verona alla fine del sec. XII in una famiglia eretica, ma già ragazzino si oppose ai suoi parenti. Continuò gli studi all’Università di Bologna dove poi entrò nell’Ordine Domenicano, quando s. Domenico era ancora in vita. Notizie storiche lo citano come grande partecipe nella fondazione delle Società della Fede e delle Confraternite Mariane a Milano, Firenze ed a Perugia; queste istituzioni a difesa della dottrina cristiana sorsero poi presso molti conventi domenicani, fra il 1232 e 1234. Dal 1236 lo si incontra in tutte le città centro-settentrionali d’Italia come grande predicatore contro l’eresia dualistica, ma Milano fu il campo principale del suo apostolato, le sue prediche e le sue pubbliche dispute con gli eretici, erano accompagnate da miracoli e profezie così molti ritornavano alla vera fede del Vangelo. Il papa Innocenzo IV nel 1251 lo nominò inquisitore per le città di Milano e Como. La lotta fu dura perché l’eresia era molto diffusa e nella domenica delle Palme 24 marzo 1252 durante una predica egli predisse la sua morte per mano degli eretici che tramavano contro di lui, assicurando i fedeli che li avrebbe combattuto più da morto che da vivo. I capi delle sette delle città di Milano, Bergamo, Lodi e Pavia, assunsero come esecutori, Pietro da Balsamo detto Carino e Albertino Porro di Lentate. Essi prepararono un agguato vicino a Meda dove Pietro, Domenico e altri due domenicani, nel loro tragitto da Como a Milano il 6 aprile 1252 si erano fermati a colazione prima di proseguire per la loro strada. Albertino ricredendosi abbandonò l’opera e fu il solo Carino che con un "falcastro", tipo di falce, spaccò la testa di Pietro, immergendogli anche un lungo coltello nel petto, l’altro confratello Domenico ebbe parecchie ferite mortali che lo portarono alla morte sei giorni dopo nel convento delle Benedettine di Meda. Il corpo di Pietro fu trasportato subito a Milano dove ebbe esequie trionfali e fu sepolto nel cimitero dei Martiri, vicino al convento di S. Eustorgio. Tra queste grazie, bisogna annoverare la conversione del vescovo eretico Daniele da Giussano che aveva macchinato la sua morte e dello stesso assassino Carino che entrarono poi nell’Ordine Domenicano. Il grande clamore suscitato dall’uccisione ed i tanti prodigi che avvenivano fecero si che da tutte le parti si chiedesse un’innalzamento agli altari del martire. Undici mesi dopo, il papa Innocenzo IV il 9 marzo 1253, nella piazza della chiesa domenicana di Perugia, lo canonizzò fissando la data della festa al 29 aprile. Il suo culto ebbe grande espansione, i domenicani eressero chiese e cappelle a lui dedicate in tutto il mondo, le Confraternite ebbero in ciò un’importanza notevole. Parecchie città italiane lo elessero loro protettore come Verona, Vicenza, Cremona, Como, Piacenza, Cesena, Spoleto, Rieti e Recanati. Proprio a Recanati, Pietro sostò nel convento della Chiesa di San Domenico, ora demolito, lasciandovi in dono una reliquia della Santa Croce. La città era profondamente devota alla reliquia per l’episodio in cui il martire che stava predicando contro l’eresia sulla piazza maggiore di Recanati davanti alla chiesa di San Domenico, per mostrare la natura prodigiosa della reliquia che portava con se, accese un fuoco e la gettò tra le fiamme. Recuperato il legno ignifugo, ne consegnò un frammento ai devoti commossi. I Domenicani chiesero al veneziano Lorenzo Lotto di raccontare la prova del fuoco voluta da San Pietro martire in una delle tre predelle, parte del complesso pittorico “Il Polittico di San Domenico”, realizzato con tecnica a olio su tavola nel 1506-08 e conservato nel Museo Civico di Recanati. La predella che raffigura l’episodio ambientato nella vecchia piazza di Recanati prima dei rifacimenti ottocenteschi, che avevano aperto l’attuale piazza del Comune, è la sola superstite e oggi è conservata nel Kunsthistorisches Museum di Vienna. Essa, citata dal Vasari, fu probabilmente smembrata tra la fine del ‘700 inizio ‘800.. San Pietro Martire, è raffigurato con la tonaca domenicana, con la palma del martirio, con la ferita sanguinante dalla fronte al capo, oppure con una roncola che penetra nel cranio e con il pugnale infitto al petto o ai fianchi. La sua data di culto è il 6 aprile, mentre l'Ordine Domenicano lo ricorda il 4 giugno.  

Contrada Saletta

Contrada Saletta

Contrada Saletta è un diminutivo di "sala" insediamento abitato in longobardo quindi Piccolo insediamento abitato (v: dizionario ) 

Convento di Santo Stefano

Convento di Santo Stefano

Nel retro del Palazzo Leopardi è situato il convento di Santo Stefano Chiesa Parrocchiale già nel 1394 e monastero di monache francescano istituito nel 1443 fu soppresso nel 1486. La fabbrica del monastero ha inizio nel 1507 mentre diviene attivo con l’ingresso delle monache nel 1535. Infatti è permessa la fondazione nel 1502 con Breve di Alessandro VI e l’obbligo da porsi sotto la regola di San Francesco e Santa Chiara. La Chiesa dedicata a Santo Stefano nel 1691 è strutturata con soffitti a volta e completata con notevoli apparati e stucchi. Il Monastero viene soppresso nel 1810 dal governo francese, disperdendo un ricco patrimonio d’arte, proprietà del convento ( dipinti del Pomarancio, del Fanelli, ecc). La presenza delle figlie del Sacro Cuore giunte da Bergamo nel 1852 favorisce una serie di restauri alla Chiesa e al Convento nel 1928. Per molti decenni a cura delle suore furono affidate e educate le giovinette della borghesia recanatese. Attualmente il complesso di proprietà comunale è in fase di ristrutturazione e con destinazione d’uso pubblico, come sede per convegni e manifestazioni culturali relative alle attività del Centro Mondiale della Poesia.  

Corsetti Eugenio Gatti

Corsetti Eugenio Gatti

Marito di Pia, diletta sorella della scrittrice Maria Alinda Bonacci Brunamonti. Abitava nella casa presso la piazzetta di Monte Morello, in prospetto del palazzo Leopardi, le cui finestre guardavano sul giardino del poeta.  

Emiliano Lorenzetti

Emiliano Lorenzetti

La domenica mattina del 12 luglio 1945 sei ragazzini dagli otto ai dieci anni trascorrevano spensierati la mattinata tra i campi attigui alla discesa dello Spazzacamino, tra le contrade di Castelnuovo e Le Grazie. Erano, Canalini Armando, Trillini Mario, Copertari Renzo, Scattolini Romano e Gabriele ed Emiliano Lorenzetti.

Tutta la comunità recanatese stava cercando di ripartire lasciandosi alle spalle le ferite di una tragica e pesante guerra appena conclusasi, con tante vittime anche tra i nostri concittadini. Purtroppo tra i bombardamenti tedeschi del Ponte Nuovo e la fortificazione della linea di confine l’ area di gioco dei bambini era fortemente minacciata da pericolosi residui bellici. Uno di questi, per gran parte sepolto nel terreno, cattura l’ attenzione dei giovani che decidono, in tutta la loro temeraria ingenuità di riportarlo interamente alla luce per poi iniziare a smuoverlo con un bastone. In un attimo il gioco si converte in tragedia. L’ ordigno esplode e i ragazzi vengono travolti da una miriade di schegge assordanti e da un boato fragoroso. Tra i compagni di Emiliano c’è chi rimane ferito, chi ustionato e chi mutilato, ma il più sfortunato è lui che colpito in piena testa da una scheggia, muore sul colpo.

Famiglia Alemanni

Famiglia Alemanni

Famiglia Alemanni, originaria di Recanati, Nobile di Recanati: Famiglia antichissima, risalente al XIII secolo, che ha ricoperto le massime Nobili Magistrature civiche nel XIV e XV secolo come risultante da elenco di censimento della Nobiltà redatto il 12.8.1776 su richiesta dell’Ordine di Malta ed inviato al Gran Priorato di Roma. MG 1 (1574). Estinta nella seconda metà del seicento.  

Filippo Acciarini

Filippo Acciarini

ACCIARINI, Filippo. - Nacque a Sellano (Perugia) il 5 marzo 1888 da Francesco ed Anna Nocelli, entrambi di Recanati, paese dove compì gli studi ed aderì giovanissimo e da militante agli ideali umanitari, egualitari, classisti e non violenti del socialismo. Durante la frequenza del corso liceale, la sua milizia politica creò delle difficoltà al padre e questa situazione lo indusse a lasciare gli studi e trasferirsi a Roma, dove fu assunto dalle Ferrovie dello Stato in qualità di impiegato. Militante del sindacato dei ferrovieri, nel quale rappresentò i pochi impiegati aderenti, venne trasferito a Tivoli dove partecipò alla vita della locale sezione socialista e collaborò al settimanale La Fiumana. Nel 1913fu nuovamente trasferito, questa volta nel compartimento ferroviario di Torino, città che sarebbe restata - tranne che per il periodo bellico - la sua di adozione. Su posizioni antinterventiste, allo scoppio del conflitto mondiale fu arruolato nel genio ferrovieri e, così "militarizzato", lavorò presso le Ferrovie nelle Marche, usufruendo della casa paterna di Recanati, dove fece "opera attivissima - come corre una minuta del prefetto di Macerata del 4 apr. 1921 - per riorganizzare la massa operaia e fare propaganda sovversiva". Delegato al XVII congresso socialista (Livorno, gennaio 1921), di lì a poco entrò nella direzione del Gridodel popolo e iniziò la collaborazione all'Avanti! dalle cui colonne descrisse con vigore alcuni momenti dell'ascesa al potere e delle violenze dei fascisti a Torino. Nel gennaio 1923 si schierò con Nenni, e contro Serrati, nel rifiutare la fusione proposta dalla III Internazionale e dal Partito comunista d'Italia, e fu fra i promotori dell'organismo antifusionista Comitato di difesa socialista. Nel settembre 1923 fu licenziato dall'impiego per scarso rendimento e propaganda sovversiva e successivamente entrò nella redazione dell'Avanti!. Nel 1924fu candidato, senza esito, alle elezioni politiche. Sono del 1925 due vivaci polemiche giornalistiche dell'A., che non aveva aderito a nessuna delle scissioni socialiste degli anni precedenti, contro i comunisti torinesi. Nel marzo-aprile difese il sindacato degli operai metallurgici di Torino (FIOM) dagli attacchi dell'Unità, sostenitrice dei comitati di agitazione, e nel settembre avanzò pesanti sospetti sulla provenienza dei fondi dell'Ordine nuovo. Su quest'ultimo punto gli rispose Antonio Gramsci dalle colonne dell'Unità rintuzzando l'infamante insinuazione con sarcasmo sprezzante. Verso la fine del 1926, soppresso l'Avanti! e sciolto il Partito socialista italiano, l'A. lavorò per un comitato di soccorso in favore degli antifascisti colpiti da provvedimenti repressivi, occupandosi particolarmente dei licenziati per motivi politici, e fu segretario della federazione socialista illegalmente ricostruita. L'aspra polemica con i comunisti non gli impedì di partecipare al tentativo di ricomporre un comune fronte sindacale antifascista. Denunciato al Tribunale speciale nel dicembre 1927, nel luglio 1928fu assolto per insufficienza di prove dall'imputazione di propaganda sovversiva. In difficoltà finanziarie, tanto più gravi perché sposato e con prole, si ingegnò a fornire saltuariamente collaborazioni letterarie a riviste quali La Parola, firmando talvolta con pseudonimi, o all'Enciclopedia della cultura italiana. Nel 1929 fu assunto quale verificatore di contatori dalla società che gestiva l'esercizio telefonico (STIPEL) dove lavorò fino al 1942, mostrando agli occhi della polizia "regolare condotta", tanto che nel 1937 fu espunto dallo schedario dei sovversivi.Attorno al 1940 riprese l'attività politica cercando, in collaborazione con altri militanti socialisti piemontesi ed in contatto con i dirigenti esuli in Francia, di ricostruire il partito socialista a Torino e nella regione. Dall'estate 1942 partecipò, quale rappresentante socialista, alle riunioni clandestine del Fronte nazionale d'azione, organismo interpartitico per il coordinamento dell'attività antifascista, contribuendo anche alla stipula del patto di unità d'azione con il partito comunista. Nel gennaio 1943 fu fra i fondatori del Movimento di unità proletaria (MUP), sorto dall'esigenza di un radicale rinnovamento della politica socialista. Dopo il 25 luglio divenne collaboratore per le notizie sindacali del quotidiano di Torino La Stampa e allorché, nell'agosto, entrò a far parte della direzione del Partito socialista italiano di unità proletaria (nuova denominazione del partito socialista dopo la confluenza del MUP), gli fu affidata la redazione torinese dell'Avanti!. Rientrato nella clandestinità dopo l'8 settembre, dedicò all'Avanti! le sue ultime fatiche, curandone la stampa e la redazione clandestine. Membro del comitato stampa e propaganda del Comitato di liberazione nazionale piemontese, partecipò all'organizzazione del grande sciopero operaio del marzo 1944 e curò, in appoggio all'agitazione, alcuni numeri particolarmente impegnativi del giornale socialista. Il momento di maggior successo politico dell'antifascismo segnò anche la maggior pressione poliziesca sul Comitato di liberazione nazionale: l'A. venne arrestato il 9 marzo 1944 dai Tedeschi e rinchiuso nel carcere di S. Vittore a Milano. Di lì, a fine aprile 1944, fu trasferito nel campo di concentramento di Fossoli (provincia di Modena) dal quale, dopo un mese, venne trasportato nel Lager di Mauthausen. Morì a Mauthausen, stroncato dagli stenti, il 1º marzo 1945.  

Filippo Corridoni

Filippo Corridoni

(Pausula, 19 agosto 1887 – San Martino del Carso, 23 ottobre 1915) è stato un sindacalista, militare, politico e giornalista italiano. Filippo Corridoni nacque a Pausula, oggi Corridonia, il 19 agosto 1887 da una famiglia di operai. Dopo avere studiato all’Istituto Superiore Industriale di Fermo si trasferì nel 1905 a Milano per lavorare presso l’azienda metallurgica Miani-Silvestri. Nella città lombarda aderì prima al socialismo e più tardi divenne uno dei capi del sindacalismo rivoluzionario, guidando vittoriosamente importanti lotte per l’emancipazione dei lavoratori. Ardente sindacalista e propagandista instancabile Corridoni univa alla fede nei suoi ideali un forte senso di rispetto verso il mondo operaio. Per non tradire la sua ideologia, nella sua breve vita affrontò condanne, molti mesi di detenzione presso le carceri di S. Giovanni in Monte di Bologna, di Modena e soprattutto S. Vittore a Milano e, persino, l’esilio, prima in Francia e poi in Svizzera. Da uomo d’azione durante la lontananza forzata riuscì però a rientrare in Italia protetto dallo pseudonimo Leo Celvisio. Scelse il nome Leo a ricordo della Rocca si San Leo fortezza papalina dove venivano rinchiusi i detenuti politici e il cognome Celvisio perché la prima cosa che vide rientrato in Italia, a Ventimiglia, fu un cartello pubblicitario della birra omonima. Nel 1912, sempre a Milano, fondò l’Unione Sindacale Milanese di cui divenne segretario. Nel 1914, durante la disputa tra neutralisti e interventisti di fronte alla grande guerra, si dichiarò a favore dell’entrata nel conflitto dell’Italia a fianco delle forze dell’Intesa e guidò il movimento interventista a Milano. Quando il 24 maggio 1915, a conflitto iniziato da dieci mesi, l’Italia, mutando la sua posizione di neutralità, entrò in guerra, Corridoni si arruolò volontario. Partì per il fronte il 25 luglio 1915 e vi rimase 4 mesi. Morì sul Carso alla Trincea delle Frasche il 23 ottobre mentre l’esercito italiano cercava di conquistarla per avere via libera verso Gorizia. Senza la caduta di questa zona dell’altopiano carsico sarebbe, infatti, stato effimero addestrarsi verso l’interno. Corridoni morì in una trincea che fu presa e persa più volte e che nonostante l’ardimento dei soldati italiani alla fine rimase austriaca. Il suo corpo, scomparso nell’infuriare della battaglia, nonostante le ricerche dei compagni, non fu mai ritrovato. Dopo la morte fu decorato con medaglia d’argento, trasformata poi in oro alla memoria perché, come si legge nel volume dell’Albo d’oro dei caduti nella prima guerra mondiale, a cura dell’Istituto Poligrafico dello Stato a Roma nel 1933, visibile sia nella Casa Museo Filippo Corridoni sia nella Biblioteca Comunale: Soldato volontario e patriota instancabile, col braccio e la parola tutto se stesso diede alla Patria con entusiasmo indomabile. Fervente interventista per la grande guerra, anelante alla vittoria, seppe diffondere la sua tenace fede tra tutti i compagni, sempre di esempio per coraggio e valore. In testa alla propria compagnia, al canto di inni patriottici, muoveva fra i primi e con sereno ardimento all’attacco di difficilissima posizione e tra i primi l’occupava. Ritto, con suprema audacia sulla conquistata trincea, al grido: “Vittoria! Viva l’Italia!” incitava i compagni che lo seguivano a raggiungere la meta finche cadeva fulminato da Piombo nemico. La lotta interventista da lui condotta, la morte eroica, i racconti di chi gli fu più vicino nelle ultime ore, il mistero del corpo mai ritrovato, alimentarono una strumentalizzazione e l’esaltazione del Corridoni come eroe fascista che fu perpetuata dal regime e raggiunse il suo apice nel 1931 quando Pausula divenne Corridonia. Caduto il fascismo questa figura, proprio in virtù della celebrazione che ne aveva fatto la dittatura di Mussolini, cadde nell’oblio. Gli studi su questo personaggio risentono ancora di questa situazione, anche se negli ultimi anni si sta procedendo ad una riscoperta critica di questa personalità, grazie soprattutto all’attività di circoli culturali a lui dedicati a Parma, Milano e Corridonia dove è stato allestito presso la casa natale il “Museo Filippo Corridoni”.  

Flaviano di Ricina

Flaviano di Ricina

Flaviano di Ricina (III secolo – Helvia Recina, III secolo) è stato il primo vescovo di Helvia Recina, è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Il vescovo Flaviano, fu probabilmente il primo vescovo di Ricina antica città romana delle Marche fondata dai Piceni. Visse nel III secolo e non sappiamo come fu martirizzato, ma cadde probabilmente nel numero dei martiri, in gran quantità durante il regno degli imperatori Decio e Valeriano, che colpì molti vescovi dell'epoca. A promuovere la figura di questo santo martire fu il suo successore alla cattedra vescovile di Helvia Recina: Claudio, altro santo marchigiano molto venerato, soprattutto nel territorio maceratese, colonizzato dagli abitanti del municipio romano ricinese in fuga dalle invasioni barbariche verso le colline ritenute maggiormente difendibili dell'antica Helvia Recina situata in mezzo alla valle del Potenza. Viene spesso confuso col l'omonimo Patriarca di Costantinopoli, che è vissuto due secoli dopo il vescovo di Ricina. Dopo il martirio le sue ossa furono riposte in una chiesa (oggi scomparsa dopo l'invasione dei Goti) nella città romana. Con la distruzione della stessa nel V o VI secolo, il suo culto fu diffuso nella città di Recanati, appena fondata dai ricinesi in fuga sulle colline.Ma non tutti i ricinesi scelsero di fuggire verso est, un altro gruppo si diresse invece sulle colline a sud-ovest fondando Macerata. Costruita dai benedettini un'Abbazia nei pressi di Pollenza sopra un tempio pagano dedicato alla dea Bona, questa abbazia prese il nome di Rambona e le spoglie del vescovo-martire pare siano state riposte in un sarcofago nella cripta dell'abbazia dopo la fuga dalla città di Helvia Recina. L'Abate, poi santo, di Rambona Amico, era solito pregare davanti al sarcofago con i resti del vescovo Flaviano di Ricina. I resti trovati nel sarcofago esaminati a Rambona risalgono all'epoca di San Flaviano anche se mancano appoggi documentari sull'effettiva sepoltura del santo in questa Abbazia. San Flaviano da Ricina è ricordato il 24 novembre, generalmente indicata come data del suo martirio. È co-patrono della città di Recanati, anche se altre fonti ritengono patrono di Recanati Flaviano Patriarca di Costantinopoli, i cui resti si venerano nell'omonima chiesa di Giulianova, ma alcune reliquie si trovano nella chiesa recanatese a lui dedicata.  

Frazione Montefiore

Frazione Montefiore

La frazione o località di Montefiore dista 9,11 chilometri dal medesimo comune di Recanati di cui essa fa parte. Tra gli affreschi della Sala del Consiglio di Recanati, alzando gli occhi al cielo, si può ammirare il dipinto raffigurante Il Castello di Montefiore, eseguito nel 1889 dal Tassi di Perugia. Tale opera è testimonianza del quasi millenario legame della Città con la popolazione e i luoghi che furono lungamente contesi dai comuni vicini e in particolare da Osimo e Montefano. Il Borgo fu costruito al confine fra gli insediamenti Longobardi del Ducato di Spoleto e i Bizantini della Pentapoli, sulla sommità di un'altura che domina la parte occidentale delle valli del Musone e del Potenza. Il castello, costruito dai recanatesi alla fine del Duecento, è visibile da Recanati e da tutto il paesaggio circostante, fino al mare, al Monte Conero e ai paesi delle colline che gli fanno da corona. Si ritiene che la Torre, posta al centro del Castello e alta quaranta metri, fosse stata eretta per avvistare e segnalare i pericoli e le aggressioni nell'Età Comunale. La chiesa, dedicata a San Biagio, di cui si ha notizia sin dal 1184, fu eretta a parrocchia nel 1462. Essa superava nel Seicento le 300 “anime”; nell'Ottocento esse erano salite a 703. Le trasformazioni da castello murato a borgo rurale si ritrovano nelle caratteristiche architettoniche che portarono a continui interventi. Finalmente nel 2000 sono stati avviati i lavori di restauro del Castello che non è a tutt'oggi visitabile nell'interno, ma fin da ora Montefiore è meta di ogni visitatore che desideri meglio conoscere le nobili tradizioni di un popolo che conserva memoria delle antiche musiche e danze della “Castellana” e capire la poesia e le bellezze del paesaggio dolce che è tra le valli del Musone e del Potenza, tra il mare e i monti azzurri.  

Frazione Musone

Frazione Musone

Valle del Musone è una valle nelle Marche che rappresenta il confine fra le province di Ancona e Macerata. Il fiume Musone è un fiume a carattere torrentizio lungo 76 km e con una portata d’acqua di 6,4 metri cubi al secondo.  

Frazione Sambucheto

Frazione Sambucheto

Sambucheto è una località italiana frazione del comune di Montecassiano, da cui dista 4,5 km. L'abitato si sviluppa lungo la SP 77 senza soluzione di continuità con la località omonima sita però nel territorio di Recanati. Tra Recanati e Sambucheto sono state scoperte le più antiche testimonianze di aree funerarie eneolitiche lungo la vallata del Potenza. In questo territorio vivevano, durante l'età del Rame, alcune comunità che praticavano un complesso culto dei morti ormai pienamente regolato secondo precisi rituali funerari in aree appositamente predisposte

Giacomo Braccialarghe

Giacomo Braccialarghe

Giacomo Braccialarghe Orafo Nato nel 1828, deceduto nel 1922. Geniale e valentissimo artista-operaio. I suoi bellissimi medaglioni cesellati in bronzo, rame, avorio raffiguranti allegorie, celebri personaggi italiani, personaggi ed episodi della storia greca e romana, le sue mirabili incisioni su cristallo e su guscio di madreperla, gli procurarono le più ambite lodi e le massime onorificenze in tutte le mostre dove espose i suoi lavori. A Recanati, G.B. nell’800, intagliò e cesellò per signori, nobili e cardinali, dando vita a questa speciale forma di artigianato. Dapprima rispose alle richieste di oggetti sacri per il santuario di Loreto, cercando poi una sua autonomia nella scelta dei soggetti fino alle innovative tecniche di produzioni, allargando nel tempo sia la gamma dei prodotti realizzati sia i mercati di sbocco. Comunardo Braccialarghe Scrittore (Macerata 1875- Buenos Aires 1951) polemista, anarchico, scrittore e giornalista, autore tra l’altro di novelle, romanzi, poesie, commedie, drammi e saggi, oltre che poliglotta (in possesso di tre lingue straniere) e traduttore di numerose opere; Giorgio Braccialarghe (22 agosto 1911 - 8 luglio 1993) figlio di Comunardo, noto esponente del movimento anarchico sindacale italiano di inizio Novecento, perseguitato e confinato politico, divenuto nel Dopoguerra ambasciatore in Brasile e console in Argentina, fino al suo pensionamento da tali ruoli Severino Braccialarghe Scultore (Macerata 21 giugno 1943) artista, valido scultore, autore di opere anche monumentali in Sud Africa, dove ha vissuto per lunghi periodi, ed ora operante in un piccolo borgo tra le colline Maceratesi e il Parco dei Sibillini dove intende risiedere in permanenza e promuovere l’espressione artistica e l’arte monumentale, in particolare.  

GIACOMO LEOPARDI

GIACOMO LEOPARDI

GIACOMO LEOPARDI: nacque il 29 giugno 1798 a Recanati, nelle Marche. Crebbe in un ambiente famigliare rigido e austero. Leopardi fu avviato presto agli studi e se ne appassionò tanto da acquisire una vasta erudizione linguistica e filologica. Leopardi definì i suoi anni di studio matto e disperatissimo. Recanati per lui cominciava ad apparire come una prigione che ostacolava la libertà e l’incontro con esperienze culturali più vivaci. Nel 1816 si convertì dall’erudizione al bello scoprendo la poesia e in seguito ad una crisi nel 1819 dal bello al vero. In questo periodo inizia la sua prima raccolta di Idilli. Leopardi era un buon osservatore e scriveva di getto, lasciandosi dettare i versi dal cuore. Nel 1822 si reca a Roma, dove ci rimane per alcuni mesi, ma dal viaggio sognato tornò deluso sempre più consapevole dell’incapacità di adattarsi in altri posti che non siano Recanati. Quindi si dedicò alla stesura delle Operette morali, dove è possibile cogliere il pessimismo storico e cosmico. Nel 1827 si trasferì a Pisa e qui inizio la fase dei Grandi Idilli. Nel 1830 visse a Firenze e si innamorò della contessa Fanny Targioni Tozzetti, alla quale dedico il Ciclo di Aspasia. Nel 1833 si trasferì a Napoli, dove compose la Ginestra e dove morì il 14 giugno del 1837. Muore a Napoli il 14 giugno 1837 a causa di un problema di salute di cui non se ne ha conoscenza. - Leopardi definiva i Napoletani “baron fottuti” IDILLI: La parola idillio (dal greco eidùllion, “piccola immagine”, “ quadretto”) designa un piccolo componimento poetico di carattere rustico e agreste. L’idillio leopardiano è uno stato d’animo inquadrato nel paesaggio. PESSIMISMO STORICO: Leopardi giunge a considerare che l’infelicità è frutto dell’evoluzione dell’uomo, e che l’infelicità è un prodotto della ragione moderna. Secondo Leopardi solo gli antichi potevano raggiungere una condizione, per quanto illusoria, di felicità PESSIMISMO COSMICO: secondo Leopardi l’infelicità è connaturata alla natura dell’uomo e che quindi che nasciamo umano o animale siamo destinati ad essere infelici per sempre. Giacomo Leopardi nacque a Recanati il 29 giugno 1798, primogenito del conte Monaldo e della marchesa Adelaide Antici, primo dei fratelli Carlo, Paolina, Luigi, morto 9 giorni dopo, ancora Luigi e Pierfrancesco. Se la madre dimostrò sempre verso i figli scarso trasporto, il padre, reazionario in politica, a suo modo affettuoso, era colto e amante dei libri, e fu lui, con l'aiuto di precettori ecclesiastici, a iniziare il figlio agli studi, secondandone l'ingegno vivace e immaginoso. Ben presto Giacomo non ebbe più bisogno di istruttori: l'ambiente familiare freddo ed immobile, la mancanza di stimoli in un contesto culturale e sociale quale era quello di Recanati, paese arretrato e chiuso alle novità, lo spinsero ad isolarsi sempre più tra i libri della ricca biblioteca paterna. In "sette anni di studio matto e disperatissimo", attraverso una smisurata e disordinata serie di letture, divenne un erudito ed un filologo di eccelso livello, esperto in lingue moderne e classiche, ebraico compreso. Preannunciati dalle sue traduzioni, cominciavano anche i primi esperimenti poetici originali, ma anche, disgraziato corollario di questa instancabile attività, l'acuirsi di quei mali che l'avrebbero accompagnato tutta la vita: alla avanzata deformazione della colonna vertebrale si aggiunse una grave «debolezza de' nervi oculari», che lo privò per molto tempo, a più riprese, della consolazione della lettura. Fu questo forzato isolamento, esasperandone il già latente pessimismo, che lo spinse nel '19 - anno dei primi Idilli e de L'infinito - a tentare la fuga: scoperto dal padre, fu costretto a rimanere nel grigiore di quell'ambiente chiuso e retrivo, fino al novembre del '22, quando finalmente gli fu permesso di soggiornare per qualche tempo a Roma. Ma fu una delusione: solo la tomba dell'amato Tasso ne suscitò la commozione. Nel '25 poteva lasciare nuovamente Recanati, grazie al lavoro commissionatogli dall'editore milanese Stella. Ma le condizioni di salute lo costrinsero a vagare fra Milano, Bologna, Firenze e Pisa. Sono gli anni della pubblicazione delle Operette morali. Nel novembre del '28 tornò al «natio borgo selvaggio». Qui, nel '29-30, comporrà alcune delle sue liriche più famose, fra cui Le Ricordanze e il Canto Notturno. Nel maggio del '30 lascia Recanati per Firenze, dove, nel '31, darà alle stampe la prima edizione dei Canti, e dove soggiornerà, col Ranieri, fino al '33. Ma intanto il suo stato di salute peggiorava, amareggiato anche da delusioni sentimentali (mirabilmente espresse nel ciclo "dedicato" ad Aspasia), per cui nell'ottobre di quell'anno si trasferì con l'amico a Napoli, ove pubblicherà, nel '35, la seconda edizione dei Canti. L'anno dopo scrive quello che possiamo quasi considerare il suo testamento spirituale, La Ginestra. E a Napoli muore, di idropisia, il 14 giugno 1837. Venne sepolto nella chiesetta di San Vitale sulla via di Pozzuoli. Di lì, nel 1939, i suoi resti sono stati traslati a Mergellina, presso la cosiddetta «tomba di Virgilio».  

Giardino del Concilio

Giardino del Concilio

Piazza Verde di Villa Teresa battezzata “Giardino del Concilio” per i 50 anni dal Concilio Vaticano II, con la benedizione del Vescovo Monsignor Nazareno Marconi. 

Giovanni Falleroni

Giovanni Falleroni

è stato un politico e patriota italiano fu un ardente repubblicano. Volontario nel 1859 e nel 1860 con la spedizione Medici, partecipò all'assalto di Milazzo del 20 luglio. All'inizio del 1882 venne condannato in Roma a sei mesi di carcere per motivi politici, ed esulò allora a Lugano. Nell'ottobre dello stesso anno fu eletto deputato con la Consociazione democratica nel collegio di Macerata con 2.484 voti . Si presentò alla seduta parlamentare del 30 novembre 1882 presentando il suo noto: non giuro. In seguito a questa sfida, per evitare l'arresto dovette immediatamente tornare a Lugano ove visse parecchio tempo. FALLERONI, Giovanni. - Nacque a Loreto (prov. di Ancona) il 27 dic. 1837, figlio di Francesco e di Tarsilla Bocci. Studiò filosofia a Recanati, dove risiedeva con la famiglia; nel 1854 si iscrisse alla facoltà di medicina di Macerata, completando gli studi a Bologna. Nella primavera del 1859 il F. e il fratello Lorenzo, seguendo le istruzioni diramate dalla Società nazionale italiana, partirono per arruolarsi come volontari nell'esercito del Regno di Sardegna. A Torino, passata la visita di leva, il F. entrava il 4 giugno nel corpo dei bersaglieri. Inviato al deposito di Cuneo, venne incorporato nell'XI battaglione, appena costituito. Dopo Villafranca, il 28 luglio il gen. A. Ferrero della Marmora comunicava, con una circolare, che i volontari non appartenenti alle province lombarde potevano chiedere il congedo. Nel mese di agosto il F. si recava a Bologna, dove alla fine settembre si arruolava nuovamente, questa volta nel XXIV battaglione bersaglieri, che faceva parte dell'esercito della Lega dell'Italia centrale. Il 1° ottobre ebbe il grado di caporale. Abbandonato l'esercito nel maggio del 1860, raggiungeva in Sicilia Garibaldi, aggregandosi alla brigata Medici appena in tempo per prendere parte all'assalto di Milazzo del 20 luglio. Il 25 entrava a Messina con la 17a divisione (la brigata era diventata divisione il 19 luglio). Il 20 settembre, con il battaglione Cattabene, prese parte allo scontro di Caiazzo tra garibaldini e borbonici. Nella ritirata fu ferito ad una mandibola e portato prigioniero a Capua. Liberata la città il 2 novembre, il F. chiese il congedo appena emanato il decreto governativo dell'11 novembre sui volontari dell'esercito meridionale. Nel 1861 fu nominato medico condotto a Recanati. L'anno seguente gli moriva il padre e toccò a lui, insieme con la madre, assumere il peso del mantenimento dei due fratelli e delle cinque sorelle. Operò nelle condotte mediche di Preggio, di Tuoro e di Cannara, tutte in provincia di Perugia, finché, nel 1872, fu richiamato a Recanati con un aumento di stipendio. Nel 1873 prese a Napoli la specializzazione in chirurgia, che gli consentì di essere nominato interino nella condotta chirurgica di Porto Recanati. Successivamente, per motivi politici, abbandonò la condotta. Tornato a Tuoro come medico chirurgo nel 1878, si inserì nel dibattito acceso dai progetti di prosciugamento del lago Trasimeno, sostenendo le ragioni a favore dell'iniziativa che, a suo dire, avrebbe migliorato le condizioni di salute della popolazione locale. Entrato in polemica col sindaco di Tuoro G. Pompili, contro di lui pubblicò a Recanati nel 1879 l'opuscolo Sullo scritto "Osservazioni e schiarimenti intorno al consorzio per il lago Trasimeno" di Guido Pompili. Lo scontro si concluse con un duello e con il licenziamento del F. da parte del Comune. Iniziato in massoneria fin dal 1864, repubblicano e anticlericale, collaboratore dal 1879 del periodico L'Educatore di Macerata, espressione dell'opposizione democratico-repubblicana, giunto a Roma nel 1880 ebbe modo di intensificare la sua attività politica collaborando al quotidiano La Lega della democrazia ed entrando a far parte del Circolo repubblicano e di quello intestato a M. Quadrio. Alla fine del 1881 fu denunciato per aver distribuito ed affisso nella notte del 17-18 novembre stampati antimonarchici in risposta al viaggio ufficiale che Umberto I aveva compiuto a Vienna in ottobre. Condannato dal tribunale di Roma il 17 genn. 1882 a sei mesi di carcere e a 500 lire di multa, la sentenza fu riconfermata in appello il 31 marzo 1882. Per evitare il carcere si rifugiò a Lugano, rifiutandosi di domandare la grazia da lui giudicata "una delle più grandi e più odiose ingiustizie" (Morlacchi, p. 15).  

Giovanni Gentile

Giovanni Gentile

Filosofo e uomo politico italiano (Castelvetrano, Trapani 1975- Firenze 1944). Studiò alla scuola normale di Pisa e fu docente universitario a Palermo, a Pisa e a Roma. Dal 1903 collaborò alla rivista “La Critica”, diretta da Benedetto Croce. Fu ministro della Pubblica Istruzione fino al 1924 e in tale veste elaborò e attuò quella riforma della scuola italiana nota come “Riforma Gentile”. Fu consigliere nazionale e senatore; diresse la Scuola Normale di Pisa e l’Istituto per l’Enciclopedia Italiana, dal 3 novembre 1943 alla morte, fu presidente dell’Accademia d’Italia. Egli rimase pur sempre uno degli intellettuali più rappresentativi del regime. Aderì alla Repubblica di Salò. Cadde a Firenze per mano dei partigiani, che vollero colpire in lui uno dei simboli del tradimento della cultura. Il pensiero del Gentile muove dalla revisione di Hegel e utilizza le intuizioni dei classici della filosofia italiana. Per il Gentile tutta la realtà è atto dello spirito, donde il nome di “attualismo” con cui viene caratterizzata la sua filosofia. Opere principali: “La filosofia di Marx” (1899), ”L’atto del pensiero come atto puro”(1912), “Sommario di pedagogia come scienza filosofica” (1912), “Genesi” (postuma). Di notevole interesse è stata la pubblicazione delle “Lettere a Croce” (1971-1978). 

Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II

Papa Giovanni Paolo II, nato Karol Józef Wojtyła (Wadowice, Polonia, 18 maggio 1920 – Città del Vaticano, 2 aprile 2005) è stato il 264º papa della Chiesa cattolica, 6º sovrano dello Stato della Città del Vaticano, accanto agli altri titoli connessi al suo ufficio. Fu eletto papa il 16 ottobre 1978. In seguito alla causa di beatificazione, il 1º maggio 2011 è stato proclamato beato dal suo immediato successore Benedetto XVI e viene festeggiato annualmente nel giorno del suo insediamento, il 22 ottobre; nella storia della Chiesa, non accadeva da circa un millennio che un papa proclamasse beato il proprio immediato predecessore. Il 27 aprile 2014, insieme a papa Giovanni XXIII, è stato proclamato santo da papa Francesco. Primo papa non italiano dopo 455 anni, dai tempi di Adriano VI (1522-1523), è stato inoltre il primo pontefice polacco nella storia e il primo proveniente da un Paese di lingua slava. Il suo pontificato è durato 26 anni, 5 mesi e 17 giorni ed è stato il terzo pontificato più lungo della storia (dopo quello di Pio IX e quello tradizionalmente attribuito a Pietro apostolo). Muore a Roma, nel suo alloggio nella Città del Vaticano, alle ore 21.37 di sabato 2 aprile 2005. I solenni funerali in Piazza San Pietro e la sepoltura nelle Grotte Vaticane seguono l'8 aprile. 

Giuseppe Persiani

Giuseppe Persiani

Giuseppe Persiani (Recanati, 11 settembre 1799 – Parigi, 13 agosto 1869) è stato un compositore italiano. Giuseppe Persiani proveniva da una famiglia di musicisti marchigiani. Tanto lui quanto le sue due sorelle vennero avviati allo studio della musica fin dall'infanzia dal padre Tommaso Persiani, musicista e maestro di musica, morto a Monte Santo (Potenza Picena) il 27 giugno 1814. Iniziò la sua carriera dirigendo l'orchestra del teatro della sua città, Recanati (che dal 1898 porta il suo nome). Nel 1819, lasciò Recanati per recarsi prima a Tolentino, poi a Roma dove fu assunto come violinista dal direttore dell'orchestra del teatro Valle, M. Pelliccia. Fu lo stesso Pelliccia che nel gennaio del 1820, resosi conto delle sue capacità, lo spinse a recarsi a Napoli, indiscussa capitale della musica, per permettergli di completare la sua preparazione. Nel 1823 si trasferì a Cerignola dove accettò un posto come insegnante di musica, dovendo mantenere le sorelle. Questo spiega perché in questo periodo rifiutò l'invito fattogli da Gioachino Rossini, che aveva conosciuto nella sua permanenza napoletana, di recarsi con lui a Vienna. A Cerignola lavorò poi come autore di musica sacra. Si trasferì poi di nuovo a Roma, poi a Firenze dove conobbe Alessandro Lanari, impresario del teatro La Pergola, per il quale scrisse la sua prima opera: Piglia il mondo come viene. Questo melodramma buffo, in due atti, andò in scena la sera del 24 gennaio 1826, dopo L'ajo nell'imbarazzo di Gaetano Donizetti ottenendo un buon successo, tanto che in seguito Persiani continuò a scrivere per la Pergola. In Toscana conobbe inoltre il celebre soprano Fanny Tacchinardi, che sposò nel 1829. La consacrazione come operista gli venne con Danao re d'Argo, scritto dal librettista Felice Romani. Nel 1835 Persiani scrisse la sua opera più importante: Ines de Castro, su libretto scritto da Salvadore Cammarano, con Maria Malibran nei panni della protagonista nel successo della prima assoluta al Teatro San Carlo di Napoli. Nel 1837, i coniugi Persiani si trasferirono definitivamente a Parigi.  

Gregòrio XII

Gregòrio XII

Angelo Correr (Venezia 1323 circa - Recanati 1417); già patriarca di Costantinopoli, e dal 1405 prete-cardinale di S. Marco, si trovò implicato nell'ultima parte della sua vita nelle lotte del cosiddetto scisma d'Occidente. Eletto infatti pontefice il 30 nov. 1406 (consacrato il 19 dic.), quando Benedetto XIII era papa avignonese dal 1394, tentò di accordarsi con l'avversario per giungere ad una abdicazione simultanea dei due pontefici. Questa fu raggiunta al di fuori dei disegni di G., poiché il Concilio di Pisa, all'uopo convocato, depose Benedetto XIII e lo stesso G. (1409), ed elesse papa Alessandro V (Pietro Filargo), che ottenne il riconoscimento della maggior parte dei principi cristiani. G., come del resto Benedetto XIII, non riconobbe la legittimità di Alessandro V e del successore Giovanni XXIII (Baldassarre Cossa); ma al Concilio di Costanza rinunciò alla tiara (4 luglio 1415), ricevendo in compenso il titolo di cardinale-vescovo di Porto e di legato della marca d'Ancona, nonché il diritto d'avere il primo posto dopo il pontefice. Proveniente dalla nobile famiglia veneziana dei Correr, era figlio di Niccolò di Pietro e di Polissena. Era zio del cardinale Antonio Correr, C.R.S.G.A. e del cardinale Gabriele Condulmer, il futuro papa Eugenio IV. Proveniente dalla nobile famiglia veneziana dei Correr, era figlio di Niccolò di Pietro e di Polissena. Era zio del cardinale Antonio Correr, C.R.S.G.A. e del cardinale Gabriele Condulmer, il futuro papa Eugenio IV. Il Correr ottenne il magistero in teologia e ne divenne professore all'Università di Bologna. Fu canonico del Capitolo della Cattedrale di Venezia. Nell'ottobre del 1380 fu nominato vescovo di Castello, carica che mantenne per dieci anni, allorché venne nominato patriarca di Costantinopoli. Fu legato pontificio in Istria e Dalmazia per conto di Urbano VI nel 1387. Nel 1399 fu legato pontificio per conto di Bonifacio IX (Pietro Tomacelli-Cybo) a Napoli, presso il re Ladislao. Nel 1405 venne nominato governatore della Marca anconitana. Nel concistoro del 12 giugno 1405 venne nominato cardinale da Innocenzo VII e ricevette il titolo di cardinale presbitero di San Marco. Gregorio succedette a Innocenzo VII il 30 novembre 1406 e fu incoronato il 19 dicembre successivo[4]. Con lo Scisma d'Occidente, creatosi nel 1378, il Collegio cardinalizio si era diviso; alcuni cardinali avevano seguito gli antipapi ad Avignone formando così collegi diversi. Gregorio fu eletto a Roma da un conclave di obbedienza romana. I quindici cardinali giurarono che, se l'antipapa Benedetto XIII avesse rinunciato a tutte le sue pretese al papato, anche Gregorio avrebbe rinunciato alle sue. In questo modo si sarebbe svolta una nuova elezione e si sarebbe posto fine allo scisma. Lo stesso collegio cardinalizio impose al neoeletto di non nominare alcun nuovo cardinale, se non per portare il numero dei porporati di obbedienza romana alla pari con quelli di obbedienza avignonese.I due pontefici aprirono dei negoziati prudenti, per incontrarsi su suolo neutrale a Savona. Inizialmente erano entrambi esitanti: da un lato i parenti di Gregorio XII e Ladislao di Napoli, timorosi di perdere i benefici in caso di rinuncia, spingevano l'anziano pontefice a rifiutare le offerte provenienti da parte avignonese. Fatto sta che nell'inverno 1407-1408 i due pontefici si avvicinarono: Benedetto si trovava a Portovenere (nella Riviera ligure di levante), mentre Gregorio era a Lucca, luoghi che distano 85 km[3]. Il timore di entrambi i pontefici di essere catturati dalla fazione avversa fece però fallire la trattativa quando era sul nascere.Davanti al tentennamento di entrambi i pontefici, i cardinali di ambo le fazioni diedero segni di insofferenza e Gregorio, timoroso di perdere il sostegno dei suoi cardinali, nominò il 9 maggio 1408 quattro nuovi cardinali (tra cui Eugenio IV e Giovanni Dominici), contravvenendo alle decisioni prese nel Conclave. Gregorio obbligò i cardinali di obbedienza romana a non allontanarsi da Lucca. D'altro canto Benedetto XIII, che non era mai stato desideroso di abdicare, decise di rifugiarsi presso re Martino I d'Aragona, il suo principale alleato.Disobbediendo alle indicazioni di Gregorio XII, sette cardinali di obbedienza romana lasciarono Lucca in segreto e negoziarono con i cardinali di Benedetto la convocazione di un concilio generale, nel corso del quale i due Papi sarebbero stati deposti e uno nuovo eletto. I due gruppi convocarono un concilio a Pisa invitando entrambi i pontefici a partecipare. Né Gregorio XII, né Benedetto XIII si fecero vedere. Gregorio restò presso il suo leale e potente protettore, il principe Carlo I Malatesta, che si recò a Pisa di persona, durante lo svolgimento del concilio, allo scopo di appoggiare Gregorio presso i due gruppi di cardinali. Nel corso della quindicesima sessione, il 5 giugno 1409, il Concilio di Pisa depose i due pontefici come scismatici, eretici, spergiuri e scandalosi. Dal conclave che ne seguì, fu eletto papa il cardinale greco Pietro Filargo, che prese il nome di Alessandro V.Gregorio XII, che nel frattempo aveva nominato altri dieci nuovi cardinali, tra cui anche il nipote Angelo Barbarigo (concistoro del 19 settembre 1408), aveva convocato un concilio rivale a Cividale del Friuli, nei pressi di Aquileia (Repubblica di Venezia). Sebbene pochi vescovi vi partecipassero, i padri conciliari dichiararono Benedetto XIII e Alessandro V usurpatori del seggio apostolico, ribadendo la linea della successione romana.Ma a Gregorio fu fatto capire che la sua presenza nella Repubblica veneziana non era gradita. La Serenissima aveva compreso infatti che sostenere un papa screditato, quale era Gregorio, avrebbe potuto comportare una serie di rischi politico-diplomatici che essa non poteva sostenere. Immediatamente dopo la conclusione dell'ultima sessione del Concilio di Cividale (5 settembre 1409), Gregorio, timoroso di essere imprigionato, fuggì dal Friuli. Né il Concilio di Pisa né quello di Cividale furono riconosciuti dalle due obbedienze.Riuscito a salvarsi rocambolescamente, Gregorio trovò rifugio presso Ladislao di Napoli, nel tentativo di opporsi all'avanzata dell'antipapa Giovanni XXIII, nel frattempo succeduto ad Alessandro V, deceduto nel 1410. Giovanni XXIII intendeva prendere Roma per mostrare alla cristianità di essere il legittimo pontefice. A questo scopo si alleò con il rivale dinastico di Ladislao, Luigi II d'Angiò. Giovanni strinse un accordo anche con lo stesso Ladislao, che voltò le spalle a papa Gregorio. Al pontefice non rimase che fuggire presso Carlo I Malatesta; sbarcò a Cesenatico il 22 dicembre 1411. Tra il 1411 e il 1415 Gregorio visse da esule nella Romagna governata dal Malatesta, prevalentemente a Rimini.Lo scisma nella Chiesa latina si poté risolvere grazie al decisivo intervento dell'imperatore Sigismondo. Nel novembre 1414 Giovanni XXIII convocò un concilio. L'antipapa aveva scelto come sede conciliare Roma; l'imperatore impose che il concilio si svolgesse in territorio germanico, a Costanza. Da Rimini, Gregorio XII seguì i lavori che si protrassero per mesi senza apparente soluzione finché il 29 maggio 1415 Giovanni XXIII fu deposto.La situazione si era ribaltata a favore di Gregorio. Egli poteva quindi ricomporre lo scisma abdicando. Però doveva prima essere riconosciuto come unico legittimo pontefice. Prima di eseguire questi passi si dovette espletare una formalità: il concilio era stato convocato da un antipapa, Gregorio lo doveva quindi riconoscere. Egli, senza muoversi da Rimini, nominò Carlo Malatesta e il cardinale Giovanni Dominici di Ragusa come suoi delegati. Essi si recarono a Costanza e, di fronte all'assemblea conciliare, il cardinal Dominici lesse la bolla di convocazione del concilio siglata da Gregorio ed autorizzò i suoi atti di successione. Quindi il Malatesta, sempre in nome di Gregorio XII, pronunciò il 4 luglio 1415 la rinuncia all'ufficio di romano pontefice da parte di Gregorio, che i padri conciliari accettarono. In base a precedenti accordi, il Concilio accettò anche di mantenere tutti i cardinali che questi aveva creato, dando così soddisfazione alla famiglia Correr, e nominando Gregorio vescovo di Porto e legato pontificio ad Ancona. Restava il papa avignonese, Benedetto XIII, irremovibile nelle sue posizioni, ma oramai abbandonato da tutti. Fu Ritornato ad essere Angelo Correr, l'anziano prelato trascorse il resto della sua vita in una tranquilla oscurità ad Ancona, dopo essere stato reintegrato pienamente nel collegio cardinalizio per il comportamento dignitoso che mostrò durante il Concilio di Costanza. È sepolto nella cattedrale di Recanati Dopo di lui tutti i papi sono stati sepolti a Roma,deposto da un concilio nel luglio 1417.  

Il passero solitario

Il passero solitario

è una poesia di Giacomo Leopardi. La genesi lunga di questa lirica la rende “anomala” rispetto agli altri Grandi Idilli, poiché è sì strutturata sui canoni di queste composizioni, ma deriva da un'idea emersa in età giovanile (tra il 1819 ed il 1820), annotata nelle pagine dello Zibaldone. Tuttavia la composizione deve essere posteriore rispetto a quella dei grandi idilli, dato che il canto non compare ancora nell'edizione fiorentina del 1831, bensì in quella napoletana del 1835. Probabilmente la collocazione in testa ai primi idilli può essere spiegata in base alla tematica, che è vicina a quella giovanile (la propria infelicità, contrapposta a quella degli altri giovani), rievocata nel presente ricavandola con la memoria (cf. A Silvia). Il passero che Leopardi vede sulla torre campanaria di Recanati richiama al poeta un'identificazione malinconica tra l'uccello e se stesso, che però risulta epidermica, parziale: entrambi sono esseri soli. Va specificato che, contrariamente a ciò che ritengono in molti, l'uccello cui si riferisce il poeta non può certo essere il passero comune, ma proprio una specie chiamata passero solitario (Monticola solitarius), una sorta di merlo dai colori bluastri, dotata di un bellissimo canto melodioso, che usa vivere proprio sui vecchi palazzi delle città. D'altra parte, il passero comune non canta affatto bene e risulterebbe assai strano che Leopardi immaginasse un monotono cip cip come un'armonia che erra nella valle. Leopardi, uomo di grande cultura, conosceva senz'altro bene questa specie bellissima. Tutto questo non fa che rendere ancor più bella la similitudine fra il poeta e l'uccello solitario. Leopardi è solo, a causa della situazione di dolore esistenziale in cui versa. Dolore che il passero solitario, poiché desidera la solitudine per natura, non percepisce e dunque non può provare, sentendosi sempre felice. La prima strofa (vv. 1-16) è incentrata sulla descrizione del piccolo uccello. Si può suddividere in tre sezioni. La prima (vv. 1-5) presenta il passero nella sua umile contemplazione della valle recanatese che si stende ai piedi della torre. I versi dal 5 all'11 intendono illustrare, secondo una terminologia richiamante al caro imaginar (cfr. Le Ricordanze, v.89), il paesaggio in cui si configura la riflessiva digressione poetica sul passero. La terza ed ultima parte (vv.11-17), invece, si concentra sull'analisi della pensosa solitudine del piccolo animale che, evitando i divertimenti e le attività dei suoi simili, preferisce allontanarsi dalla torre e volare via. La seconda strofa (vv. 17-44), è incentrata sulla figura del poeta in un'alternanza di focalizzazioni dal passero a Leopardi. Si compone di una tripartizione speculare alla prima strofa, che questa volta è dedicata alla figura del poeta. In una sorta di analogia comparata con la situazione del passero, introdotta grazie al termine "somiglia", Leopardi nell'esordio (vv. 17-26) si paragona e, dopo aver constatato la propria solitudine rispetto agli altri esseri umani che è cagione di malinconia e dolore, volge lo sguardo dal suo palazzo al borgo recanatese in festa, dove giovani corrono per le strade a celebrare le ricorrenze, tra suoni e colori, in una vaga illusione di felicità (vv. 32-35). Infine, al pari del passero, Leopardi decide di allontanarsi da quell'aria di divertimento così aliena: egli è schivo di fronte ai divertimenti effimeri della vita. Prende infatti la via verso una meta indefinita e remota nella campagna attorno a Recanati (vv. 36-44). Con la strofa finale ritorna l'immagine del passero (vv.45-59), più corta delle precedenti. Leopardi si rivolge al piccolo animale, con una sorta di nostalgica invidia: il passero, difatti, pur avendo anche lui innata la sofferenza, non la percepisce, e pertanto rimane nella sua illusoria condizione di felicità (vv. 45-49). Il raffronto con la condizione del poeta è il passo successivo e finale, coi canoni tipici del vero: malinconia e infelicità, la terribile ombra della vecchiaia che toglierà ogni senso al miserando vagare sulla terra che è l'esistenza dell'uomo  

Il porto di Ripetta

Il porto di Ripetta

Oggi ci troviamo a largo san Rocco, davanti la chiesa omonima, cioè a pochi metri dall'idrometro per la misurazione delle alluvioni del Tevere che avevamo descritto nello scorso post (vedi foto), come al solito a caccia dei segreti di Roma. Piccolo ma splendido porto costruito all'inizio del 1700, per l'approdo delle barche provenienti sopratutto dal retroterra umbro (cioè a monte del flusso del Tevere): il porto di Ripetta. Il nome di questo porto deriva dal diminutivo del porto di Ripa Grande, un approdo difatti più grande e importante, posto più verso la foce del fiume, nella zona di Ponte Sublicio, a cui era affidato il traffico marittimo .Il fatto che ci sia stato un traffico fluviale ben organizzato sul Tevere di solito stupisce il romano di oggi, abituato com'è a vedere il traffico sui lungotevere, spostato però sulla terraferma, come un'esclusiva conquista della modernità! Forse questo è anche una spia di un rapporto di vicinanza e di rispetto dei romani con il loro fiume che andrebbe recuperato... Il porto di Ripetta, progettato dall'architetto Alessandro Specchi, aveva un prospetto a gradoni, artisticamente molto bello, proprio di fronte alla chiesa di San Rocco (vedi disegno), con una fontana al centro per dissetare persone e animali a cui erano affidati i carichi delle imbarcazioni. Materia prima della costruzione il travertino del Colosseo! Possiamo trovare dov'era la posizione esatta del porto di Ripetta attraverso una sovrapposizione che ho eseguito dell'antica "mappa di Roma" di Nolli (1748) con la moderna mappa di Google Maps (ho eseguito sulla mappa antica una moderna tecnica di riproiezione geografica) (vedi foto-sequenza). La sovrapposizione consente anche di appurare la severità dell'intervento della costruzione dei muraglioni sull'originale corso del fiume. Il nome di una delle tre vie del "tridente romano", via di Ripetta, che si diparte da Piazza del Popolo e arriva proprio qui, deriva proprio dal fatto che conduceva a questo approdo. La costruzione del Ponte Cavour ha cancellato quel poco che ne era rimasto dopo la costruzione dei muraglioni Spostiamoci verso il Ponte Cavour, attraversando via Tomacelli. In un piccolo slargo un pò nascosto troviamo una fontana. abbastanza curiosa: in secca, con due colonne ai lati, e con una sorta di lampione (spento) in cima In realtà essa è l'originale fontana dell'antico porto di Ripetta, le due colonne sono i due antichi idrometri delle alluvioni che si trovavano ai suoi lati, e la lanterna che c'è sopra era nientemeno che...l'antico faro del porto. le due colonne e la fontana con la lanterna-faro, uniche superstiti ora, custodiscono il ricordo di questo pezzo di Roma che non c'è più.

JACOMETTI PIETRO PAOLO

JACOMETTI PIETRO PAOLO

JACOMETTI, PIETRO PAOLO. – Nacque a Recanati nel 1580 da Giovan Battista e da Francesca Calcagni, sorella dello scultore Antonio. Avviatosi allo studio del disegno sotto la guida dello zio e formatosi in campo pittorico come allievo di Cristofano Roncalli detto il Pomarancio, si dedicò poi all’attività scultorea, contrassegnando con la sua produzione, spesso eseguita assieme con il fratello Tarquinio, la fase conclusiva della scuola bronzistica recanatese. L’apprendistato a Roma presso Roncalli si può datare al 1604, poiché nel 1605, come egli stesso ricorda nelle sue Memorie, fece ritorno a Loreto assieme al maestro, per eseguire gli affreschi della sagrestia Nuova e, dalla fine del 1609 al 1614, quelli, perduti, della cupola del santuario della Santa Casa. Il manoscritto autografo (1655), in cui lo Jacometti elenca gran parte delle opere realizzate durante la sua attività, non è più reperibile, ma, già posseduto dai marchesi Podaliri di Recanati, fu trascritto da P. Gianuizzi (Loreto, Archivio storico della S. Casa di Loreto, Miscell. Gianuizzi F, pp. 379-397) e poi pubblicato da G. Pauri (pp. 86-87) e da M. Carancini (pp. 82-89). La collaborazione col Pomarancio viene accolta dalla letteratura artistica non solo locale (Baldinucci, p. 324; Maggiori; Ricci, p. 233), ma risulta difficile chiarire i termini esatti di tale rapporto che, come si evince dalle Memorie, comprese anche alcuni incarichi di lavoro affidati al maestro e passati all’allievo. Tale attività appare tuttavia poco indagata, essendo oramai dispersa la maggior parte dei dipinti citati dalle fonti (alle opere elencate nelle Memorie vanno aggiunte quelle segnalate da D. Calcagni). Rimangono il S. Carlo Borromeo genuflesso, ricordato da Serra (p. 421) nella chiesa delle Clarisse di Recanati (poi Recanati, S. Agostino), e l’Ultima Cena, commissionata nel 1627 dai padri del convento di S. Francesco di Recanati (ora Montelupone, Pinacoteca civica). Tali opere sono caratterizzate da una sorta di controllato espressionismo e dalla costruzione quasi scultorea delle figure, in cui l’artista rivela una discreta facilità di disegno ma una debole qualità coloristica. Il riferimento stilistico rimane l’opera di Roncalli osservata anche per l’impianto compositivo, come evidenziano le affinità formali tra il S. Carlo dello I. e quello attribuito al maestro (Loreto, Museo apostolico). Dalle Memorie si evince che fu sempre grazie alla mediazione del Pomarancio, con cui collaborò fino al 1615, che lo Jacometti ricevette le prime commissioni come scultore. Nel 1613 fu incaricato dalla comunità di Recanati di realizzare, insieme con il fratello Tarquinio, il busto bronzeo del cardinale Antonio Maria Gallo, da collocarsi sulla facciata del palazzo comunale; opera perduta il cui disegno è stato attribuito proprio al Pomarancio (Chiappini di Sorio, p. 20). A partire da questa data ebbe inizio il fertile sodalizio artistico con il fratello. Pier Paolo Jacometti (Recanati, ... – Recanati, 1658) è stato uno scultore e fonditore italiano. Nato a Recanati e nipote dello scultore e fonditore Antonio Calcagni, svolge un primo tirocinio come pittore con il Pomarancio. Lavorò poi come scultore con il fratello, Tarquinio Jacometti con cui realizza la Fontana dei Galli (1614 - 1616) e la Fontana Maggiore (1619 - 1620), entrambe a Loreto. Lavorano poi per Faenza, Macerata, Recanati, Osimo e Ascoli Piceno. La sua morte nel 1658 pone fine al secolo della scuola bronzea marchigiana. Opere Ultima Cena (attribuita), Pinacoteca Comunale, Montelupone Medaglione ritratto del Cardinal Gallo (1613), Fontana dei Galli, (1614 - 1616) Loreto decorazioni per la Fontana Maggiore, (1619 - 1620) Piazza della Madonna, Loreto Bronzi per la fontana di Piazza Maggiore (1619 - 1620), Faenza Bronzi del Fonte Battesimale, (1623) Cattedrale di San Flaviano, Recanati Busto del Cardinale Pio di Savoia (1623), Recanati Busto del Cardinale Pio di Savoia (1623), Macerata Fonte Battesimale (1629) Battistero, Osimo Monumento Commemorativo di Vincenzo Cataldi (1630) Chiesa di San Francesco, Ascoli Piceno Bassorilievo Votivo in onore della Madonna di Loreto, Torre civica, RecanatiBattistero, (1655) Penne TARQUINIO nacque, forse a Recanati, nel 1571 e fu battezzato a Loreto il 18 gennaio; fin dagli anni giovanili si dedicò all’attività scultorea sotto la guida dello zio Antonio Calcagni. Alla morte di questi, nel 1596, stipulò il contratto, assieme a Sebastiano Sebastiani, per il completamento della porta bronzea meridionale della basilica di Loreto, iniziata dallo zio nel 1590; il contratto dell’opera, terminata nel 1600, contemplava la lavorazione di alcuni modelli e la realizzazione delle restanti formelle. Non risulta facile riconoscere con certezza le parti spettanti a Tarquinio. Rotondi (pp. 37 s.) gli attribuisce un bozzetto in terracotta raffigurante Giacobbe e l’Angelo (Ancona, Museo diocesano), in cui nota un nuovo senso del movimento, una più evidente duttilità plastica e un maggior pittoricismo nella successione dei piani; in base a ciò lo studioso assegna allo scultore, oltre alle figure dei Profeti e delle Sibille, il riquadro con la Scala di Giacobbe e, quali traduzioni bronzee dei modelli dello zio, il Trasporto dell’Arca santa, Abigail e David ed Ester e Assuero. A Tarquinio sono state poi ricondotte le formelle con il Sacrificio di Caino e Abele, l’Uccisione di Abele, il Sacrificio di Noè, e le quattro Figure femminili che fiancheggiano i grandi stemmi di Sisto V e di Clemente VIII; l’ipotesi della collaborazione con lo zio trova conferma nelle affinità formali tra questo gruppo di opere e le figure allegoriche poste alla base del monumento di Sisto V antistante la basilica lauretana, realizzato e firmato da Calcagni (1590; Giannatiempo López 1996). Il 12 luglio 1597 Tarquinio chiese l’emancipazione dal padre e il 22 febbr. 1599 sposò Silvia Silani, da cui ebbe quattro figli. Negli anni 1600-1607, insieme con Sebastiani e con Giovan Battista Vitali, collaborò con Tiburzio Vergelli al fonte battesimale della basilica di Loreto; il 27 febbr. 1610 si unì in seconde nozze con Laudazia Dongiovanni che gli diede sette figli. Morì l’8 marzo 1636 lasciando allo Jacometti e ai figli la conduzione della bottega. A Loreto lo Jacometti realizzò con Tarquinio gli ornamenti bronzei per la fonte dei Galli, richiesti il 14 giugno 1614 e terminati nel febbraio del 1616, e quelli per la fontana della Madonna, commissionati il 12 apr. 1619 e conclusi nel 1622. Contemporaneamente, per la comunità di Faenza i due fratelli eseguirono, anche con la partecipazione di Giovan Battista Vitali, gli elementi scultorei per la fonte posta in piazza Maggiore, fusi tra il luglio 1619 e il settembre del 1620.  

Joseph Anton Vogel

Joseph Anton Vogel

Joseph Anton Vogel (Altkirch, 23 marzo 1756 – Loreto, 26 agosto 1817) è stato uno storico e letterato francese. Fu esemplare figura di erudito settecentesco, fondamentale per la formazione culturale e per la storiografia di molti comuni delle Marche. Fu canonico onorario poi a Recanati nel 1809 e a Loreto nel 1814. Scrisse il Commentarius historicus de ecclesiis Recanatensi et Lauretana Dal 1802 al 1814 il Vogel risiedé a Recanati per riordinare l'archivio comunale. Per la sua perizia come archivista fu introdotto nel 1809 alla famiglia Leopardi, anche qui per ordinarne la biblioteca, ma successivamente nacque una profonda amicizia con il conte Monaldo, che ne richiese l'opera quale precettore per il figlio. La presenza in casa del Vogel, che portava testimonianza dei fermenti culturali europei fu molto importante nella primissima educazione del giovane Giacomo Nel 1780 si laureò in teologia all'Università cattolica di Strasburgo e nel 1789 divenne parroco di Obermorschwiller. In seguito alla rivoluzione francese rifiutò di prestare giuramento alla costituzione civile e fuggì in Italia. Giunse esule in Italia nel 1794, nello Stato della Chiesa e si stabilì a Fermo, ove grazie alla sua erudizione, che univa ad una vivace curiosità per tutte le discipline, iniziò a farsi conoscere quale esperto archivista ed apprezzato compilatore dei cataloghi e delle biblioteche familiari e nobiliari. Fecondissimo studioso di testi antichi, fu instancabile catalogatore di notizie storiche municipali e si mise in luce anche nella sistemazione degli archivi pubblici di molti paesi del Fermano, assieme allo storico Giuseppe Colucci; risistemò ed ordinò tra gli altri gli archivi comunali di Matelica, dove risalì alle origini dell'industria cartaria fabrianese, e di Cingoli. Fu canonico onorario poi a Recanati nel 1809 e a Loreto nel 1814. Scrisse il Commentarius historicus de ecclesiis Recanatensi et Lauretana, che fu pubblicato postumo. Lasciò un'enorme quantità di manoscritti, tuttora fonte preziosissima per la ricostruzione del periodo storico, in particolare quello medievale, di diversi comuni marchigiani. Muore a Loreto il 26 Agosto 1817.  

Largo Garibaldi

Largo Garibaldi

Giuseppe Garibaldi (Nizza, 4 luglio 1807 – Caprera, 2 giugno 1882) è stato un generale, patriota, condottiero e scrittore italiano. Noto anche con l'appellativo di "Eroe dei due mondi" per le sue imprese militari compiute sia in Europa sia in America Meridionale, è la figura più rilevante del Risorgimento e uno dei personaggi storici italiani più celebri al mondo. La sua impresa militare più nota fu la spedizione dei Mille, che annesse il Regno delle Due Sicilie al nascente Regno d'Italia durante l'Unità d'Italia. Garibaldi era inoltre massone di 33º grado del Grande Oriente d'Italia (ricoprì anche brevemente la carica di Gran Maestro) e anticlericale e fu autore di numerosi scritti e pubblicazioni, prevalentemente di memorialistica e politica, ma anche romanzi e poesie. Nel 1848 Giuseppe Garibaldi sostò nella città di Giacomo Leopardi mentre si recava a Roma, la capitale della Repubblica Romana. La Lapide Commemorativa è stata posta sulla casa dove pernottò, in Via Calcagni 27.  

Largo Monte Cardosa

Largo Monte Cardosa

Monte Cardosa o più semplicemente Cardosa è un monte situato nel Parco nazionale dei Monti Sibillini, (Visuale panoramica dal Monte Tabor e Colle dell’Infinito). nelle Marche in Provincia di Macerata, alto 1818 metri, sulla cui sommità è posta una croce. Una minima parte del monte è inclusa nella provincia di Perugia. Il nome Cardosa deriva dall’elevata presenza dei cardi, pianta molto diffusa sui Monti Sibillini. Alle pendici di Cardosa si trovano i paesi di Castelsantangelo sul Nera, Nocelleto, Rapegna, Visso e Borgo San Giovanni.  

Mauro Cingolani

Mauro Cingolani

Mauro Cingolani, è nato a Recanati il 13 maggio 1951 ed è deceduto a Recanati il 5 maggio 2003, medico chirurgo, ha svolto l’ incarico di Assessore Comunale dal 1985 al 1995 occupandosi in particolare dei servizi e di sicurezza sociale. A lui è stata attribuita la denominazione del Palazzetto dello Sport ubicato in via F.lli Farina. 

Nazario Sauro

Nazario Sauro

(Capodistria, 20 settembre 1880 – Pola, 10 agosto 1916) fu un patriota irredentista italiano nativo dell'Istria, all'epoca territorio dell'impero austro-ungarico; arruolatosi nella Regia Marina, raggiunse il grado di tenente di vascello e, durante la Grande Guerra, fu catturato nel luglio 1916 durante una missione, condannato da una corte imperiale per alto tradimento e giustiziato a Pola il 10 agosto dello stesso anno. Fu tra le figure più importanti dell'irredentismo italiano e massimo rappresentante di quello istriano. Fu insignito di medaglia d'oro al valor militare. Nazario Sauro (Capodistria 1880 - Pola 1916) fu un militare volontario irredento durante la Grande Guerra. Nato in Istria da una famiglia italiana, Nazario divenne marinaio e all'età di 20 anni era già ufficiale della Marina austro-ungarica. Ciononostante fu un convinto sostenitore dell'idea mazziniana dell'indipendenza dei popoli e mal sopportava la presenza dell'Impero asburgico in quelle che lui riteneva essere terre italiane. Quando l'Austria-Ungheria dichiarò guerra alla Serbia si trasferì a Venezia sostenendo la causa interventista. Il 23 maggio 1915 si arruolò come volontario nella Marina italiana con i gradi di tenente di vascello e partecipò ad oltre 50 azioni a bordo dei sommergibili nel Mare Adriatico. Con lo pseudonimo di Eugenio Sambo, il 30 luglio 1916 si imbarcò sul sottomarino Pullino per compiere una missione nella zona di Fiume (l'attuale Rijeka) ma rimase incagliato su uno scoglio all'interno del Golfo del Quarnaro. Dopo un rocambolesco tentativo di fuga, Sauro venne catturato dalle autorità locali e condotto a Pola dove venne identificato. Il tribunale emanò in breve la sua condanna a morte per alto tradimento e il 10 agosto 1916 venne impiccato. Nazario Sauro fu da subito considerato come un eroe della Patria. Così come Cesare Battisti rappresentava l'irredentismo trentino, egli simboleggiava quello triestino ed istriano. Il 21 aprile 1917 a Roma si tenne il primo ricordo del "Martire Eroe" con la partecipazione di 10.000 persone mentre negli anni seguenti si moltiplicarono in tutta Italia celebrazioni, intitolazioni e monumenti. Nel 1919 il suo corpo venne addirittura riesumato in modo da estrarne delle reliquie, conservate dai famigliari e dal Ministero della Marina. Ancora oggi, lungo le Rive di Trieste, si tiene annualmente (il 10 agosto) una cerimonia pubblica in suo onore che si conclude nei pressi della statua a lui dedicata. I resti invece si trovano dal 1947 all'interno del Tempio Ossario del Lido di Venezia.  

Oliviero Pigini

Oliviero Pigini

Nato a Castelfidardo il 2 agosto 1922, dopo aver frequentato la Scuola di Avviamento professionale, inizia a lavorare presso vari artigiani specializzati nelle decorazioni delle fisarmoniche a Castelfidardo. Dopo la guerra, nel 1950 si sposa con Milena Ficosecco e consolida i legami con il mondo degli strumenti musicali perché Milena è figlia di Cesare Ficosecco, stimato imprenditore del settore. Nel 1952, dopo aver diretto la fabbrica dello zio Marino, da vita ad una ditta in proprio sempre a Castelfidardo. In seguito alla crisi del settore, decide di impegnarsi nella vendita delle chitarre, strumento molto richiesto dalla nascita di gruppi musicali pop. L’ attività prende avvio nel 1956 e gli strumenti vengono acquistati in Jugoslavia e commercializzati con il marchio GMI. Si trasferisce a Recanati con la moglie e le sue tre figlie e prende in affitto l’ ex convento di San Francesco, da qui nasce la ditta Eko che in pochi anni s’ impone nei mercati internazionali. Nel 1964 i locali non sono più sufficienti, così viene acquistata la grande fabbrica di Marinucci nella zona sotto il cimitero di Recanati. Oliviero Pigini riesce, in appena 6 anni a creare l’ azienda di chitarre più grande ed importante di tutto il mondo. Successivamente il mercato viene ampliato agli organi elettronici ( il primo modello è l’ Ekosonic). Dalla forte espansione del mercato, Oliviero crea un modello di impresa a rete da cui nascono molte aziende tra cui la FBT. Neppure l’ incendio nel 1966 che distrusse la maggior parte dello stabilimento Eko blocca i progetti di Oliviero. Muore in seguito ad un infarto ad appena 44 anni, il 10 febbraio 1967. Il suo nome è ricordato in tutto il mondo per il suo spiccato intuito, la sua inventiva e soprattutto per il suo coraggio imprenditoriale. La nostra zona lo ricorda per aver dato un grande volano per la crescita occupazionale e lo sviluppo economico di Recanati e dei Comuni Vicini. 

P.le Falcone e Borsellino

P.le Falcone e Borsellino

Giovanni Salvatore Augusto Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 – Palermo, 23 maggio 1992) e Paolo Emanuele Borsellino (Palermo, 19 gennaio 1940 – Palermo, 19 luglio 1992) sono stati due magistrati italiani, due giudici siciliani che hanno dedicato la loro vita alla lotta contro la mafia, sono considerati le personalità più importanti e prestigiose nella lotta alla mafia sia in Italia che a livello internazionale. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano coetanei, durante l’adolescenza giocavano a pallone nei quartieri popolari di Palermo e fra i loro compagni di gioco c'erano probabilmente anche i ragazzi che in futuro dovevano diventare uomini di "Cosa Nostra". E forse proprio il fatto di essere siciliani, nati e cresciuti a contatto diretto con la realtà di quella regione, era la loro forza: Falcone e Borsellino infatti capivano perfettamente il mondo mafioso, il senso dell'onore siciliano e il linguaggio dei boss e dei malavitosi con cui dovevano parlare. Per questo sapevano dialogare con i "pentiti" di mafia, sapevano guadagnarsi la loro fiducia e perfino il loro rispetto. Crearono il pool antimafia, che grazie alle loro qualità si rivelò un’arma micidiale che portò al famoso maxi-processo, un processo che vide sul banco degli imputati ben 475 mafiosi, che nel 1987 furono condannati. La riuscita di questo processo servì anche a spronare i giudici, ci furono moltissimi problemi per portarlo a termine e ci vollero circa 2 anni, indirettamente fece finire anche parecchi giri di droga. Sfortunatamente fu un episodio unico che non si è mai ripetuto, anche se da quel momento la mafia fu affrontata seriamente e venne vista come un problema da risolvere. Purtroppo molti colleghi dei due giudici, erano implicati in faccende mafiose, per questo dopo il maxi-processo incontrarono sempre più difficoltà nel loro lavoro, Falcone fu accusato di “protagonismo” e per questo chiese il trasferimento a Roma; a Borsellino vennero tolte le indagini sulla mafia a Palermo e gli vennero assegnate invece quelle di Agrigento e Trapani, infine venne chiuso il pool antimafia. Nonostante tutte queste complicazioni Falcone cercò di continuare e a Roma collaborò con Rudolph Giuliani, procuratore distrettuale di New York, colpendo le famiglie mafiose coinvolte nel traffico di eroina. Purtroppo i due magistrati, non videro mai il loro sogno realizzato, la “distruzione” della mafia perchè vennero uccisi entrambi a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro. Per primo morì Falcone, nell’attentato di Capaci per opera di Cosa Nostra. La sua macchina venne fatta esplodere: 500 chili di tritolo tolsero la vita anche a sua moglie Francesca Morvillo e a tre agenti di scorta. Quando Falcone saltò in aria, Paolo Borsellino capì che non gli restava troppo tempo. Lo disse anche in un’intervista: “Devo fare in fretta, perché adesso tocca a me”. Infatti il 19 luglio dello stesso anno, nella strage di via d'Amelio, un’autobomba esplose sotto casa di sua madre mentre Borsellino stava andando a trovarla, assieme a cinque agenti della sua scorta. La loro morte non è stata invana, infatti con loro gli italiani hanno capito la gravità della mafia e le loro idee resteranno per sempre, infatti come diceva Falcone “gli uomini passano, le idee restano”. Da quando sono morti, nelle scuole viene insegnato quanto sia importante combattere questi criminali, a volte mettendo in pericolo la propria vita, come hanno fatto loro.  

Padre Clemente Benedettucci

Padre Clemente Benedettucci

Antonio Doria cittadino onorario di Recanati e fondatore del circolo culturale e musicale di Monfalcone dedicato a B.Gigli. nel 1980, allestì una mostra sul tenore B.Gigli e chiese, tramite la Pro Loco cittadina, la partecipazione alla trasmissione “Portobello” di Enzo Tortora alla ricerca di reperti e cimeli gigliani. Enzo Claudio Marcello Tortora (30 novembre 1928, Genova - 18 maggio 1988, Milano) è stato un conduttore televisivo, giornalista e politico italiano. Il suo nome è ricordato anche per un caso di malagiustizia di cui fu vittima e che fu poi denominato "caso Tortora". Il 17 giugno 1983, sulla base delle accuse di un pentito della camorra, viene arrestato. Inizia per lui un calvario che lo porterà ad impegnarsi per la difesa dei diritti umani. Entra anche in politica: un anno dopo l'arresto è europarlamentare nelle liste dei Radicali. Il 20 febbraio 1987 la Corte di Cassazione lo assolve, al termine di un lungo e travagliato iter processuale  

Palazzo Venieri

Palazzo Venieri

Commissionato dal recanatese Cardinale Jacopo Antonio Venieri, arcivescovo di Ragusa, appartenente alla nobile famiglia del secolo XIII, il palazzo fu disegnato dall’architetto Giuliano da Majano nel 1473. La nuova tipologia stilistica espressa nella progettazione di Palazzo Venieri viene a significare per Recanati l’intervento più emblematico del quattrocento e rappresenta in modo determinante, il modello di riferimento per la gran parte dei palazzi nobili recanatesi. La comunità recanatese contribuì con 1500 ducati d’oro, assicurandosi in cambio l’ospitalità di illustri visitatori della città. La facciata e l’interno furono completamente trasformati nel 1729 dall’architetto Pietro Augustoni dopo l’acquisto del palazzo da parte della famiglia Carradori. Nell’800 furono decorate le stanze da Moretti Francesco Saverio. Il cortile interno conserva ancora il disegno originale, i capitelli delle colonne recano gli stemmi delle famiglie che possedettero il palazzo, un arco balcone, si affaccia sulla costa adriatica e quando il cielo è limpido si scorgono i monti della Dalmazia; sopra di esso spicca un orologio con la scritta “Volat irreparabile tempus”. Furono ospiti del palazzo Paolo III e Pio VII. I giardini di fronte, oggi pubblici ed inaugurati nel 1936, appartenevano al palazzo ed erano collegati da una galleria sotterranea. Attualmente di proprietà comunale, è sede del Liceo Classico “G.Leopardi” e di alcune Associazioni Culturali.  

Parcheggio san Lorenzo

Parcheggio san Lorenzo

Fin dai primi secoli del cristianesimo, Lorenzo viene generalmente raffigurato come un giovane diacono rivestito della dalmatica, con il ricorrente attributo della graticola o, in tempi più recenti, della borsa del tesoro della Chiesa romana da lui distribuito, secondo i testi agiografici, ai poveri. Gli agiografi sono concordi nel riconoscere in Lorenzo il titolare della necropoli della via Tiburtina a Roma È certo che Lorenzo è morto per Cristo probabilmente sotto l'imperatore Valeriano, ma non è così certo il supplizio della graticola su cui sarebbe stato steso e bruciato. Il suo corpo è sepolto nella cripta della confessione di san Lorenzo insieme ai santi Stefano e Giustino. I resti furono rinvenuti nel corso dei restauri operati da papa Pelagio II. Numerose sono le chiese in Roma a lui dedicate, tra le tante è da annoverarsi quella di San Lorenzo in Palatio, ovvero l'oratorio privato del Papa nel Patriarchio lateranense, dove, fra le reliquie custodite, vi era il capo. (Avvenire) Festa di san Lorenzo, diacono e martire, che, desideroso, come riferisce san Leone Magno, di condividere la sorte di papa Sisto anche nel martirio, avuto l’ordine di consegnare i tesori della Chiesa, mostrò al tiranno, prendendosene gioco, i poveri, che aveva nutrito e sfamato con dei beni elemosinati. Tre giorni dopo vinse le fiamme per la fede in Cristo e in onore del suo trionfo migrarono in cielo anche gli strumenti del martirio. Il suo corpo fu deposto a Roma nel cimitero del Verano, poi insignito del suo nome. 

Piaggia Castelnuovo

Piaggia Castelnuovo

Castelnuovo fa parte del comune di Recanati, in provincia di Macerata, nella regione Marche. La frazione o località di Castelnuovo dista 2,62 chilometri dal medesimo comune di Recanati di cui essa fa parte. Recanati si andò formando a poco a poco con la riunione di alcuni piccoli luoghi, fabbricati sopra il dorso di un medesimo colle: Castello di Monte Morello l castello di San Vito, altrimenti detto Borgo Muzio; Monte Volpino e il borgo di Castelnuovo,(sorto come tutti altri borghi del tempo ai piedi del castello feudale) il quale sembra che in origine si chiamasse il Castello dei Ricinati. “Il nome di Castelnuovo potrebbe contrastare con questa supposizione; ma probabilmente quando si unirono in un solo paese gli altri castelletti che formarono Recanati, gli abitatori del castello più antico lo abbandonarono almeno in parte, salendo ad abitare la nostra terra, di aria e di aspetto migliore, perché fatta sul più alta del colle. Indi cresciuto il numero degli abitanti, il paese nuovo venne a poco a poco congiunto con il vecchio castello, cui forse allora si sarà dato il nome di Castelnuovo. Intanto le tradizioni locali, alle quali si deve sempre accordare gran peso, vogliono che il borgo o contrada di Castelnuovo sia la parte più antica della città.” ..dagli Annali di Monaldo Leopardi. Nel 1328, come riportato dagli Annali del Comune di Recanati, alcuni nobili ghibellini furono relegati, per alcuni anni, in Burgo Castronovi de Rachanato, con la proibizione di presentarsi, neppure momentaneamente in terram veterem Rachanati, senza speciale licenza del podestà. Pietro Morici sosteneva anch’egli l’esistenza del Castello dei Ricinati, ma a differenza del Leopardi, lo riteneva anteriore a Ricina* e la sua teoria era che il nome Castelnuovo fu dato per via di una nuova costruzione vicino all’ attuale borgo per l’ aumento della popolazione e che in seguito si estese a tutto il borgo. *(Ricina; colonia romana da cui secondo l’ Arcivescovo di Ragusa Giacomo Venieri la nostra città abbia avuto la sua origine e il suo nome, dopo che l ‘anconetano Ciriaco de’ Pizzicolli, appassionato archeologo , sulla prima metà del XV secolo, dissotterrò tra le rovine di Ricina un antico marmo che portava un’ iscrizione terminante con le parole MUNICIPI RICINENSIUM, colpito dalla somiglianza dei nomi Ricina e Racanatum, nome all’ epoca della città, ne dedusse la parentela). Le mura della piaggia Castelnuovo furono costruite come fortificazioni nel 1442 sotto la direzione dello Squarcia da Monopoli capitanato da Francesco Sforza, signore e duca di Milano.

Piazzale Bianchi

Piazzale Bianchi

L'ingegnere Antonio Bianchi fu l’ autore del monumento dedicato ai caduti della battaglia di Castelfidardo del 18 settembre 1860, il “Sacrario–Ossario”, eretto negli anni 1861-1870 sul colle di Mirano ai margini meridionali della Selva di Castelfidardo, dove si svolse la fase più cruenta della battaglia. Il Sacrario-Ossario è un monumento di rilevante entità con una grande valenza simbolica ed iconografica tipica del pensiero risorgimentale. Originariamente il monumento era sconsacrato, poi nel 1956 la nobildonna Maria Lucrezia Lepetit, duchessa Ferretti di Castelferretto, chiese ed ottenne dal Vescovo di Recanati di benedire il monumento e le spoglie dei soldati, e nella colonna centrale fu collocata una croce cristiana. Attorno al monumento furono messi a dimora cipressi e siepi come cornice. Nato a Recanati e per lunga consuetudine di vita considerato loretano, era stato sin da giovane nelle congiure. Nel 1848 fu portabandiera del battaglione universitario romano sui campi della gloria e a Vicenza rimase ferito ad una gamba. Nel 1849 prestò la sua opera nei gravi cimenti tra cui si dibatteva la repubblica e fu nell'Ascolano contro i briganti. Caduta la repubblica fu precettato politico e gli venne vietato di eserci-tare per parecchi anni la professione. Dal 1850 al 1859 cospirò tra Loreto e Recanati; fu dei primi ad abbracciare le massime di quella Società Nazionale, che per opera di Manin, di Pallavicino e di La Farina, cui si univa Garibaldi, proclamò la necessità di far base di ogni speranza, per arrivare alla unità e libertà, la Casa Savoia. E nei Comitati della Società, che tanta influenza ebbero dal 1857 al 1860 nello Stato pontificio, specialmente per la propaganda delle idee liberali, fu influentissimo in tutta la Marca ed ebbe importantissimi incarichi di gran fiducia. Quando l'esercito Piemontese entrò nello Stato della Chiesa fu subito in relazione col Comando, e quando la flotta fu di fronte ad Ancona egli ebbe la guida di una flottiglia di barche da pesca destinate a prestarsi per molteplici servizi. Bianchi morì nel 1904 a Recanati.  

Piazzale Duomo

Piazzale Duomo

La Chiesa di San Flaviano è il Duomo di Recanati e concattedrale della diocesi di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia. Il 12 giugno 1805 fu elevata alla dignità di basilica minore da papa Pio VI. La primitiva cattedrale fu costruita prima del Mille; di questa restano pochissime tracce nell'attuale cripta. Tradizionalmente dedicata a San Flaviano è attribuita al Patriarca di Costantinopoli, di cui nella cattedrale si conserva una reliquia arrivata dal porto di Giulianova, ma attualmente gli storici propendono per una primitiva dedica a San Flaviano di Ricina. Questi fu il primo vescovo della distrutta città romana di Helvia Recina, dalle cui ceneri è nata la stessa Recanati dopo il VI secolo. La struttura fu più volte rimaneggiata ed abbellita. Agli inizi del XIII secolo fu edificata una nuova chiesa, ricostruita poi dal cardinale Angelo da Bevagna tra il 1389 ed il 1412. L’antica architettura romanica fu trasformata in una più moderna struttura gotica. Gli interventi eseguiti nei secoli successivi, in particolare tra Seicento e Settecento, ne modificarono sensibilmente i caratteri determinando un graduale passaggio allo stile barocco e le conferirono l’aspetto attuale. Di particolare pregio è il soffitto ligneo a cassettoni che fu fatto eseguire dal cardinale Galamini e messo in opera nel 1620. L'abside fu abbellita con stucchi ed affreschi nel 1650: in questa occasione furono eseguiti il Martirio di San Flaviano, il martirio di Santa Paolina, l'Annunciazione, la Traslazione della Santa Casa di Loreto e la Natività della Vergine. Nel piccolo atrio che precede il “Sancta Sanctorum”, ci sono i sarcofaghi del Cardinale Angelo da Bevagna Vescovo dal 1383-1412, del vescovo Nicolò delle Aste da Forlì che iniziò il Santuario di Loreto (m. 1469) e del Papa Gregorio XII che rinunciò al papato e fu Vicario generale per la Marca (m. 1417). I due organi sono di inizio '900, quello di sinistra, a trasmissione pneumatica è della ditta Vegezzi Bossi del 1911 ed è posto nella cantoria in cornu Evangelii. Una lapide ricorda che vi cantò , da ragazzo, il celebre tenore Beniamino Gigli quando faceva parte della Cappella Musicale della Cattedrale, fondata nel 1461. Nell'altra cantoria a destra, in cornu Epistulae, dietro la mostra di canne finte di facciata, c’è l’altro organo, in origine pneumatico, fabbricato nel 1919 dalla ditta Inzoli di Crema. Nel 1995 don Lauro Cingolani commissionò i lavori dell'istallazione della nuova consolle a tre tastiere progettata e fornita per l'occasione, con la trasmissione digitale per suonare entrambi gli organi dal presbiterio. Durante l’Ottocento venne inoltre spostata l’entrata, chiudendo la porta laterale ed aprendo quella in fondo alla chiesa. All’esterno l’imponete facciata in mattoni, abbellita da un orologio, è sormontata da un piccolo campanile a vela ed è preceduta da una scalinata che conduce all’ingresso principale. Il maestoso interno custodisce pregevoli opere d’arte, tra cui le quattordici stazioni della Via Crucis del pittore Biagio Biagetti (1914). Il vecchio palazzo episcopale risalente come l´antica Cattedrale al ’300, dopo decenni di abbandono è ora adibito a Museo Diocesano di arte sacra, ricco di dipinti (sec. XIV-XVI), sculture, reperti archeologici.

Piazzale e Via Pintucci Cavalieri

Piazzale e Via Pintucci Cavalieri

Il nome Pintucci Cavalieri deriva dal palazzo che ne ospitava la famiglia. Pintucci Cavalieri è stata una famiglia di rilievo vissuta nell’Ottocento ma estinta nei primi anni del Novecento; le cronache ci tramandano notizie di tre personaggi : Don Pietro Pintucci, prete molto colto ed erudito della diocesi di Recanati, nato nel 1737 e morto nel 1813. Era membro di varie accademie letterarie e autore di molti documenti e testi, nella maggior parte inediti, di oratoria sacra e panegirici - quaresimali che dovrebbero essere conservati presso la Casa Leopardi. Giovanni, indicato come uno degli individui più adatti a formare il consiglio della comunità come componente del “ceto dei cittadini “ in quanto titolare di una consistenza patrimoniale di 856 scudi. Nicola, che nel 1828 fece parte di “consiglio della comunità” anche lui come componente del “ceto dei cittadini” – alias piccola borghesia”.  

Piazzale Europa

Piazzale Europa

Parte occidentale del continente eurasiatico, delimitata a O dall’Oceano Atlantico, a N dal Mar Glaciale Artico, a S dal Mar Mediterraneo; tutt’altro che ben definiti sono invece i suoi limiti orientali. L'Europa è una regione geografica della Terra, comunemente considerata un continente in base a fattori economici, geopolitici e storico-culturali. Nella mitologia greca, Europa era la figlia di Agenore re di Tiro, antica città fenicia e colonia greca in area mediterraneo-mediorientale. Zeus, innamoratosi di questa, decise di rapirla e si trasformò in uno splendido toro bianco. Mentre coglieva i fiori in riva al mare, Europa vide il toro che le si avvicinava. Era un po' spaventata ma il toro si sdraiò ai suoi piedi ed Europa si tranquillizzò. Vedendo che si lasciava accarezzare Europa salì sulla groppa del toro che si gettò in mare e la condusse fino a Creta. Zeus si ritrasformò in dio e le rivelò il suo amore. Ebbero tre figli: Minosse, Sarpedonte e Radamanto. Minosse divenne re di Creta e diede vita alla civiltà cretese, culla della civiltà europea. Il nome Europa, da quel momento, indicò le terre poste a nord del Mar Mediterraneo

Piazzale Fedeli

Piazzale Fedeli

Vito Fedeli (Recanati, 1798 – Civita Castellana, 18 ottobre 1832) è stato un patriota italiano. Carbonaro nel 1821, fu in seguito segretario del principe di Musignano Carlo Bonaparte, figlio di Luciano. Nel 1830 fece parte, assieme al conte Domenico Troili di Macerata e al conte Filippo Camerata Passionei, marito di Elisa Napoleona Baciocchi, di una congiura tesa a instaurare un governo italiano con a capo un discendente di Napoleone Bonaparte[1][2]. Alla testa della cospirazione vi era Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, il futuro Napoleone III, il quale sognava l'abolizione della sovranità pontificia e la proclamazione di un generico regno d'Italia da assegnare al re di Roma, l'Aiglon[3]. I moti avrebbero dovuto scoppiare in Piazza San Pietro il 10 dicembre 1830, approfittando delle difficoltà dello stato pontificio durante la sede vacante per la morte di Pio VIII (1º dicembre 1830)[4]. La congiura venne tuttavia scoperta e Vito Fedeli arrestato e condannato a morte; la pena fu commutata a 20 anni di prigione. Rinchiuso nel forte di Civita Castellana, vi morì l'anno seguente per tubercolosi. Gli dette il cambio, nel forte di Civita Castellana, il fratello Vincenzo, condannato a dieci anni di relegazione nel 1839 e morto anch'egli nella stessa prigione nell'autunno del 1845[1]. Recanati gli ha dedicato una piccola piazza. Dal 1910 lo ricorda una lapide nella centrale piazza Leopardi

Piazzale Giordani

Piazzale Giordani

Pietro Giordani (Piacenza, 1º gennaio 1774 – Parma, 2 settembre 1848) è stato uno scrittore, letterato classicista italiano. Entrato nel 1797 nel monastero benedettino di San Sisto, a Piacenza, ne uscì senza aver preso gli ordini. Favorevole al regime napoleonico, nel 1807 scrisse un Panegirico alla sacra Maestà di Napoleone e l'anno dopo ottenne la carica di protosegretario dell'Accademia di Belle Arti di Bologna che dovette lasciare nel 1815, con l'avvento della Restaurazione, a causa delle sue idee liberali. Nel 1817 iniziò un rapporto epistolare con Giacomo Leopardi cui fece visita nel settembre 1818 accompagnandolo, nel suo primo viaggio fuori di Recanati, a Macerata. Giordani incoraggiò e favorì la conoscenza del recanatese negli ambienti culturali ed ebbero grande stima ed affetto l'uno per l'altro: il giovane poeta lo definì cara e buona immagine paterna (dal verso 83 del canto XV dell'Inferno di Dante). Letterato (Piacenza 1774 - Parma 1848). Benedettino nel 1797, abbandonò nel 1800 il monastero prima dell'ordinazione, e conservò dell'episodio un ricordo che contribuì a rendere più acceso il suo costante anticlericalismo. Prosegretario dal 1808 all'Accademia di belle arti di Bologna, lasciò l'ufficio e la città nel 1815, quando vi fu restaurato il governo pontificio; passò a Milano, dove, per la fama di elegantissimo prosatore già conseguita, fu condirettore della Biblioteca italiana, di cui scrisse il Proemio. Nel 1818 si ritirò a Piacenza, contento del modesto patrimonio, intento a promuovere opere di civiltà nella città, dedito più a leggere che a scrivere. Tra i più grandi titoli d'onore di G. resta l'aver intuito il genio poetico del giovane Leopardi, che visitò a Recanati (1818), e confortò di consigli e di aiuti. Nel 1824, per avere usato in un suo scritto espressioni che sembrarono irriverenti verso la duchessa Maria Luisa, fu esiliato; ed egli, sebbene l'esilio fosse subito revocato, si stabilì a Firenze dove la sua fama si consolidò e ampiamente s'irradiò dal circolo di G. P. Vieusseux. Nel 1830 si stabilì a Parma; nel 1834 subì una breve prigionia politica. La sua vita fu un apostolato del progresso; non così la sua opera letteraria, che fu soprattutto di raffinato stilista, per il quale il contenuto era spesso poco più che un pretesto. Scrisse in sostanza poco e cose di breve respiro: orazioni, elogi (Panegirico a Napoleone, 1807; Elogio di A. Canova, del quale fu molto amico, 1801), ritratti, saggi artistici, pedagogici, letterarî, tra i quali notevole l'Istruzione a un giovane italiano per l'arte dello scrivere (1821), ma soprattutto ammirate iscrizioni e lettere: specialmente grazie a queste esercitò, riconosciuto capo dei classicisti, una vera dittatura letteraria nell'Italia del suo tempo. L’amicizia con Leopardi. Sempre al 1815 risale l’orazione Agli Italiani per la liberazione del Piceno: terminata l’era napoleonica e apertasi quella della Restaurazione, il giovane Giacomo sembra ancora condividere l’orientamento reazionario, pur sottile e raffinato, del padre Monaldo. Ma proprio in questo periodo le letture di Leopardi mutano radicalmente: alla letteratura classica, ai poeti di tradizione petrarchista o neoclassici (fra cui spicca Monti) e ai filosofi illuministi si aggiungono gradualmente Dante, il Werther goethiano, i Canti di Ossian, le opere di Alfieri e di Foscolo. Parallelamente si evolve il suo pensiero: nonostante il suo isolamento fisico, confortato solo dall’amicizia — più che altro epistolare — con il letterato classicista Pietro Giordani, Leopardi cerca di partecipare attivamente al dibattito culturale allora in atto tra classicisti e romantici. Si segnalano a tal proposito due scritti (lasciati inediti dall’autore) in cui vengono prese le parti della poesia classica contro le nuove proposte romantiche: la Lettera ai Sigg. compilatori della "Biblioteca italiana" in risposta a Madame de Staël, del luglio 1816, e il Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, del marzo 1818. Si fa strada intanto anche un infiammato patriottismo che, non potendosi esprimere nei fatti, ispirerà almeno le prime canzoni: All’Italia, Sopra il monumento di Dante, Ad Angelo Mai.

Piazzale Mazzagalli-Morotti

Piazzale Mazzagalli-Morotti

Nobil uomo, conte Leandro Mazzagalli-Morotti marchese degli Onofri. Verso la metà del Settecento la chiesetta della Madonna delle Grazie di Potenza Picena, venne chiusa al culto per motivi di sicurezza, data la vetustà della struttura; nel 1788 l’arcivescovo di Fermo, mons. Andrea dei conti Minucci, ordinò di demolirla e di riutilizzarne il materiale per il restauro della chiesa di S. Giacomo. Tale decisione incontrò la fiera opposizione del paese, che si rivolse al conte Leandro Mazzagalli, affinché finanziasse le opere di ristrutturazione del tempietto e ne acquisisse il patronato.

Piazzale Monaldo Leopardi

Piazzale Monaldo Leopardi

Il conte Monaldo Leopardi (Recanati, 16 agosto 1776 – Recanati, 30 aprile 1847) è stato un filosofo, politico e letterato italiano, padre di Giacomo Leopardi. Figlio primogenito del conte Giacomo e della marchesa Virginia Mosca, rimase a 4 anni orfano del padre e crebbe con la madre, gli zii paterni rimasti celibi ed i tre fratelli. Educato in casa dal precettore Giuseppe Torres (1744-1821), padre gesuita fuggito dalla Spagna a seguito della cacciata dell'ordine dal Regno, ricevette una formazione improntata agli ideali cristiani, cui rimase fedele per il resto della sua vita. Fu sottoposto alla tutela di un prozio, non potendo amministrare direttamente il patrimonio familiare per disposizione testamentaria. Ottenne tuttavia da papa Pio VI la deroga alla disposizione paterna ed assunse l'amministrazione della propria eredità nel 1794. Dopo un primo progetto di nozze andato a monte, sposò nel 1797 la marchesa Adelaide Antici (1778-1857), sua lontana parente. Il matrimonio fu un matrimonio d'amore strenuamente osteggiato dalla famiglia di Monaldo, in base ad antiche dispute tra casati e per questioni economiche (mancanza di una dote adeguata), che per manifestare la propria contrarietà non partecipò al matrimonio, che venne infatti celebrato nella sala detta "galleria" di Palazzo Antici a Recanati. Il patrimonio di famiglia, dalle mani di Monaldo, passò in quelle della moglie, a causa dei debiti del prozio che il Conte non riusciva a ripianare. Frutto di questa unione tra opposti caratteri furono numerosi figli: di questi, raggiunsero l'età adulta Giacomo (1798-1837), Carlo (1799-1878), Paolina (1800-1869), Luigi (1804-1828) e Pierfrancesco (1813-1851) A causa della impossibilità di gestirli (dovuta alla sua indole caritatevole verso i poveri, agli sperperi dei parenti e all'invasione giacobina), l'amministrazione dei beni di famiglia passò nelle mani della moglie, donna energica e severa; Monaldo poté così dedicarsi totalmente alla sua passione, gli studi e le lettere. Tra i suoi molti meriti vi è aver grandemente contribuito alla formazione del nucleo fondamentale (circa 20.000 volumi) della biblioteca di famiglia dei Leopardi, nella quale il giovane Giacomo passò i suoi anni di "studio matto e disperatissimo" (compresi i libri proibiti per i quali il Conte ottenne la dispensa della Santa Sede, per metterli a disposizione dei figli) e che Monaldo donò all'intera cittadinanza recanatese a partire dal 1810, come ricorda la lapide apposta nella cosiddetta "prima stanza". Padre del sommo poeta. Scrittore, ha trattato politica, storia, filosofia, economia, numismatica. Scrisse alcune commedie che ritraggono i costumi del tempo, La santa casa di Loreto, Notizie della Zecca e Monete recanatesi, Serie dei Vescovi di Recanati, Serie di Rettori della Marca, Gli Annali di Recanati, con leggi e costumi degli antichi recanatesi, lavorio poderoso in due grossi volumi.  

Piazzale S.Agostino

Piazzale S.Agostino

Sant’Agostino, nato a Tagaste nel 354, Agostino studia retorica a Cartagine, tormentato da una profonda inquietudine e dissolutezza, come egli stesso racconta nelle Confessioni. A diciannove anni abbraccia il manicheismo, religione di origine persiana largamente diffusa in Africa settentrionale, attratto dall'importanza che questo culto sembra attribuire alla ragione. Insegna retorica e grammatica prima a Tagaste poi a Cartagine. Successivamente si trasferisce a Milano, dove l'incontro con il vescovo Ambrogio sarà fondamentale per il suo percorso di conversione spirituale. È proprio a Milano infatti, tra il 384 e il 386, che Agostino approda alla fede cristiana, dopo travagliate vicissitudini esistenziali. Lascia la cattedra di retore della città e si ritira a Cassiciaco, nei pressi di Milano, dove conduce vita di ritiro spirituale e dove scrive "Contro gli Accademici", "La Vita Felice", "Sull'ordine" e i "Soliloqui". Nel 387 ottiene il battesimo proprio da Ambrogio e lascia Milano per tornare a Tagaste dove si libera di tutti i beni e fonda una comunità religiosa. Nel 391 viene ordinato sacerdote e nel 395 consacrato vescovo d'Ippona. A questo periodo risalgono le sue opere più importanti: tra il 399 e il 419 scrive "La Trinità", opera dogmatico-teologica; tra il 396 e il 427 "La città di Dio", in cui convergono considerazioni e temi a carattere storico, filosofico e teologico, "La dottrina cristiana" e "I commenti a Giovanni". "Le Confessioni", scritte nel 397, sono il suo capolavoro letterario. Con quest'opera Agostino inaugura un genere, quello dell'introspezione autobiografica, che avrà grande fortuna nella letteratura occidentale. In esse, oltre a ricapitolare la sua complessa vicenda spirituale e di vita, formula importanti e fondamentali considerazioni a carattere filosofico e teologico. Notevolissima la sua teoria sulla relazione fra tempo, eternità e creazione. Muore nel 430 durante l'assedio di Ippona da parte dei Vandali.

Piazzale S.Vito

Piazzale S.Vito

Il Castello di San Vito altrimenti detto Borgo di Muzio o Borgo Mozzo è uno dei tre colli recanatesi, insieme a Molte Morello e Monte Volpino, la cui unione ha permesso la formazione della città. San Vito venerato anche come san Vito martire o san Vito di Lucania (Mazara, III secolo – Lucania, 15 giugno 303), fu un giovane cristiano che subì il martirio per la fede nel 303 ed è venerato come santo da tutte le chiese che ammettono il culto dei santi. La memoria liturgica è da ricordare nei giorni 15 giugno, 20 marzo. Vito è stato uno dei santi più popolari del medioevo,la sua figura è stata avvolta dalla leggenda, che si è concretizzata nella fantasiosa Passione redatta nel secolo VII, ed è ora impossibile distinguere ciò che è soltanto leggendario e ciò che è realmente accaduto, anche se è possibile mettere in guardia da grossolane invenzioni. P- in questo spirito che gli esperti che hanno redatto il Calendario riformato hanno stilato a proposito del 15 giugno la seguente nota: « La memoria di S. Vito, martire in Lucania, benché antica, viene riservata ai calendari particolari. Modesto e Crescenzia invece sembra siano persone fittizie, i cui nomi sono stati inseriti nel Calendario romano nel sec. XI ». La leggenda è molto nota: Vito, siciliano di nascita, ad appena sette anni è cristiano convinto e comincia ad operare vari prodigi. Il preside Valeriano ne ordina l'arresto e tenta con lusinghe e minacce di farlo apostatare. Ma a nulla servono neppure gli appassionati appelli di suo padre, pagano accanito. Il piccolo Vito ha infatti al suo fianco, esempio di coraggio e di fedeltà, il proprio pedagogo Modesto e la nutrice Crescenzia. 1 tre, prodigiosamente liberati da un angelo, possono ritirarsi in Lucania, dove continuano a rendere testimonianza della loro fede con la parola e con i prodigi. La fama di S. Vito giunge fino alle orecchie di Diocleziano, il cui figlio (inventato dalla Passione) è ammalato di epilessia, malattia allora cosi impressionante. S. Vito, fatto venire a Roma, guarisce il suo coetaneo e per tutta ricompensa viene fatto torturare e gettato nuovamente in carcere. Ma l'angelo lo libera e finalmente, tornato in Lucania, Vito può dare insieme a Modesto e Crescenzia la suprema testimonianza del martirio. Nonostante il rivestimento leggendario, S. Vito, forse non fanciullo né tanto taumaturgo, continua a stimolare l'impegno cristiano dei tanti Vito italiani, Vite o Guy francesi e Veit tedeschi. San Vito è invocato in casi di: Epilessia, Corea (ballo di San Vito), Isteria, Ossessione, Idrofobia, Tarantismo, Lampi e cattivo tempo, Incendi, Sterilità, Insonnia, Enuresi notturna, Letargia, Morso di bestie velenose.... E' protettore di: Farmacisti, Birrai, Albergatori, Bottai, Calderai, Muti e sordi, Vignaioli, Attori, Ballerini. La Chiesa di San Vito, a Recanati è nominata fin dal 1228, insignita del titolo di Concattedrale, che condivideva con San Flaviano Vecchio, era la chiesa centrale della città che si era formata dall’ unione dei Tre Castelli. Era pieve del castello di Monte Muzio risalente verso il mille. Resti in pietra rinvenuti alla base dell’edificio, gli attribuiscono uno stato originale di stile gotico. Fu ristrutturata a triplice navata ed allungata verso la fine del 1400. Dal 1448 al 1524 è officiata dai Padri Carmelitani e in seguito alla bolla di Papa Gregorio XII nel 1577, con la canonica viene ceduta ai Gesuiti che aprono a Recanati un loro Collegio, iniziando una lunga serie di restauri che si concludono due secoli dopo con la realizzazione della facciata. Ebbe le forme attuali nel 1647 su disegno di Pier Paolo Jacometti. Il terremoto del 1741, (chiamato da Monaldo Leopardi negli Annali, il “terremoto di San Marco”) rovinò la facciata, che venne ricostruita completamente su disegno dell’ architetto Nicoletti. Dopo tre anni a seguito delle condizioni precarie della facciata viene incaricato l’ architetto Luigi Vanvitelli ( molto presente all’ epoca nelle Marche, es. il Lazzaretto, la Chiesa del Gesù e il Molo ad Ancona). Attualmente l’aspetto della chiesa di San Vito, in cotto con colonne dicromatiche a spirale appare come una corretta e suggestiva interpretazione della cultura tardo barocca. Possiede tele importanti come “San Vito al Circo Massimo (1582) di Felice Damiano da Gubbio, la tavola della Crocifissione di Giuseppe Valeriani (1580), la Sacra Famiglia e Santi di Paolo di Matteis (1727). Annesso alla chiesa è l’Oratorio dei Nobili, ove il giovane Leopardi recitò i suoi Ragionamenti sulla Passione, e dove è presente una bella tela del Pomarancio “Presentazione”. Nel lato dell’altare maggiore è presente la tomba di Nicola Bobadilla, insigne filosofo e predicatore. La Chiesa è dedicata a San Vito, patrono della città di Recanati. Quando i Gesuiti furono soppressi, nel 1773, la chiesa e il collegio vennero donati da Clemente XIV al Comune. Alla fine del Settecento il collegio è ristrutturato su disegno del canonico architetto dilettante , Carlo Orazio Leopardi.

Piazzale Vincenzo Gioberti

Piazzale Vincenzo Gioberti

Vincenzo Gioberti (5 aprile 1801 - 26 ottobre 1852) è stato un italiano filosofo , pubblicista e politico .Gioberti è nato a Torino . Fu educato dai padri dell'Oratorio, al fine di sacerdozio e ordinato nel 1825. Poco sotto l'influenza di Mazzini , la libertà d'Italia, divenne il suo scopo principale nella vita, la sua emancipazione, non solo dai padroni stranieri, ma di modi di pensiero estraneo al suo genio, e dannoso per la sua autorità europea. Questo ente è stato nella sua mente alla supremazia papale, anche se in un modo piuttosto che politico. Questo leitmotiv informa quasi tutti i suoi scritti, e anche la sua posizione politica rispetto al governo clericale del partito- gesuiti , e la corte del Piemonte dopo l'adesione di Carlo Alberto (Torino, 5 aprile 1801 – Parigi, 26 ottobre 1852) fu un presbitero, patriota e filosofo italiano e il primo Presidente della Camera dei deputati del Regno di Sardegna, esponente di primo piano del Risorgimento italiano. Biografia Filosofo e uomo politico italiano (Torino 1801-Parigi 1852). Laureato nel 1823, dopo essere stato ordinato sacerdote, fu nominato tre anni dopo cappellano di corte. Il suo carattere instabile ma culturalmente vivace e molto aperto lo portò a interessarsi anche di problemi politici e a simpatizzare per la Giovine Italia (anche se non è storicamente provata la sua diretta appartenenza a questa associazione). Sospetto alla polizia piemontese per le sue idee innovatrici, giudicate addirittura rivoluzionarie, venne arrestato e costretto all'esilio nel 1833. Recatosi prima in Francia, nel dicembre 1834, passò poi in Belgio, a Bruxelles, dove insegnò in un istituto privato, maturando i principi del suo sistema filosofico e politico. Pubblicò La teorica del sovrannaturale (1838), l'Introduzione allo studio della filosofia (1840), Del Bello e del Buono (1841-42),Primato morale e civile degli Italiani(1843), i Prolegomeni al Primato (1845) e il Gesuita moderno (1847), subito seguito dall'Apologia del libro intitolato il Gesuita moderno. I nuovi sviluppi politici interni e internazionali degli anni 1846-48 rafforzarono il prestigio di Gioberti che fu eletto al Parlamento subalpino per la corrente moderata nelle circoscrizioni di Genova e Torino e ottenne di tornare in patria. Ministro nel governo Casati, divenne presidente del Consiglio dal dicembre 1848 al febbraio 1849, ma la sua politica ambigua e soprattutto la sua offerta di intervento armato per ripristinare sul trono il papa e il granduca di Toscana contro le repubbliche di Mazzini e Guerrazzi gli alienarono il sostegno dei democratici senza riuscire a conquistargli l'appoggio dei reazionari. Dopo la sconfitta di Novara si ritirò in esilio volontario a Parigi, dove rimase ad approfondire gli studi filosofici e a meditare sull'esperienza fallita della I guerra d'indipendenza e della sua stessa politica. Le opere principali di questo secondo periodo sono:Del rinnovamento civile d'Italia(1851), Della riforma cattolica della Chiesa, La teorica della mente umana (entrambe pubblicate postume).

Piazzola Sabato del Villaggio

Piazzola Sabato del Villaggio

Il sabato del villaggio è una poesia composta da Giacomo Leopardi nel 1829 durante il suo ultimo periodo trascorso a Recanati. Il canto si apre con la descrizione della vita di un paese un sabato pomeriggio, quando gran parte degli abitanti sono impegnati nei preparativi per la domenica, giorno festivo. La ragazza porta i fiori per ornarsi i capelli, la vecchietta racconta della sua giovinezza mentre fila, mentre viene la sera il contadino torna a casa, nella notte il falegname finisce il suo lavoro, tutti pregustano la giornata di riposo a venire, ma il poeta ammonisce: è il sabato il giorno più gradito della settimana, perché la felicità può risiedere solamente nell'attesa. La domenica, infatti, non porterà la gioia tanto sperata ma porterà tristezza e noia, in quanto in essa ognuno, non facendo nulla, finirà inevitabilmente per pensare agli impegni della settimana successiva. Allo stesso modo, l'età adulta (a cui la domenica viene accostata) che tanto è desiderata durante la giovinezza (a cui viene accostato il sabato pomeriggio) porterà con sé delusione e dolore, pertanto il poeta rivolge un messaggio ai giovani, dicendo loro di non preoccuparsi se l'età adulta tarda a sopraggiungere.  

Porta Cannella

Porta Cannella

Porta Cannella in origine Porta Candella è un antichissimo manufatto risalente al 1358, modificato dagli interventi subiti nel XIX secolo. Il suo nome è dovuto al fatto che il viaggiatore di un tempo quando varcava la Porta trovava ad attenderlo delle fontanelle, che si chiamavano appunto cannelle. L’acqua era il primo segnale di accoglienza.  

Porta Cerasa

Porta Cerasa

Porta Cerasa o Cerasia si trova presso l’ autostazione dei servizi di linea.  

Porta della Pesa

Porta della Pesa

Porta Pesa o Porta Farina, prima si chiamava Porta San Giacomo, nome che derivava dalla Chiesa San Giacomo Minore, 1257.

Porta Marina

Porta Marina

Via XX Settembre Porta Marina prende il nome in onore di Papa Pio VI, in origine detta Porta Pia, Porta Braschi e Porta Valadier. L’impianto originale è databile al secolo XIV. Fu ricostruita in sostituzione dell'antica "Porta a Mare" in occasione della visita di Papa Pio VI nel 1783, su disegno dell'architetto Francesco Ciarafoni di Jesi. Il busto bronzeo del Papa Braschi, Pio VI e lo stemma papale sono realizzati dall’ architetto Giuseppe Valadier, e le iscrizioni in oro furono depredate dai francesi durante l'assedio della Città. Lo stemma dei Braschi fu invece abbattuto nel 1860. Recentemente sono state restaurate le antiche porte in legno dell'epoca. Ai lati si possono ammirare i due posti di guardia nei quali risultano evidenti, oltre ai piccoli camminamenti, bocche di fuoco laterali. Le due terrazze originarie sono demolite ,mentre al posto dello stemma abbattuto è collocato lo stemma della città in pietra.

Porta S. Filippo (XII-XIX sec)

Porta S. Filippo (XII-XIX sec)

Porta San Filippo in origine Porta del Mercato, fino al 1665 costituiva l’accesso al rione Mercato. Porta ghibellina, fu parzialmente restaurata nell’Ottocento dall’ingegnere Collina. I caratteri medioevali sono ancora ben riconoscibili: la porta è formata da un grosso torrione con beccatelli a sporto e una cortina di difesa tagliata da una grande apertura.  

Scalinata Nerina

Scalinata Nerina

Nerina è la donna cantata da Giacomo Leopardi nella lirica del 1829 Le ricordanze, figura ispirata da Teresa Fattorini o Maria Belardinelli, entrambe morte in età giovanile. Questo canto fu composto a Recanati dal 26 agosto al 12 settembre 1829, dieci mesi dopo il suo ritorno da Firenze e sedici mesi dopo la composizione di A Silvia, e fu pubblicato per la prima volta in Firenze nel 1831. Per il personaggio di Nerina alcuni critici ipotizzano la figura di Teresa Fattorini altri, come Piervirgili in Nuovi documenti, Firenze 1882 p. XVII, ipotizza (per primo) che si tratti di Maria Belardinelli, recanatese, nata da famiglia contadina il 15 novembre 1800 e stabilitasi in Recanati nel 1821 con la famiglia. "Le finestre della casipola da lei abitata" scrive il Mestica "stavano quasi di fronte a quelle della camera da letto di Giacomo, guardanti a settentrione verso il carro di Boote. Era una biondina candidissima, come la Nerina Galatea di Virgilio, e morì il 3 novembre 1827 circa un anno avanti all'ultima tornata di Giacomo a Recanati". Nome di matrice letteraria, diffusosi principalmente grazie all'omonima fanciulla cantata da Giacomo Leopardi ne Le ricordanze e in parte per un personaggio del dramma pastorale Aminta di Torquato Tasso[1][2] (opera dalla quale Leopardi trasse ispirazione per i nomi di Silvia e Nerina). Etimologicamente deriva dal nome femminile latino Nerina o Nereina, tratto dal greco Nereine, di una Nereide, figura della mitologia greca, ninfa marina figlia del dio Nereo[1][2]. Nerina ha dunque stessa origine del nome Nereo. In piccola parte, tuttavia, Nerina può rappresentare il diminutivo del nome Nera (al maschile Neri)[1]. È inoltre accostato per tradizione popolare all'aggettivo "nero".  

Scalinata Sibillini

Scalinata Sibillini

E’ il collegamento dalla stazione degli autobus di Porta Cerasa ai giardini pubblici e Palazzo Venieri , sede del Liceo Classico “Giacomo Leopardi”. I Monti Sibillini sono il quarto massiccio montuoso per altezza dell'Appennino continentale dopo Gran Sasso, Maiella e Velino-Sirente e si trova nell'Appennino umbro-marchigiano, lungo lo spartiacque primario dell'Appennino centrale, a cavallo tra Marche e Umbria, tra le province di Ascoli Piceno, Fermo, Macerata, Perugia, ospitando l'omonimo Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Fra i comuni che meritano una visita c'è Visso, sede del Parco Nazionale. La leggenda narra che questo comune umbro del Parco, caratterizzato da un centro storico raccolto e pittoresco, sia stato fondato ben 907 anni prima di Roma e che, dal suo riconoscimento come libero comune e fino all’invasione napoleonica, fosse diviso in cinque distretti chiamati "Guaite", comprendenti anche Castelsantangelo ed Ussita. Non lontano, ad attrarre il visitatore, un itinerario percorribile anche in auto, le Gole della Valnerina, scavate dall’impetuoso fiume Nera, e il massiccio montuoso del M. Bove, di aspetto dolomitico. Per la particolarità della sua collocazione va citato il paese di Arquata del Tronto, unico comune d'Europa il cui territorio è compreso all'interno di due Parchi Nazionali: quello dei Monti Sibillini a nord e del Gran Sasso e Monti della Laga a sud, già Abruzzo. Cuore di un'importante settore del parco è Norcia, patria del Patrono d'Europa, S. Benedetto, e famosa per lo splendido centro storico. A Preci, luogo di spiritualità, da vedere è l'Abbazia di Sant'Eutizio, fondata nel 470 d.C., in cui è nata la Scuola chirurgica preciana. Sembra quasi un locus amoenus quello in cui sorge il Santuario di Macereto, nelle alture sopra Visso, a circa 1000 metri s.l.m.. Si tratta di un complesso religioso, nei cui pressi sorgeva un tempo il castello dei conti di Fiastra. Rappresenta la maggiore espressione dell'Architettura rinascimentale del '500 nelle Marche. Risalendo lungo il fiume Nera verso l'entroterra marchigiano, ci si trova di fronte ad un vero e proprio spettacolo: il Lago di Fiastra. Nonostante sia un lago artificiale, le sue acque sono in ogni stagione dell'anno di un azzurro cristallino in cui si rispecchiano le vette dei monti circostanti. Di lì si possono raggiungere la suggestiva Valle dell’Acquasanta con le sue splendide cascate e la Grotta dell’orso. Fra le numerose leggende da cui è imperniata la zona dei Sibillini (noti sin dal medioevo in tutta Europa come regno di demoni, negromanti e fate), le più famose sono quelle legate all'"Illustre profetessa" Sibilla, che viveva in una grotta sita sull’omonimo monte, e quella di Pilato secondo la quale il corpo morente del procuratore romano fu trascinato da alcuni bufali nelle acque del "demoniaco" lago, sito in una delle valli più elevate del monte Vettore. Il paesaggio quasi lunare, a cui si arriva partendo da Frontignano con un percorso di oltre 4 ore, è assolutamente da non perdere.  

TEATRO PERSIANI

TEATRO PERSIANI

Nel 1668 a Recanati si rappresentavano commedie in un teatro all'interno del Palazzo dei Priori. Nel 1719 viene costruito il primo teatro con palchetti, che prese il nome di "Teatro dei Nobili", e che ottenne scene persino da Ferdinando Bibbiena. Nel 1823, il gonfaloniere Monaldo Leopardi, promosse l'erezione di un teatro tutto nuovo da realizzarsi sul corso di fronte al Macello. Il teatro fu ultimato solo nel 1840 dopo innumerevoli traversie, dall'architetto recanatese Tommaso Brandoni. La sera dell'inaugurazione fu rappresentata l'opera di Vincenzo Bellini, Beatrice di Tenda.  

Via A. Giunta

Via A. Giunta

1530- Antonio d’Angelo Giunta, ricco negoziante con traffici e industrie, nominò nel suo testamento come unica erede sua figlia Nicolina, avuta da D.Angelina dalla famiglia Masi Lorenzetti.  

Via A.De Gasperi

Via A.De Gasperi

Alcide De Gasperi è stato un protagonista della ricostruzione politica ed economica dell'Italia dopo la seconda guerra mondiale e leader dei governi di centro formatisi a partire dal 1947. Nato a pieve Tesino (Trento) il 03/04/1881 a Stella di Valsugana da Amedeo e Maria Morandini, di famiglia povera, profondamente cattolica, fu primo di quattro figli. Dato che alla sua nascita il territorio trentino apparteneva ancora all'Impero austro-ungarico (anche se di lingua italiana), è proprio nella vita politica austriaca che il giovane De Gasperi inizia a muovere i primi passi di quella che fu una lunga e fortunata carriera politica. Nel 1905 entra a far parte della redazione del giornale "Il Nuovo Trentino" e, divenutone il direttore, appoggia il movimento che auspicava la riannessione del Sud Tirolo all'Italia. Dopo il passaggio del Trentino e dell'Alto Adige all'Italia continua l'attività politica nel Partito Italiano Popolare di don Luigi Sturzo. Diventa in breve tempo il presidente del partito e si pone nella condizione di poter succedere a Sturzo qualora questi voglia, oppure, come poi in realtà avverrà, sia costretto ad abbandonare la vita politica italiana. Intanto in Italia come del resto in altre parti d'Europa si fa sentire il vento della rivoluzione russa, che nel nostro paese determina la scissione socialista del 1921, la nascita del PCI, e l'inizio di un periodo pre-rivoluzionario, il "biennio rosso", che nel 1919 e nel 1920 vede la classe operaia protagonista di cruente lotte sociali e che contribuirà non poco a spaventare la borghesia, spingendola tra le braccia di Mussolini. Deciso avversario del fascismo De Gasperi viene imprigionato nel 1926 per la sua attività politica. Fu uno dei pochi leader popolari a non accettare accordi col regime benché fosse stato, nel 1922, favorevole alla partecipazione dei popolari al primo gabinetto Mussolini. Dopo l'omicidio Matteotti, l'opposizione al regime e al suo Duce è ferma e risoluta anche se coincide con il ritiro dalla vita politica attiva a seguito dello scioglimento del P.I.P. Ritiratosi nella Biblioteca Vaticana per sfuggire alle persecuzioni del fascismo, affina la sua cultura politica per prepararsi ai difficili compiti del dopoguerra. In mezzo a tante difficoltà e incomprensioni seppe riportare l'Italia nella comunità internazionale su di un piano di parità giuridica. Durante la seconda guerra mondiale De Gasperi contribuisce alla fondazione del partito della Democrazia Cristiana, che eredita le idee e l'esperienza del Partito Popolare di don Sturzo. De Gasperi non è tanto un uomo d'azione, quanto un "progettista" politico (suo il documento programmatico della DC scritto nel 1943), che alla fine della guerra mostra di avere le idee chiare sulla parte da cui stare, l'occidente anticomunista. Dopo il crollo della dittatura del Duce viene nominato ministro senza portafoglio del nuovo governo. Ricopre la carica di ministro degli Esteri dal dicembre 1944 al dicembre 1945, quando forma un nuovo gabinetto. In qualità di presidente del consiglio, carica che manterrà fino al luglio del 1953, De Gasperi favorisce e guida una serie di coalizioni di governo, composte dal suo partito e da altre forze moderate del centro. Contribuisce all'uscita dell'Italia dall'isolamento internazionale, favorendo l'adesione al Patto Atlantico (NATO) e partecipando alle prime consultazioni che avrebbero condotto all'unificazione economica dell'Europa. De Gasperi resse le sorti dell'Italia dal 1945 al 1953, facendola uscire dalla grave crisi politica, economica e sociale in cui il fascismo l'aveva precipitata con la dittatura, la guerra e la sconfitta. Fu un abilissimo politico, ma fu anche un uomo di fede che cominciava la propria giornata meditando sulle Sacre scritture e traendone forza e ispirazione per l'attività pubblica. Opera principale della politica degasperiana fu proprio la politica estera e la creazione dell'embrione della futura Unione Europea. Un'idea europeista che nasceva nell'ottica di una grande opportunità per l'Italia per superare le proprie difficoltà. Lo statista trentino muore a Sella di Valsugana il 19 agosto 1954, appena un anno dopo l'abbandono della guida del governo  

Via Angelita

Via Angelita

Giovanni Francesco (1550/ 1619) Figlio di Girolamo e Costantina Vulpiani, famiglia di origine fermana. E’ il più illustre recanatese del suo tempo. Riveste tutte le maggiori cariche della città. Fu nominato capitano del Porto nel 1580, priore nel 1585, cancelliere nel 1591, dicitore nel 1595, console della rinomata fiera nel 1600, ambasciatore a Roma dal 1613 al 1617, primo dei Priori dal 1617. Fu uno dei tre deputati per la riforma degli Statuti comunali nel 1607 e suo grande merito fu l’ aver promosso la stampa delle Bolle papali nel 1605, prima opera edita a Recanati e poi degli Statuti comunali nel 1608. Si impose per i suoi studi storici e letterari, per la vasta cultura e le numerose pubblicazioni. Collezionista, esperto d’ arte, monete, medaglie e sculture , illustre ed operoso Accademico dei Diseguali, dove con il nome Lo Roco recitò molte sue composizioni, frequenti saggi in prosa e in versi e conferenziere erudito. Cura la traduzione latina nel 1598 della “Storia della S. Casa di Loreto” di suo padre Girolamo. Nel 1601 pubblica il volume “Origine della città di Recanati e la sua historia e discretione”, a Venezia, il primo lavoro storico sulla città di Recanati, volume che ebbe grande successo, dal quale molto attinsero gli storici posteriori. Nel 1607 pubblica “ I Pomi d’Oro”. Cura per conto del Comune di Recanati la stampa degli Statuti e Riformanze ed altri lavori minori.  

Via Angelo da Bevagna

Via Angelo da Bevagna

CINI, Angelo. - Nacque intorno alla metà del sec. XIV, probabilmente a Bevagna (Perugia), da Gellio. Per quanto molti biografi affermino che il C. nacque a Recanati, tutti gli indizi in nostro possesso fanno credere ch'egli fosse di Bevagna: la testimonianza di un'iscrizione nell'oratorio sotterraneo della chiesa di S. Michele di Bevagna; la tradizione riguardante l'esistenza di una casa del C. in quella città; il fatto che la sua, famiglia era originaria di là, essendo suo nonno paterno il nobiluomo Rainaldo da Bevagna. Conclusi gli studi in diritto canonico, il C. percorse le tappe di una brillante carriera ecclesiastica: fu priore della collegiata della chiesa "de Pregio", appartenente alla diocesi di Perugia, e Vicario generale di Andrea Bontempi, vescovo di Perugia. Quando il prelato ebbe l'incarico di legato pontificio e vicario della Marca di Ancona, il C. fu suo "auditor generalis", rivelandosi prezioso collaboratore nella direzione della Marca, in un periodo particolarmente denso di lotte e agitazioni. La stima di cui il C. godeva presso la Curia di Roma fece sì che papa Urbano VI gli affidasse, nel 1383, il seggio vescqvile di Recanati e Macerata. Quest'ultima città era allora soggetta ai Varano di Camerino, sostenitori dell'antipapa Clemente VII. Il C. allora, presi contatti con i Maceratesi e conosciuta la Ibro disponibilità a ritornare sotto l'obbedienza di Urbano VI, riuscì con l'aiuto della popolazione ad allontanare il presidio dei Varano dalla città e nel 1385 ne poté occupare il seggio vescovile. Durante Il periodo del suo vescovato si fece promotore della ricostruzione di S. Flaviano, la troppo piccola e ormai cadente cattedrale di Recanati. La nuova chiesa venne consacrata intorno al 1390. Consolidata la sua posizione, il C. prese parte sempre più attiva al governo della Marca: nel 1387 assunse la carica di "collector Marchiae" e nel 1392, su disposizione di Andrea Tomacelli, rettore della Marca, negoziò con alcuni Comuni marchigiani la formazione di una lega che si opponesse all'antipapa Clemente VII. Conclusi con successo i negoziati, la lega assoldò Azzo d'Este con trecento lance. Nello stesso anno il C. fu inviato a Fermo per comporre le continue agitazioni che tormentavano il Piceno. Nel 1393, quando Andrea Tomacelli fa catturato da Gentile da Varano e Biordo Michelotti, assunse l'incarico di rettore pontificio della Marca in sua vece. Abile politico, il C. fu sempre diplomatico mediatore tra la Curia romana e i fedeli appartenenti alla sua diocesi. Quando il 12 giugno 1396 rientrò ufficialmente in possesso di Macerata, che nel. 1394 era nuovamente passata sotto il dominio di Gentile da Varano, ottenne da papa Bonifacio IX l'assoluzione e il condono di qualsiasi rappresaglia contro i Maceratesi, per le loro continue ribellioni. Sostenitore di Gregorio XII nel delicato periodo che precedette il concilio di Pisa, il C. fu da quei pontefice elevato alla dignità cardinalizia (1408) sotto il titolo di S. Stefano al Monte Celio, ottenendo più tardi (1411) di conservare in commenda la Chiesa di Recanati e Macerata. Poiché il concilio di Pisa (1409) depose Gregorio XII, la nomina cardinalizia, non venne universalmente riconosciuta. Egli, tuttavia, non ritirò mai il suo appoggio al deposto pontefice, assicurandogli la fedeltà di Recanati e Macerata nella lotta contro Ludovico Migliorati, sostenitore dell'antipapa Giovanni XXIII. Fu per questo, nominatoda Gregorio XII vicario pontfficio e rettore della Marca di . Ancona (1410). Il C. morì a Recanati il 20 giugno 1412. Il suo corpo trovò sepoltura nella cappella di S. Geronimo in S. Flaviano. cattedrale della città, come il C. stesso aveva predisposto nel proprio testamento. Lasciò alla cattedrale di Recanati alcuni preziosi paramenti e arredi sacri.  

Via Anselmini

Via Anselmini

Vescovo di Nocera Umbra. Nato a Recanati 1837, morto a Nocera Umbra ad Agosto 1910. E’ stato ordinato sacerdote il 2 Giugno 1860 dalla Diocesi di N.U.

Via Antici

Via Antici

Questa nobile famiglia, detta prima Antiqua poi Anticia, ha dato per più secoli illustri cittadini. Rinaldo fu capitano de'crocesignati del Piceno sotto l'imperatore Federico II e vicario imperiale della città di Nazaret. Bartolomeo ebbe l'ufficio di consigliere e segretario dei re di Napoli Alfonso I e Ferdinando. Balduccio fu familiare del medesimo Ferdinando, e tenne in quella corte ragguardevoli cariche. Pietro Pietrucci Antici, fratello del suddetto Bartolomeo, fu eletto vescovo di S. Agata de' Goti nel 1469, e passò nel 1471 al vescovato di Giovenazzo. Niccolo di Girolìmo ebbe fama nel secolo XV di giureconsulto valente. Alfonso fu avvocato concistoriale, e nel 1504 uno dei conservatori di Roma. Raffaele rese importanti servigi alla sua città, che lo mandò ambasciatore a Paolo III, a Giulio III, a Paolo IV, a Gregorio XIII : il suo nome si legge scolpito nell'architravi della porta d'ingresso. Camillo di Giulio, prode soldato, nel 1585 vestì l'abito militare di S. Stefano, e dalla città fu mandato ambasciatore a Francesco Maria, granduca di Toscana. Pietro, vissuto nello stesso secolo, fu il primo a sostenere, come appresso il Vogel, che Recanati non trae da Ricina la sua origine. Gianfrancesco pubblicò in Genova nel 1647 alcune poesie liriche, col titolo Assaggi poetici; e suo fratello Giuseppe fu anch'egli poeta. AntonioFrancesco, monaco silvestrino, fu in quello stesso secolo predicatore di molto grido. Francesco fu capitano di corazze sotto Ranuccio II,duca di Parma. Lupidiano, fratello del precedente, fu, sotto lo stesso duca, governatore di Busseto e commissario di Valdemura. Tommaso, uomo di talento e consigliere del re di Prussia Federico il grande. Dal re di Polonia fu creato cavaliere di S. Stanislao e dell'Ordine dell'Aquila bianca. Da Pio VI fu fatto cardinale e prefetto dei cardinali interpreti del Sacro Concilio Tridentino : ma nelle vicende politiche del 1798 depose la porpora e tornato in patria vi morì nel 1812. Di fronte all'ingresso del palazzo, egli costruì una scuderia, che ha il prospetto ornato con alcune statue e busti, trovati a Roma nel circo Flaminio, ove sorge il palazzo Antici Mattei. Nell' interno v' è una collezione di ritratti di famiglia, con altri quadri, ed una bella galleria con pitture del Vacca, fatta a sue spese nel 1780, nella quale la mattina del 27 settembre 1797 si celebrarono le nozze di Adelaide con Monaldo, benedette dal medesimo cardinale nella cappella domestica. Adelaide, la marchesa Antici, di famiglia illustre, ma di scarsa dote, sposò a diciannove anni, il conte Monaldo. Madre di Giacomo Leopardi. Ella non riuscì mai a creare un rapporto affettuoso con i figli, forse per la sua aridità di temperamento o perchè si dedicò con anima e corpo alla difesa del patrimonio familiare, messo in pericolo dalla cattiva amministrazione del marito. Infatti, pochi anni dopo il matrimonio, la contessa si impadronì dell'amministrazione familiare e per quarant'anni impose un regime domestico d'economie ossessive, riuscendo a pagare ogni debito, senza mai rinunciare alle carrozze e senza togliere una sola divisa ai molti domestici. Adelaide era facile ai " musi " e a soli vent'anni chiuse la sua vita al mondo, vendendo i suoi gioielli e rinunciando per sempre al suo guardaroba; non usciva mai da casa se non per andare in chiesa. Giuseppe si trovò alle guerre di Spagna e di Germania fra le guardie d'onore di Napoleone I, nel corpo dei Dragoni della Regina. Carlo, lo zio amoroso di Giacomo Leopardi, a vent' anni era maggiore delle milizie urbane della Marca, e nel 1804 colonnello nel primo reggimento provinciale, grado che riassunse anche sotto il governo pontificio, nel 1816. Ruggero fu segretario del Concistoro del sacro Collegio, e da Pio IX fu nominato patriarca di Costantinopoli poi nel 1875 promosso alla porpora cardinalizia.

Via Armando Cingolani

Via Armando Cingolani

Artigiano. Armando Cingolani è nato a Recanati, in località Castelnuovo, da una modesta famiglia l’11.07.1902 dove visse la sua fanciullezza frequentando la scuola fino al compimento della quinta elementare. Fin da bambino dimostrò il suo interesse per la lavorazione del legno costruendo da solo giocattoli e piccoli oggetti, all’età di 14 anni chiese e ottenne di lavorare presso la premiata ditta di mobili Eugenio Maggini in Castelnuovo nella quale emersero ben presto la sue qualità di abile e diligente apprendista. Dal 1918 frequentò un corso serale di disegno alla rinomata scuola recanatese Calcagni, nella quale tra ‘800 e ‘900 avevano insegnato importanti maestri come F. Ghirotti, C.Peruzzi, P.Ramponi, A.Politi.. Dopo aver conseguito il relativo diploma, gli fu attribuita dalla ditta Maggini, la qualifica di ebanista grazie alla quale poteva iniziare nuove e importanti esperienze sul campo della costruzione del mobile artistico. Nel 1929 si era sposato con una ragazza del luogo, Erina Patrizi, dalla quale ebbe il figlio Mario che apprese dal padre la professione . Dal ’40 fu chiamato a Berlino come operaio specializzato responsabile ebanista in una ditta di costruzione. A Recanati tornò dopo due anni in seguito alla dolorosa perdita della moglie e venne prontamente riassunto dalla ditta Maggini. Nel 1946 consolidate ormai le sue capacità professionali nel vasto campo della falegnameria iniziò la sua lunga attività di artigiano aprendo un suo laboratorio sempre a Castelnuovo, applicando la sua perizia ad ogni genere di costruzione in legno, soprattutto a sale da pranzo e camere da letto in ogni genere e stile. Nel settembre del ’47 fu invitato dal Comune ad esporre le sue opere nell’ambito di una mostra di artigianato dedicata alle onoranze di Monaldo Leopardi nel 1° centenario della morte, ottenendo il diploma e la medaglia d’oro per il miglior lavoro. Il Cingolani si dedicò molto anche alla vita sociale , essendo stato uno dei fondatori del Dopolavoro di Castelnuovo, inoltre svolse l’attività di consigliere presso la società del Mutuo Soccorso sotto la presidenza dell’avvocato Celso Minestroni. Nel ’57 lasciò Castelnuovo trasferendo la sua attività in un nuovo laboratorio in viale Adriatico, dove insieme al figlio continuò la sua attività artigianale. Morì nel 1974 a 72 anni ancora in pieno fervore e pronto per prestare la sua infaticabile opera.

Via Attilio Balietti

Via Attilio Balietti

Attilio Balietti, è stato un artista recanatese, pittore splendido e scultore vigoroso, che lasciò importanti segni con le sue opere in questo paese, in varie piazze e musei ottenendo vari premi nel corso della sua attività. Nato a Recanati, ma risiedette in Argentina dall’ adolescenza fino alla sua morte. Nelle sue pitture ad olio plasma un concetto preciso della realtà circostante, arricchito da un prezioso apporto della sua sensibilità e fermezza di carattere. Balietti ha fissato nelle sue tele, il senso della sua tavolozza sovraccarica di tonalità e l’ intensa filosofia della sua realizzazione invade l’ anima malinconica dei suoi vicoli e paesaggi dei quartieri umili e nelle nature morte che si estendono con abbondanza di sfumature. Il dramma tra le lotte della vita e l’edificazione dell’ opera ha rafforzato nell’ artista la base egregia nella quale si fonda la sua arte di solida e armonica composizione. Balietti sottratto all’ incanto della realtà, compone nella realtà stessa un insieme di emozionata veggenza; tutto quello che la sua acutezza visuale percepisce e stimola lo dà nella sua arte, senza ricerca ne astrazioni.  

VIA ATTILIO MORONI

VIA ATTILIO MORONI

1909-1986 Maestro di diritto umanista e mecenate. Giurista e Rettore dell’ Università di Macerata. Nasce a Porto Recanati il 13 Aprile 1909. Entra nel Seminario Vescovile di Recanati per poi conseguire la laurea in Teologia in quello regionale di Fano nel 1931, nello stesso anno viene ordinato sacerdote. Il 27 giugno 1941 si laurea in Giurisprudenza nell’Università di Macerata discutendo una tesi di diritto ecclesiastico. Dal 1936 al 1941 è professore incaricato di diritto pubblico ecclesiastico presso il Pontificio Seminario Regionale di Chieti e successivamente insegnante di storia dell’arte presso il Liceo Classico Statale “Giacomo Leopardi” di Recanati. Nella Facoltà di Giurisprudenza dell’ Università degli studi di Macerata, diviene assistente volontario alla cattedra di diritto Ecclesiastico dal 1941 al 1942, nel 1948 consegue la libera docenza nella stessa disciplina e nel 1968 viene nominato professore straordinario di Diritto Canonico, il 1 novembre del 1971, diviene professore ordinario e trasferito sulla cattedra di diritto Ecclesiastico. Il 20 maggio 1977 fu eletto rettore della medesima università fino al 1985, l’anno precedente la sua morte. Attilio Moroni è stato ed è un punto di riferimento per diverse generazioni di studiosi e docenti, un testimone e un simbolo e rappresenta la storia della facoltà di Giurisprudenza di Macerata, ha formato migliaia di studenti, saggio ed equilibrato, scienziato attento e fecondo, che ha cambiato il volto di questa università la quale grazie a lui è cresciuta nelle risorse, nelle strutture e nel prestigio. Fu autore, nel corso della sua vita, di numerose pubblicazioni di carattere giuridico, profondo conoscitore dell’arte e appassionato collezionista di quadri, raccolse moltissime opere del Cinquecento e Seicento e in particolare dipinti italiani e stranieri dell'Ottocento e del primo Novecento. Per sua volontà, i settemila volumi della propria biblioteca privata e circa 150 quadri di sua proprietà costituiscono oggi la solida base della biblioteca e della pinacoteca del Comune di Porto Recanati. Moroni è stato il presidente Onorario del Centro Studi Portorecanatesi, dal 1982 al 1986.  

Via B. Patrizi

Via B. Patrizi

Bebi Patrizi (Alberto), è stato un partigiano recanatese trucidato a Montalto a soli vent’ anni nella lotta contro il nazifascismo, nel periodo che seguì l’8 settembre del 1943 sino al 25 aprile 1945. A Recanati si era costituito il Gruppo di Azione Partigiana formato da giovani recanatesi che si erano sottratti alla leva ed erano saliti a Montalto, nelle alture di Cessapalombo e Caldarola per contrastare il regime voluto dalla Germania nazista, guidato da Benito Mussolini, al fine di governare parte dei territori italiani controllati militarmente dai tedeschi. Il massiccio rastrellamento da parte dei militi della RSI (Repubblica Sociale Italiana) si concluse con l’ eccidio di Montaldo, dove i 32 giovani partigiani furono uccisi nella giornata del 22 marzo 1944. Per ricordare l’eccidio, dal 2003 si tiene ogni anno una marcia commemorativa attraverso cui si ripercorrono i luoghi della tragedia da Caldarola a Montalto.  

Via Basvecchi

Via Basvecchi

Pier Olimpio Basvecchi (1830-1871) Celebre violinista marchigiano. Tenne concerti in Italia, Mosca, Pietroburgo, Londra e nelle due Americhe.  

Via Belli

Via Belli

Giuseppe Francesco Antonio Maria Gioachino Raimondo Belli (Roma, 7 settembre 1791 – Roma, 21 dicembre 1863) è stato un poeta italiano. Poeta italiano (Roma 1791-1863). Sensibile e malinconico, educato secondo le regole rigidamente conformiste della borghesia della Roma papalina, visse la prima giovinezza in scontrosa solitudine. Nel 1798, a causa dell'occupazione della città da parte dei Francesi, fuggì con la madre a Napoli, dove visse in miseria; fu poi a Civitavecchia, dove il padre Gaudenzio aveva ottenuto un impiego da papa Pio VII. Nel 1803, morto il padre, tornò a Roma, che lasciò soltanto per brevi viaggi. Fu allievo del Collegio Romano (1804-07); ma, essendo morta la madre, dovette interrompere gli studi regolari e lavorò come computista in casa Rospigliosi, poi agli Spogli Ecclesiastici e al Demanio, infine come segretario in casa Poniatowski. Il matrimonio (1816) con la ricchissima e non più giovane vedova del conte Giulio Pichi, Maria Conti, diede a Belli l'agio decisivo per la sua formazione culturale e per la sua attività di scrittore. Già introdotto negli ambienti accademici (era stato, nel 1813, tra i fondatori dell'Accademia Tiberina), fu chiamato (1818) a far parte dell'Arcadia. È del 1827 un viaggio a Milano, dove tornò nei due anni seguenti: ebbe allora modo di cogliere i fermenti di una società tanto diversa da quella romana e di scoprire le Poesie del Porta, che lo orientarono al gusto della poesia realistica e drammatica. Nel 1819 il poeta iniziò la stesura dei Sonetti in romanesco; contemporaneamente, andava scrivendo i 4000 articoli di vario argomento che saranno raccolti negli undici volumi dello Zibaldone. Nel 1837, morta la moglie, Belli fu costretto a cercare un nuovo impiego. Nel 1841 entrò nel dicastero del Debito Pubblico, che abbandonò nel 1845. Atterrito dagli eccessi della guerra combattuta nel 1849 in difesa di Roma, lanciò aspre invettive contro i liberali. Censore per la “morale politica” dal 1852 al 1853, giudicò severamente i melodrammi di Verdi e Rossini. Malato e solo, visse tristemente i suoi ultimi anni, giungendo fino al ripudio dei suoi Sonetti romaneschi (2883, tutti pubblicati postumi).  

Via Belvedere

Via Belvedere

Il Belvedere è riferito alla vista panoramica del Colle dell’Infinito da cui nelle giornate più limpide si possono ammirare le cime innevate dei monti Sibillini. Via del Belvedere era, come ricordato nella lapide, Via del Ciniscione, da “ciniscia” cenere in dialetto. Evidentemente vi abitava un carbonaio che riforniva di cenere le lavandaie recanatesi per fare la “lisciva” che serviva come detersivo per il bucato (il collegamento col Cenciaro e col Tabaccaio è di tutta evidenza)  

Via Bettini Armando

Via Bettini Armando

Armando Bettini, autore del libro “Storia di Recanati” pubblicato nel 1961. Medico e storico recanatese.  

Via Biagetti

Via Biagetti

Biagio Biagetti (Porto Recanati, 21 luglio 1877 – Macerata, 2 aprile 1948) è stato un pittore italiano. Biagio Biagetti (1887-1948) e Claudio Cintoli (1935–1978). Biagetti era il nonno materno di Cintoli ed entrambi hanno vissuto a Recanati nella casa di Via Falleroni Giovanissimo, divenne discepolo di Ludovico Seitz, che al tempo decorava la cappella del coro nella Basilica della Santa Casa a Loreto. Completò gli studi presso l'Accademia di Belle Arti di Roma. Dal 1906 al 1912 fu insegnante di pittura decorativa presso il Museo artistico industriale. Dal 1914 al 1920 fu consigliere comunale di Roma, eletto nella lista dell'Unione Cattolica. Nel 1921 divenne il primo Direttore dei Musei Vaticani e fondò nel 1923 il primo Laboratorio Vaticano per il restauro di opere d'arte. Nel 1931 papa Pio XI gli affidò il restauro del Giudizio Universale di Michelangelo nella Cappella Sistina. Morì a Macerata il 2 aprile 1948. Biagio Biagetti si affermò principalmente nei grandi affreschi di soggetto religioso. Cappella Slava , in quello del Crocefisso nella Basilica di Loreto, nella Cattedrale di Treviso e nel Duomo di Jesi. Nominato da Benedetto XV direttore della Pinacoteca Vaticana, fondò il laboratorio di restauro per le opere d’arte e diresse i restauri nelle stanze di Raffaello e nella Cappella Sistina. Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Recanati dove coprì importanti uffici pubblici e dove fu Commissario Governativo del Centro Nazionale di Studi Leopardiani.

Via Biancolini

Via Biancolini

Leonida Biancolini, Accademico di Spagna, autore e professore di grammatica e lingua spagnola. Nato a Recanati. Già professore in scuole superiori e docente di lingua e letteratura spagnola all’ Università di Roma e nella facoltà di Magistero Maria SS. Assunta, è autore di diversi studi. Tra di essi: Lezioni di lingua spagnola, Antologia de Poetas y protista espagnoles, Grammatica storica della lingua spagnola, Corso di spagnolo commerciale, Litiratura espagnola medieval, Letture spagnole.  

Via Bobadilla

Via Bobadilla

Nicolás Bobadilla (Palencia, 1511 – Loreto, 23 settembre 1590) è stato un gesuita spagnolo. Diplomato in filosofia ad Alcalá de Henares, approfondisce le sue conoscenze teologiche a Toledo. E’ stato docente di logica. Nel 1533 si trasferisce a Parigi per completare la sua formazione: agli inizi del 1534, insieme a Simão Rodrigues, conosce Ignazio di Loyola e si unisce alla sua comunità. Insieme a Ignazio e ai suoi primi compagni il 15 agosto 1534, nella chiesa di San Pietro a Montmartre, si reca in Terra Santa e si mette a disposizione del papa Paolo III basandosi su quattro voti: povertà, castità, obbedienza e completa sottomissione al Papa, dando così inizio a quella che sarebbe diventata la Compagnia di Gesù. Il suo rifiuto all’obbedienza sui princìpi sanciti dalla pace di Augusta* che metteva nelle mani dei regnanti il potere di stabilire la religione del loro territorio (cuius regio eius religio), lo costringe a rifugiarsi in Italia. Sceglie Recanati per la presenza di un piccolo gruppo di gesuiti fatti venire dalla famiglia Leopardi e sistemati nella Chiesa di San Vito, nel loro collegio si insegnava latino e filosofia. La base degli studi della cultura gesuita erano gli studi umanistici. Morì a Loreto all’età di 79 anni ma fu sepolto a Recanati, nella chiesa di San Vito, nel lato dell’altare maggiore dove tutt’ora si trova il suo sepolcro  

Via Bonfini

Via Bonfini

Antonio Bonfini (1427- 1503), celebre umanista e letterato, dalle Marche (Ascoli Piceno e Recanati) a Buda in Ungheria, dove entra in contatto con le celebri figure del re Mattia Corvino e della regina Beatrice d’Aragona e con la leggendaria Bibliotheca Corviniana, fino ad essere nominato storiografo di corte. Il Bonfini, quale rappresentante tipico dell’educazione e della cultura umanistiche, conoscitore della lingua e della letteratura greco-latina, opera a lungo nella corte ungherese e diventa uno dei più importanti personaggi protetti dal mecenatismo del re. Autore versatile di orazioni, latinizzazioni e opere di carattere letterario, il Bonfini si distingue per le sue attitudini di storico, che, dalla Historia Asculana, alla traduzione delle Storie di Erodiano (di cui si affronta la questione filologica della tradizione manoscritta), alle Rerum Ungaricarum deca des, si muove tra le innovazioni della storiografia umanistica e la riproposizione dei classici.. BONFINI, Antonio. - Storiografo umanista nato a Patrignone (Montalto; Ascoli Piceno) verso il 1427 e morto a Buda tra il 1502 e il 1505. Insegnò dapprima in Ascoli, quindi (1478) in Recanati, e fra questi due comuni divise la sua attività, fino al 1486, allorché si recò presso Mattia Corvino a Buda. Questi lo incaricò di scrivere la storia dell'Ungheria, la quale fu compiuta soltanto dopo la morte di Mattia, nel 1495, per ordine di Vladislao II, che ricompensò l'umanista conferendogli la nobiltà ungherese. Le Rerum Hungaricarum decades furono pubblicate in parte da M. Bremer (Basilea 1543), per la parte riferentesi al re Mattia da G. Heltai (Cluy 1565), e integralmente dal Sambucus (Basilea 1568) e spesso in seguito, anche in traduzioni tedesca e magiara. Esercitarono rilevante influenza sulla storiografia umanistica ungherese. Celebre umanista e storiografo. Nato in provincia di Ascoli, ha vissuto più di venti anni a Recanati prendendone la cittadinanza. Insegnante di lettere greche e latine. Fondò a Recanati la prima Accademia Letteraria. Nel 1486, fu chiamato alla corte del Re d’Ungheria, Mattia Corvino, al quale dedicò la sua storia della monarchia ungarica(Rerum Hungaricarum decades), che è la sua opera principale.

Via Bravi

Via Bravi

Antonio Bravi (1813-1896), rara figura di intellettuale di origine contadina assai eclettico, che si occupò tra l’altro di meteorologia. Autore di vari manoscritti conservati tutti nella biblioteca “Clemente Benedettucci” di Recanati. Antonio Bravi nasce a Recanati il 10 settembre 1813 nella contrada Moltevolpino. Dal 1816 al 1823 risiede nella casa paterna, poi inizia un girovagare inquieto attorno al borgo natio. Soggiorna per brevi periodi a Loreto, Porto Recanati, Ancona, Osimo, Camerano, Moltelupone, Montecassiano, Offagna, Monte Santo, Filottrano, Santa Maria Nuova, Monte Cosaro,( dove prende possesso della cattedra nella scuola pubblica) Civitanova, Monte San Giusto, Fermo, Chiaravalle, Agugliano, Appignano, Numana, Sirolo, Castelfidardo e Macerata, (dove risiede dal 14 novembre 1838 all’agosto 1841 per compiere gli studi universitari). I suoi studi comprendono scrittura e grammatica italiana e latina, retorica, fisica e metafisica, matematica e chimica, mineralogia e anatomia. Ricopre numerose incarichi nell’arco della sua vita. E’ insegnante di grammatica, retorica e aritmetica e nel 1848 insegna istituzioni canoniche e retorica nel Seminario. Diventa poi Consigliere nel Comune di Recanati. Va ricordato anche per aver fondato e alimentato il periodico Casanostra. Da ricordare ”Il Diario Meteorologico” che è un manoscritto ricco di informazioni, annotazioni e parametri meteorologici dalla cui elaborazione è possibile ricostruire il clima di Recanati intorno alla metà dell’Ottocento. Un documento fondamentale ai fini dello studio climatico di Recanati dove giornalmente venivano annotati gli aspetti del clima. Inizialmente, egli annota soltanto aspetti del clima nel quale dimora, l’ età della Luna, l’atmosfera (le condizioni del cielo), la temperatura e la direzione del vento e non avendo a disposizione un termometro, si limita a descrivere il grado del freddo o caldo con le parole. In seguito però utilizzando strumenti come il termometro, il barometro e igrometro dal 1859 al 1887, Bravi riesce a fornire dati su elementi meteorologici come la temperatura,la pressione atmosferica e l’umidità.  

Via Brodolini

Via Brodolini

Brodolini, Giacomo. - Uomo politico e sindacalista italiano (Recanati 1920 - Zurigo 1969). Dal 1946 militò nel Partito d'Azione, nel 1948 aderì al PSI. Vicesegretario nazionale della CGIL (1955-1960), vicesegretario del PSI dal 1963 al 1966, ricoprì la medesima carica nel PSDI-PSI unificati fino al 1968. Deputato dal 1953, senatore dal 1968, nel dicembre di quest'anno fu nominato ministro del Lavoro e della Previdenza sociale. In tale veste promosse una vasta attività legislativa in materia previdenziale e sindacale e fu uno dei principali sostenitori dello Statuto dei lavoratori, divenuto poi legge (20 marzo 1970, n. 300).

Via Brunamonti Bonacci

Via Brunamonti Bonacci

Bonacci- Brunamonti Maria Alinda Maria Alinda Bonacci Brunamonti (Perugia, 21 agosto 1841 – Perugia, 3 febbraio 1903) è stata una poetessa italiana. Fu la primogenita di Teresa Tarulli di Matelica e di Gratiliano Bonacci, nativo di Recanati, insegnante di retorica nel perugino Collegio della Sapienza, autore delle Nozioni fondamentali di estetica,[1] il quale curò personalmente la sua istruzione di indirizzo classico. Con l'incoraggiamento della madre, devota cattolica, iniziò giovanissima a comporre versi di carattere religioso, dati alle stampe nel 1856 con il titolo Canti e dedicati a Pio IX. Nel 1854 la famiglia fu costretta a lasciare Perugia per motivi politici, trasferendosi prima a Foligno e poi a Recanati: in questo periodo compose versi di ispirazione leopardiana, i Versi campestri, pubblicati nel 1876. La ripresa del movimento risorgimentale e le Stragi di Perugia del 20 giugno 1859 le ispirarono i versi patriottici e anti-pontifici dei Canti nazionali, editi a Recanati nel 1860. In quell'anno, la Bonacci fu, per sua espressa espressa volontà, l'unica donna ammessa eccezionalmente a votare per il plebiscito di conferma dell'annessione delle Marche e dell'Umbria al Piemonte. Dal 1868, dopo il matrimonio con Pietro Brunamonti, di Trevi, docente di filosofia del diritto nell'Università di Perugia - da cui ebbe due figli, Beatrice, nata il 2 aprile 1871, e Fausto, morto a soli cinque anni il 25 giugno 1878 - stabilì la sua residenza a Perugia in via dei Priori. Ebbe l'amicizia di intellettuali italiani, in particolare di Giacomo Zanella, di Andrea Maffei e di Antonio Stoppani, con il quale studiò scienze naturali. Influenzate dallo Zanella sono le successive poesie, di carattere didascalico e con accenti religiosi: Nuovi canti (1887), Flora (1898), appesantite «da un'intonazione etico-riflessiva irrimediabilmente provinciale».[2] Migliori si rivelano i Discorsi d'arte (1898) e i Ricordi di viaggio, pubblicati postumi. Un ictus, che la colpì nel 1897, le impedì di scrivere fino alla morte, avvenuta nel 1903. Gran parte del suo epistolario insieme ad alcuni manoscritti autografi sono conservati presso la Biblioteca Augusta di Perugia. Opere • Canti alla Madonna della fanciulla Maria Alinda Bonacci, Perugia, Tip. Vagnini presso Giuseppe Ricci, 1854. • Canti, Perugia, Tip. Vagnini, 1856. • Canti nazionali, Recanati, Tip. Badaloni, 1860. • Canti alla Madonna, Recenati, Tip. Badaloni, 1867. • Versi, Firenze, Le Monnier, 1875. • Nuovi Canti, Città di Castello, Lapi, 1887. • Flora: sonetti, Roma, Edizioni della “Roma Letteraria”, 1898. • Discorsi d'arte, Città di Castello, Lapi, 1898. • Ricordi di viaggio. Dal suo diario inedito, a cura di Pietro Brunamonti, Firenze, Barbera, 1905. • Diario floreale inedito dalle «Memorie e pensieri» (1875-1900), a cura di Luigi M. Reale, con una nota di Franco Mancini e una testimonianza di Maria Luisa Spaziani, Perugia, Guerra, 1992. • «Fiori di campo, amici miei» di Alinda Bonacci Brunamonti, a cura di Maria Raffaella Trabalza, con un saggio di Mario Roncetti, Foligno, Edizioni dell'Arquata, 1992. • Viaggiando per l'Italia centrale: dai «Ricordi di viaggio», Perugia, Protagon, 1994. • A Recanati: da «Ricordi di viaggio», a cura di Franco Foschi, Recanati, Centro Nazionale di Studi Leopardiani, 1995. • Poesie, a cura di Luigi M. Reale, Perugia, Guerra, 1997. Intestazioni: Bonacci Brunamonti, Maria Alinda, poetessa, critica letteraria, scrittrice, (Perugia 1841 - Perugia 1903), SIUSA Nata a Perugia nel 1841, fin dall'adolescenza si dedicò alla composizione di versi poetici. Le sue prime aspirazioni furono soprattutto religiose, testimoniate da un'attenta lettura dei testi sacri, sotto la guida della madre, Teresa Tarulli di Matelica. Tra i nove e i dodici anni studiò a fondo la Divina Commedia e il Canzoniere di Francesco Petrarca, le opere di Orazio e di Virgilio, di cui, più tardi, tradusse l'Eneide. Apprese il greco ed approfondì la filosofia platonica e quella cristiana. Grazie al padre, fu anche cultrice delle scienze positive ed appassionata di botanica, collezionando un notevole erbario. Nel 1854, per motivi politici, la sua famiglia fu costretta a lasciare la città di Perugia e a ripararsi a Recanati, dove rimase fino al 1868. Tornata in Umbria, Maria Alinda sposò Pietro Brunamonti ed ebbe tre figli, dei quali solo Beatrice raggiunse la maggiore età. Nel corso della sua vita scrisse e pubblicò numerosi componimenti poetici di carattere elegiaco, patriottico e naturalistico; si ricordano soprattutto i "Canti" del 1856, i "Canti nazionali" del 1860 e i "Versi campestri" del 1876. Strinse amicizia con i letterati dell'epoca, quali Terenzio Mamiani, Niccolò Tommaseo, Francesco De Sanctis, Giacomo Zanella e Scipione Maffei; frequentò anche Casa Leopardi, legandosi in particolare a Teresa Teja in Leopardi. Il suo impegno civile le consentì, unica donna, di votare per l'annessione delle Marche e dell'Umbria al Regno dei Savoia e di partecipare al saluto rivolto dalle donne perugine in occasione del passaggio della regina Margherita a Perugia l'11 novewmbre 1878. Compose anche un canto funebre, il 6 gennaio 1881, per la commemorazione della morte di Vittorio Emanuele II. Morì a 62 anni nella sua città natale, il 3 febbraio 1903.

Via Bruno Mascanbruni

Via Bruno Mascanbruni

Bruno Mascambruni, 1914-1957, è stato un educatore, direttore didattico e consigliere comunale.  

Via Buschi Rodolfo

Via Buschi Rodolfo

Rodolfo Buschi, (1878-1966) è stato un artigiano tipografo emigrato in Argentina. Nato a Recanati il 9 febbraio 1878, frequentò gli studi nella sua città natale. Trasferitosi in argentina lavorò nell’ ospedale italiano come aiutante contabile. Nel 1924 acquistò la sua prima macchina grafica per realizzare lavori di stampa. Dedicava a quest’ultima, molto tempo nelle ore libere dal lavoro in ospedale, insegnando ad usarla anche ai suoi figli, Aldo e Italo. Il progresso fu rapido, l’attività in crescita fu trasferita in locali più ampi. L’ impresa occupava più di 40 operai e si denominava “Buschi S.A.” ed i suoi prodotti erano principalmente, l’ impressione di grandi libri per uffici di contabilità, opuscoli, riviste, cataloghi e lavori speciali per ambasciate arrivando ad un ottima qualità di stampa. Rodolfo Buschi fu insignito della “Croce di Cavaliere” dal Presidente della Repubblica Italiana, per decreto del 2 Giugno 1961.  

Via C. Peruzzi

Via C. Peruzzi

Cesare Peruzzi nasce nel 1894 a Montelupone, dove si avvicina, giovanissimo, all’arte. Alla luce della sua passione per il disegno e la pittura, la famiglia lo iscrive all’Accademia di Belle Arti di Roma. La frequenza dell’Istituto viene interrotta a causa della guerra, quando viene arruolato nel fronte albanese. Tornato in Italia, termina gli studi e si iscrive all’Accademia di Francia dove approfondisce il disegno dal vero, soprattutto il nudo. Il suo esordio artistico avviene a Roma nel 1915 in occasione della Mostra Internazionale "Secessione", dove espone insieme a grandi protagonisti come Degas, Cezanne, Renoir, Guidi e Casorati. Nel 1927, poco più che trentenne e da poco sposato con Maria Giochi, va a vivere nella villa di Chiarino, nei pressi di Recanati. In quegli anni egli è già un artista conosciuto e apprezzato. Cesare Peruzzi non è stato solo pittore, ma anche insegnante di disegno presso le scuole medie per oltre quarant’anni, non tralasciando naturalmente la sua intensa attività e la sua carriera artistica. Instancabile pittore dedica circa ottant’anni della sua vita all’Arte, realizzando molte opere nelle quali è evidente il contatto con il mondo impressionista, nello specifico nel modo di affrontare il tema del colore e della luce. Muore a Recanati il 28 gennaio 1995, quasi centenario.

Via Calamanti

Via Calamanti

Calamanti Osvaldo, scrittore. Autore di “Recanati; Guida storico/artistica” Anno pubblicazione 1961.  

Via Calcagni

Via Calcagni

Antonio Calcagni, (Recanati 1536 - ivi 1593) Scultore e fonditore, si formò nella bottega aperta a Recanati (1550 circa) dai fratelli Lombardo. Esordì portando a termine la statua di Gregorio XIII (1574) iniziata da Ludovico Lombardi ad Ascoli, andata poi distrutta il 4 dicembre 1793 dai giacobini locali. Curò e diresse la lavorazione delle opere per la Basilica di Loreto. Dal 1580 iniziò a collaborare con il più giovane Tiburzio Vergelli, con il quale realizzò gli "Apostoli" d'argento, andati distrutti in epoca napoleonica, e la decorazione della "Cappella Masilla" nella Basilica di Loreto. Tra le sue opere migliori sono la statua di Sisto V, l’ Altare della Pietà a Loreto e il busto ritratto di Annibal Caro, dal 1963 conservato al Victoria and Albert Museum. Antonio Calcagni morì nel 1593 dopo aver preparato i modelli per la Porta Monumentale della Basilica di Loreto, che fu portata a termine dai suoi nipoti Pietro Paolo e Tarquinio Jacometti e da Sebastiano Sebastiani suo allievo. Opere • Monumento del Cardinal Niccolò Caetani di Sermoneta (1580) Basilica, Loreto • Dossale d'altare in bronzo con la Deposizione, Basilica, Cappella Massilla, Loreto • Medaglione con ritratto di Barbara Massilla, Basilica, Cappella Massilla, Loreto • Ritratto di padre Dantini, Chiesa di Sant'Agostino, Recanati • Vergine con bambino, Villa Coloredo Mels, Recanati • Ciborio, Eseguito per Recanati ora risulta alienato • Monumento a Sisto V (1587), Piazzale della Basilica, Loreto • Monumento in bronzo di Agostino Filago (1592), Basilica, Loreto • Porta Monumentale lato Sud, Basilica, Loreto Celebre scultore, allievo di Girolamo Lombardo e maestro di altri valenti artisti, quali; Tiburzio Verzelli, Sebastiano Sebastiani e Pietro Paolo Jacometti. Le sue opere migliori sono la statua di Sisto V, l’ altare della pietà a Loreto e la statua di Annibal Caro a Civitanova Marche. Un’ altra valente opera è la statua di Gregorio XIII, innalzata ad Ascoli, ma poi distrutta il 4 Dicembre 1793 dai giacobini locali. (fonte Bettini)

Via Campo dei Fiori

Via Campo dei Fiori

Prese il nome dal campo destinato agli Ebrei come loro Cimitero.  

Via Campo Sportivo

Via Campo Sportivo

Fiancheggia il vecchio campo sportivo situato sotto il Palazzo comunale – originariamente era il Campo di Marte ricavato sbancando la scarpata.  

Via Cannara A.

Via Cannara A.

Antonio da Cannara (1375-1451) (Antonius de Canaro, de Canario, de Cannaro, de Cannario, Antonio Bencioli). E’tra le figure di spicco del rinascimento della città di Recanati, celebre giurista e uomo politico che preferì la cittadinanza recanatese. È con molta probabilità da identificare con l'"Antonius de Fulgineo", che si laureò in diritto civile a Bologna il 2 sett. 1398, certamente di origine umbra (Cannara è in provincia di Perugia ed è assai prossima a Foligno). Morì cittadino di Recanati. Partendo dalle diverse ipotesi sull'origine del giurista, identificato dallo storico R. Abbondanza con l'Antonio Bencioli de Cannara che nella prima metà del '400 godette di ampio prestigio a Recanati, l'A ripercorre velocemente l'attività di avvocato e consulente del da Cannara, svolta prevalentemente nella marca anconetana all'epoca della signoria di Francesco Sforza, stabilito nelle Marche, a Recanati, dove s'era sposato e dove aveva ottenuto la cittadinanza. Fu uno dei personaggi più influenti nella vita politica, amministrativa, giudiziaria di quel Comune nella prima metà del Quattrocento e godette nel contempo di grande prestigio in tutta la regione. I documenti lo mostrano, tra l'altro, insieme ad Angelo da Perugia incaricato nel 1440 da Francesco Sforza di sindacare Antonio da Velletri, auditore della Marca rimosso dall'ufficio. Nel 1442 è oratore del Comune presso lo stesso Sforza; nel 1444 è menzionato tra i principali autori del consiglio espresso per confermare la fedeltà di Recanati al cardinale legato Domenico Capranica, vescovo di Fermo e legato della Marca; nel 1447 è incaricato insieme al vescovo di svolgere le trattative per la pace tra Osimo e Recanati da una parte e Ancona dall'altra, pace alla quale teneva particolarmente Niccolò V. Morì a Recanati nel 1451 e fu sepolto nella chiesa di San Francesco, dove la sua lapide esiste ancora, benché poco leggibile. A. che non pare abbia mai insegnato, godette tuttavia di una reputazione assai notevole come giurista. Le sue opere, di carattere spiccatamente pratico, frutto dell'attività di avvocato e di consulente, ebbero una certa fortuna e attestano l'alta considerazione in cui il giurista fu tenuto ai suoi tempi e il ruolo che ebbe in momenti determinanti della storia di Recanati. Del De executione instrumentorum, scritto nel 1433-34, Inedito è il Tractatellus de revocatione interlocutorie, del 1439. Seguono il De insinuationibus, scritto nel 1440,; e il De excusatore, composto nel 1446. Il trattato De quaestionibus et tormentis (Venezia 1563, Basilea 1563, Venezia 1584), fondato sulla dottrina canonistica oltreché sul diritto romano, è un'opera scarsamente originale, per quanto chiara e ben ordinata sistematicamente. L'autore si ispira specialmente a Innocenzo IV, Bartolo e Baldo. Un consiglio di A. è stampato nei Consilia criminalia (Venezia 1563 e 1582). Altri consigli, inediti, sono nella Biblioteca Vaticana e nella Biblioteca Classense di Ravenna. Inedita è rimasta l'opera sua forse più importante, il Tractatus de potestate papae supra concilium generale contra errores Basilienses, scritto dopo il 1440 in polemica con Nicolò de' Tudeschi e dedicato al vescovo di Macerata e di Recanati Niccolò Asti. Si conserva nella Biblioteca Vaticana in triplice copia Codd. Vatt. Latt.4131, 4186, 4905, di cui uno, forse, autografo); nella Biblioteca Palatina di Parma (Parmense 975); e nella Biblioteca Augusta di Perugia (Ms. 248). Non ne è mai esistita una copia a Lucca, come invece segnalò il Blume; quasi certamente perduta è l'altra copia segnalata dallo stesso Blume a Genova  

Via Capodaglio

Via Capodaglio

Guglielmo Capodaglio (1879-1961), dopo aver frequentato il Liceo G. Leopardi, ha affiancato il padre Giovanni nella conduzione della fabbrica artigianale di prodotti in corno e radica fondata nel 1878. Dopo la morte del padre ha continuato la sua attività insieme al fratello Romualdo. Tenne alta la tradizione artigianale producendo inizialmente tabacchiere in corno e pipe in radica, oggetti di fine rifinitura quali pettini, posate, calzascarpe e articoli vari, creando una serie di operai specializzati e dando lavoro a moltissime famiglie recanatesi. La ditta ha partecipato a numerose fiere ed esposizioni ottenendo numerosi riconoscimenti e facendo si che la sua produzione fosse conosciuta ed apprezzata in tutta Italia. Guglielmo ha partecipato all’esposizione internazionale dell’ artigianato di Parigi nei primi del ‘900 ed ha continuato a lavorare ininterrottamente sino alla sua morte avvenuta nel 1961.  

Via Cappuccini Vecchi

Via Cappuccini Vecchi

Nel 1616 furono costruiti il convento e la chiesa dedicati alla Madonna di Loreto. I frati cappuccini hanno sempre avuto rapporti con la vicina famiglia Leopardi: appartiene a essa la prima Cappella laterale destra, dove fu esposto il quadro della Madonna Consolatrice degli Afflitti, protettrice dei Conti Leopardi. Secondo la Regola dell'Ordine è senza ornamenti. Nell'altare maggiore, costruito in noce, si trova un quadro della Madonna di Loreto dipinto da Girolamo Cialderi (1593 - 1680 Urbino), ai lati due tele settecentesche raffiguranti Santa Chiara e Santa Margherita da Cortona. Nel secondo altare, alla destra di chi entra, La Madonna dell'Insalata, pregevole tela attribuita da storici dell'arte al grande artista del Cinquecento, Caravaggio. Sul piazzale di fronte alla chiesa fu eretta una stele in travertino, decorata con ceramiche di Arturo Politi e Rodolfo Ceccaroni. Nel 1774 il convento venne ingrandito; dopo la soppressione del 1810 i frati vi ritornarono nel 1815; pochi mesi dopo la soppressione del 1866 la chiesa poté essere riaperta al culto. Questa presenta esternamente una facciata a capanna, con una finestra termale, preceduta da un portico con cinque archi alternativamente a tutto sesto e a sesto ribassato; all’interno navata unica coperta a botte con due cappelle per lato. Il convento si sviluppa a destra dell’edificio sacro ed è attualmente sede del Centro Missioni Estere. All’interno del convento dei Frati Cappuccini di Recanati è stato allestito il nuovo museo missionario. Il primo convento fu fondato nel 1557 su una collina fuori dalla porta di Montemorello e nel 1558 venne posta la prima pietra della chiesa dedicata a S. Mauro Abate utilizzando il materiale di una chiesa a lui dedicata. Nel 1615 si iniziò a costruire il nuovo convento «dentro alla città, sopra le mura d’essa città […] fabbricato d’elemosine di diversi benefattori, et col prezzo del luogo vecchio, venduto a tale effetto», con chiesa dedicata alla Madonna di Loreto. Dalla Relazione del 1650 si sa che aveva 30 celle, 2 infermerie con cappella, la «libraria, et una stanza per tenere panni et altre cose del comune», era presente anche l’orto «contiguo in due pezzi che in tutto sarà tre coppe e mezzo di terra». Vi risiedevano 15 religiosi, di cui 7 sacerdoti, 1 chierico e 7 laici. Nel 1774 il convento venne ingrandito; dopo la soppressione del 1810 i frati vi ritornarono nel 1815; pochi mesi dopo la soppressione del 1866 la chiesa poté essere riaperta al culto. Questa presenta esternamente una facciata a capanna, con una finestra termale, preceduta da un portico con cinque archi alternativamente a tutto sesto e a sesto ribassato; all’interno navata unica coperta a botte con due cappelle per lato. Il convento si sviluppa a destra dell’edificio sacro ed è attualmente sede del Centro Missioni Estere.  

Via Carancini

Via Carancini

opposizione dei recanatesi al fascismo Nonostante la forte pressione del fascismo, acuitasi poi durante la guerra, Recanati tra la fine del 1943 e 1944 è la sede degli incontri segreti tra i CLN delle Marche e emissari degli alleati per anni. La foce del Potenza, con il supporto del GAP di Portorecanati diventa un luogo nevralgico per sbarchi ed imbarchi. Il primo CLN (Comitato di Liberazione Nazionale fu un'organizzazione politica e militare italiana costituita da elementi dei principali partiti e movimenti del paese, formatasi a Roma il 9 settembre 1943[1], allo scopo di opporsi al fascismo e all'occupazione tedesca in Italia, scioltasi nel 1947) è formato da Natale Gioia, Irnerio Madoni, Pietro Maggini, il capitano Principi, Giuseppe Tarducci, Sergio Biti, Gaetano Carancini, Nazzareno Biagiola. In particolare il CLN ha coordinato e diretto la resistenza italiana  

Via Cartocci Bartolomei

Via Cartocci Bartolomei

 Alfredo Cartocci Bartolomei è stato un Partigiano Recanatese caduto per la libertà, fucilato a Cefalonia. Classe 1901, capitano di stanza con la divisione Acqui, partecipa all’epica resistenza delle forze italiane contro i tedeschi distinguendosi sin dall’8 settembre 1943 per atti di eroismo durante i combattimenti durati oltre due settimane. Catturato dai tedeschi sarà barbaramente fucilato il 24 settembre 1943. L'eccidio di Cefalonia fu compiuto da reparti dell'esercito tedesco a danno dei soldati italiani presenti su quelle isole alla data dell'8 settembre 1943, giorno in cui fu annunciato l'armistizio di Cassibile che sanciva la cessazione delle ostilità tra l'Italia e gli anglo-americani. In massima parte i soldati presenti facevano parte della divisione Acqui, ma erano presenti anche finanzieri, Carabinieri ed elementi della Regia Marina. Analoghi avvenimenti si verificarono a Corfù che ospitava un presidio della stessa divisione Acqui. La guarnigione italiana di stanza nell'isola greca si oppose al tentativo tedesco di disarmo, combattendo sul campo per vari giorni con pesanti perdite, fino alla resa incondizionata, alla quale fecero seguito massacri e rappresaglie nonostante la cessazione di ogni resistenza. I superstiti furono quasi tutti deportati verso il continente su navi che finirono su mine subacquee o furono silurate, con gravissime perdite umane. Il ruolo dei rivoltosi nell’annientamento della divisione Acqui, fu il vero esordio dell’Italia resistenziale, il primo contributo alla lotta di liberazione dopo l’8 settembre 1943. L’italia ha sull’isola greca, all’indomani dell’armistizio con gli alleati, quasi 12 mila uomini mentre la presenza tedesca è di poche centinaia. Dopo l’armistizio Hitler chiede la consegna delle armi in piazza di Argostoli, il capoluogo. E qui scendono in campo le molte idee dell’Italia rappresentate dai militi di Cefalonia. Chi sta coi tedeschi, chi coi partigiani greci, chi vuole mantenere le armi, chi sbanda come l’Italia abbandonata al suo destino. La massa grigia propende per il ritorno a casa. Nel mezzo ci sono molti italiani che cadranno da eroi. Il capitano della 3a compagnia mitraglieri Bruno Recchioni, gloria del calcio fermano, combatte contro i tedeschi del capitano Von Stoephasius sulla rotabile Kardakata-Argostoli. I tedeschi hanno l’arma letale: gli Stukas che bombardano con precisione. In soccorso alle nuove forze di terra questi aerei chiudono la contesa in pochi giorni. Il fermano finirà fucilato alla casetta rossa, nella baia di San Teodoro, assieme al maceratese Davide Micozzi e al capitano Alfredo Bartolomei Cartocci del quartier generale della Divisione. L’anconetano Bartolomei è il capo del Commissariato. Davanti al plotone di esecuzione tenta di salvarsi. Ha sulla giacca le mostrine rosse, simili a quella della Sanità e prova a farsi passare per ufficiale medico. Gli dà man forte padre Formato, un cappellano militare che riuscirà a salvare alcuni soldati. Ma i tedeschi sono inflessibili: la divisa italiana è quella dei traditori. Tutti al muro, compreso il capo dell’amministrazione Attilio Cerundolo. Bartolomei cade con i tenenti Casaretto e Grattarola, il capitano Polver, il colonnello Fioretti. Il suo concittadino tenente Carlo Boselli, classe 1920, muore in combattimento.  

Via Ceccaroni/Traversa Ceccaroni

Via Ceccaroni/Traversa Ceccaroni

Via Ceccaroni/Traversa CeccaroniMaggiore Mario Alessandro Ceccaroni medaglia d’oro alla memoria, caduto sul fronte greco nel 1941. Nato a Recanati nel 1897 da nobile famiglia marchigiana, Mario Alessandro Ceccaroni aveva partecipato alla Prima Guerra Mondiale dal giugno 1917. Nel 1932 ottenne la promozione a capitano e quindi a maggiore nel 1940. Nei primi giorni dell’anno successivo si imbarcava a Brindisi per il fronte greco, dove –al comando del 3° Reggimento Artiglieria Alpina, “sprezzante del gravissimo pericolo” rimaneva colpito a morte : “fulgido e vivo esempio di sacrificio e completa dedizione al dovere” (dalla motivazione della Medaglia d’oro al valor militare alla memoria). La lapide in suo onore venne collocata sulla facciata del Palazzo Ceccaroni *domenica 19 giugno 1949, nel corso di una cerimonia voluta ed organizzata dalla locale sezione dell’Associazione nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra, in occasione del trentennale della sua fondazione. Il corteo, a cui presero parte il Presidente Nazionale dell’Associazione, avvocato Pietro Ricci, il Sindaco e la Marchesa Maddalena Ceccaroni Colleoni, vedova del Maggiore, depose corone di alloro sulla lapide dei Caduti presso la Torre Civica ed ai piedi del monumento a Giacomo Leopardi “omaggio dei Mutilati d’Italia al poeta del dolore umano”. In quella occasione venne intitolata al Maggiore Mario Alessandro Ceccaroni il Piazzale antistante alla sua casa natale, oggi Piazzale San Vito. Oggi è rimasta in sua memoria l’intitolazione di una via nella zona artigianale e commerciale della “Ex Eko”. Anche il Gruppo Alpini di Recanati ha voluto prendere il nome del Maggiore Ceccaroni , così come la Caserma di Rivoli, nei pressi di Torino, che sin dal 1952 è a lui intitolata. * Palazzo Massucci – Ceccaroni Costruito con l’accorpamento di tre edifici trecenteschi su disegno dell’ architetto canonico Carlo Orazio Leopardi nella seconda metà del XVIII secolo, si presenta come un grande edificio a corte interna chiusa ed annessi corpi secondari. I disegni della facciata e del portale presentano molte analogie con Villa Colloredo Mels. Un percorso sotterraneo si estende fin sotto il piazzale della chiesa di San Vito e viene detto “la grotta dei pupi”. Sembra attribuirsi ad uno scultore alle dipendenze del Sansovino durante il periodo di esecuzione dei lavori di rivestimento della Santa Casa di Loreto. Qui l’artista aveva potuto trovare scampo dalla legge e quindi nascondersi dopo essere stato coinvolto in un fatto di sangue per rissa, godendo nel palazzo Massucci del diritto d’asilo. Scavata nel tufo arenario a massa compatta , nella grotta si rappresentano diversi personaggi a rilievo con costumi dell’ epoca, con ricchi festoni di frutta e fiori, cariatidi, conchiglie e mascheroni.

Via Cingolani Igino

Via Cingolani Igino

Cingolani Igino (1901- 1986) è nato a Recanati, il 1 Aprile 1901 da una famiglia numerosa. Si è laureato nella Facoltà di Medicina e Chirurgia il 02/07/1926 con il massimo dei voti presso l’Università di Bologna. Il primo incarico da neo professionista conferitogli dal medico provinciale di Macerata fu la sostituzione del medico condotto di Montecosaro. Questo fu l’inizio di una illuminata professione, divenne il dottore della maggior parte dei recanatesi, specialmente dei meno abbienti, era infatti chiamato il medico dei poveri. Nel 1924 entrò a far parte della Pubblica Amministrazione di Recanati, contribuendo alla realizzazione di importanti opere e strutture. Ha partecipato come ufficiale medico con il compito esclusivo di sostenere fisicamente il corpo e moralmente l’ anima dei soldati, alla Campagna dell’ Africa Orientale, alla Campagna di Albania e a quella di Russia. Sin dal primo dopoguerra è stato il medico fiduciario della sezione locale Combattenti e Reduci - Nastro Azzurro ONIG (Opera Nazionale Invalidi di Guerra). Amato e stimato da tutti coloro che lo conobbero, ancora oggi il suo ricordo è vivo in tutte quelle famiglie dove è entrato, se pur tanti anni fa, con la sua umanità e professionalità. Autore del libro “Uomo e medico in pace e in guerra (Diario di una vita)”. Stampato in proprio a Recanati.  

Via Cipolloni Walter

Via Cipolloni Walter

Walter Cipolloni (1906- 1925) è stato un marinaio recanatese deceduto nell’ affondamento del sommergibile Sebastiano Veniero nell’ agosto del 1925  a largo di Capo Passero, insieme ai suoi 47 compagni. La sua salma giace ancora in fondo al mare. Egli si arruolò in marina nonostante la volontà contraria di suo padre, che dovette infine cedere ed acconsentire alla  scelta. Appena arruolato fu mandato alla Spezia e nominato per il suo grande impegno, sottocapo silurista scelto. L’ultima volta che Walter mise piede a Recanati fu alla fine di luglio 1925, quando ottenne una breve licenza per conoscere la sua nipotina Alba,  appena nata. Prima di quel fatale 26 agosto, il giovane, indirizzò il suo estremo saluto ai suoi cari con una cartolina raffigurante il sommergibile, nella quale annunciava del prossimo viaggio con il Veniero per destinazione ignota. Da quel viaggio non avrebbe più fatto ritorno.

Via Cirfoglio

Via Cirfoglio

Probabilmente è una deviazione dialettale di “Cerfoglio” pianta importata dai romani dalla Russia meridionale e che viene usata in cucina - in sostituzione del prezzemolo – e in medicina – per preparare decotti e tisane, evidentemente in quella zona cresceva particolarmente fitta. 

Via Claudio Conti

Via Claudio Conti

La piccola chiesa di Sant’Anna a Recanati che ospita l’iscrizione marmorea, contiene la riproduzione fedele della Santa Casa di Loreto, meta nel passato di pellegrini e malati. Il restauro del 1950, nell'ambito del quale venne realizzata la suddetta iscrizione, fu inizialmente progettato da Biagio Biagetti e venne poi realizzato, in forma notevolmente semplificata, dall’architetto Claudio Conti , come ci ricorda un’iscrizione su pietra nel gradino dell’altare “ CONSILIO ET ARTE ARCHITECTI CLAUDII CONTI MDCCCCLI”. La preghiera, rivolta a Maria di Loreto, perché favorisca la pace, riflette le ansie e le preoccupazioni di un dopoguerra carico di tensioni, per la guerra fredda ed i conflitti in atto (come la guerra di Corea scoppiata in quegli anni). Evidenti i riferimenti al presente (“fraterna alleanza della grande famiglia delle nazioni”); precisi e poco retorici gli accenni al passato recente (“spenti gli odi e le false amicizie”): elementi che ne fanno una decorazione originale e poco frequente negli edifici sacri.  

Via Colombella

Via Colombella

COLOMBELLA, Antonio (Antonio da Recanati). - Nacque a Recanati, probabilmente nell'ultimo decennio del sec. XIV. Dotto Agostiniano. Professore di teologia alla Sorbona di Parigi e all’università belga di Lovanio. Il C., che fu teologo agostiniano e vescovo di Senigallia, è chiamato concordemente dalle fonti Antonio da Recanati; non deve essere confuso con l'omonimo agostiniano Antonio da Recanati, vissuto circa quarant'anni prima. Prese l'abito degli agostiniani probabilmente nel convento della città natale. Dopo aver studiato in alcuni conventi italiani - sappiamo che abitò per un certo tempo in quello fiorentino di S. Spirito -, nel 1419 fu mandato come lettore presso lo Studio generale agostiniano di Parigi per laurearsi in teologia. La sua carriera universitaria fu messa in forse dalla sua attivissima partecipazione alla ribellione del convento contro il vicario inviato dal priore generale, cosa che gli valse una durissima reprimenda da parte di quest'ultimo (1422); ma nel 1423 il C. fu perdonato e gli fu concesso di proseguire gli studi. Nel 1424, alla Sorbona, ottenne la licenza, e nel 1425 il suo nome compare nella lista dei maestri reggenti di quell'università. Nel 1429 alcuni suoi concittadini posero la candidatura del C. a vescovo di Recanati; ma, considerando che non tutti erano concordi sull'elezione - altri preferivano il vescovo di Ancona e futuro cardinale Astorgio Agnesi -, Martino V preferì respingere entrambe le candidature e nominare un amministratore apostolico della diocesi. Il 18 sett. 1432 il rettore generale Gerardo da Rimini nominò il C. suo vicario e visitatore del convento agostiniano di Tournai, con facoltà valide per due mesi; lo convocò poi a Basilea per il giugno del 1433 di modo che, insieme con altri teologi e canonisti dell'Ordine, partecipasse al concilio. Il C. vi prese parte ufficialmente dal 31 agosto; il 14 ottobre, quando il rettore generale e il procuratore generale di Basilea dovettero assentarsi, fu nominato viceprocuratore generale davanti al concilio. Ma a Basilea restò poco: l'università di Lovanio gli offrì una cattedra di teologia, che il C. accettò e tenne ininterrottamente per sette anni e mezzo. A partire dal 31 maggio 1434 - data della nomina - la sua presenza ininterrotta a Lovanio è esaurientemente documentata nei registri amministrativi e nella serie dei verbali delle sessioni del consiglio accademico. Con ritmo costante, quattro volte all'anno, compaiono le note relative ai pagamenti dei suoi servizi di professore: le prime volte ricevette 15 peters, poi per quattro volte 25 gulden, e in seguito, sino al termine della sua attività didattica, sempre 30 gulden. Dagli atti delle sessioni del consiglio accademico risulta che partecipò più volte all'elezione di nuovi rettori, che fece parte della commissione dei revisori dei conti e del gruppo dei giudici delle cause, e che intervenne in varie questioni, tra cui alcune di una certa importanza, riguardanti la vita universitaria. Implicato con altri agostiniani del convento di Bruges, che avevano influsso alla corte dei duca di Brabante, in maneggi rivolti a ottenere dal duca il trasferimento a Bruges della giovane università lovaniense, o almeno l'istituzione di una nuova università in quella città, il C. non poté mantenere una cattedra che era diventata probabilmente pericolosa per lui: alla fine del 1441, non sappiamo quanto spontaneamente, diede le dimissioni e fu sostituito da due nuovi professori, formatisi a Colonia. Non sappiamo dove egli risiedesse e quali fossero le sue attività nell'arco di tempo che va dagli inizi del 1442 alla metà del 1445. A partire da questa seconda data risulta risiedere a Roma, da dove tiene rapporti epistolari con suoi concittadini di Recanati per questioni attinenti alla nuova situazione politica creatasi nella città dopo l'instaurarsi nelle Marche della signoria di Francesco Sforza. A Roma il C. abitò probabilmente nel convento di S. Agostino; in Curia dovette conquistarsi una posizione di rilievo se è vero, come affermano alcuni storici, che egli fu designato dai Recanatesi per presentare, in qualità di loro ambasciatore, le felicitazioni della città natale al nuovo papa Niccolò V. La notizia, così come ci è stata trasmessa, contiene qualche inesattezza, in quanto al C. viene prematuramente attribuito il titolo di vescovo di Senigallia; è però molto probabile che essa rifletta il prestigio che il maestro agostiniano si era guadagnato nell'ambiente curiale. In effetti Niccolò V, nove mesi dopo l'elezione, nominò il C. vescovo di Senigallia, dignità che comportava anche quella di conte. Come vescovo di Senigallia il C. partecipò al Parlamento generale della Marca di Ancona, tenutosi il 14 settembre 1448 a Macerata sotto la presidenza di Filippo Calandrini, fratello uterino di Niccolò V, allora vescovo di Bologna e poco dopo anche cardinale. La bolla con cui il papa confermò gli accordi presi dalla Dieta ci rivela che il C. celebrò la messa solenne o de Spiritu Sancto" e che, come vari altri prelati partecipanti, prese la parola. Nel 1449 il C. concesse la contea di Porcozzon e a Giovanni Rainaldo, figlio del capitano di ventura Mostrada della Strada; il 12 luglio dello stesso anno consacrò la chiesa del convento agostiniano di Fabriano, poche settimane prima dell'arrivo di Niccolò V in quella città, dove si trattenne alcuni mesi. In seguito lo troviamo in lite con la città di Iesi a causa di alcuni territori ai confini tra la città e la diocesi di Senigallia; il 7 dic. 1454 si giunse, grazie alla mediazione del vicelegato delle Marche, il vescovo di Teramo, a una pacificazione; l'atto pubblico redatto in quest'occasione fu approvato e ratificato da Callisto III con bolla del 20 maggio 1455. Lo stesso Callisto III concesse al C. per mezzo del vescovo di Iesi - incaricato di esaminare la veridicità dei motivi addotti - di vendere un territorio della diocesi di Senigallia, chiamato "Orgiolum", a condizione di impiegare il ricavato nell'acquisto di rendite più redditizie per la diocesi. Non sappiamo quali siano state, nei primi tempi, le relazioni tra il C. e Sigismondo Pandolfo Malatesta, che estese il suo dominio su buona parte delle Marche e che poi ottenne in vicariato da Niccolò V - con bolla del 29 ag. 1450 - le città conquistate, tra cui Senigallia; comunque, a partire dal 1453, scoppiò tra i due un grave dissidio, originato dai progetti di fortificazioni di Sigismondo e dalle difficoltà frapposte a essi dal vescovo. Secondo una cronaca contemporanea, il C. si rifiutò di cedere alcune case, appartenenti al vescovado, che impedivano di realizzare le mura secondo i progetti elaborati. In questa occasione Sigismondo fece modificare il progetto; ma nel 1456 (nel 1458 secondo altri), accortosi che la cattedrale e il palazzo vescovile si innalzavano al di sopra delle mura compromettendo la strategia difensiva della città, fece demolire in un solo giorno entrambi gli edifici: insieme con essi furono abbattute anche sette torri e trenta case contigue alla cattedrale e al palazzo vescovile. Secondo i cronisti, particolarmente quelli agostiniani, il C., contrariato dall'ordine di Sigismondo, si sarebbe ritirato con il suo clero in Ancona, prendendo alloggio nel convento degli agostiniani. Nel maggio del 1459 si recò a Tolentino, dove si celebrava il capitolo generale dell'Ordine, in cui ebbe cura di raccomandare un agostiniano belga, che probabilmente aveva conosciuto ai tempi dell'insegnamento lovaniense: della raccomandazione si tenne conto. Alcuni giorni più tardi il nuovo priore generale, il futuro cardinale Alessandro Oliva da Sassoferrato, concedeva al C. due religiosi agostiniani per il suo servizio personale. Sembra che negli anni dell'esilio dalla sua diocesi il C. si facesse costruire a Recanati un'abitazione, attigua al convento e alla chiesa degli agostiniani, in cui nel 1465 fu redatto un documento notarile. Si può presumere che lì abbia trascorso almeno alcuni periodi dei suoi ultimi anni. Morì, secondo le fonti, ad Ancona nel 1466, Non è nota la data; ma è certo che già nel marzo di quell'anno la diocesi di Senigallia aveva un nuovo vescovo "per morte di Antonio". Al C. è attribuita la traduzione in italiano di alcuni trattati di Aristotele, conservati nel cod. 279 della Bibl. Estense di Modena. In una delle prime pagine - sebbene sia mutilo - ci resta una miniatura che rappresenta il maestro Antonio da Recanati con il discepolo e proprietario del manoscritto, messer Pancrazio Giustiniani da Venezia.

Via Cossio

Via Cossio

Arcivescovo Titolare di Sebastianopoli, Aluigi Cossio, nato a Cividale del Friuli il 14 mag 1874 e morto a Recanati il 3 gennaio 1956. Vescovo emerito di Recanati. Ordinato nel 1897, studiò teologia e diritto in Svizzera e Germania. Insegnò arte sacra e archeologia cristiana in Inghilterra. Fu uditore apostolico negli Stati Uniti dal 1914 al '23, anno in cui fu eletto vescovo e delegato apostolico del santuario di Loreto.  

Via Costa dei Ricchi

Via Costa dei Ricchi

La frazione o località Spaccio Costa dei Ricchi fa parte del Comune di Recanati, in provincia di Macerata, nella regione Marche e dista 3,54 chilometri dal medesimo. Il nome Spaccio Costa dei Ricchi, nella località Mattonata, è stato dato dal Comune nel 2014 e si riferisce a un tempo per indicare un luogo ricco d’acqua e abitato da possidenti terrieri. 

Via Cupa Madonna di Varano

Via Cupa Madonna di Varano

Borgo Varano era un'antica borgata medievale, fuori dell'attuale Porta Marina, che venne distrutta con i suoi edifici e monasteri quando, per difendere la città, vennero utilizzati i materiali per costruire le mura castellane. Chiesa di Santa Maria di Varano (XV secolo): la chiesa e l'annesso convento furono costruiti per i Frati Minori Osservanti a spese dell'allora vescovo di Macerata e Recanati, il forlivese Nicolò dall'Aste. Era chiamata anche "Chiesa degli Zoccolanti" dal nome "popolare" dei Frati Minori Osservanti, ossia Frati "zoccolanti" (oggi unificati nell'Ordine dei Frati Minori). Parte dell'allora convento divenne nel 1873 il pubblico cimitero, nel quale oggi vi è sepolto B. Gigli. La Cappella di San Diego fu fatta eseguire da Don Diego Zapata. Vi sono poi due tele di Pier Simone Fanelli, San Francesco e San Lorenzo da Brindisi e un Sant'Antonio di Marino Pasqualini. L'altare ligneo è del XVII secolo.  

Via dei Monti Azzurri

Via dei Monti Azzurri

Nome con cui il Leopardi si riferiva ai Monti Sibillini, i quali ammirava dalla sua casa, nelle “Ricordanze”.  

Via dei Piceni

Via dei Piceni

I Piceni (o Picènti) erano una popolazione italica, stanziata in età romana nel Piceno (regione dell'Italia centrale, compresa tra l'Esino, l'Adriatico, il Salino e l'Appennino). Erano un popolo di guerrieri, allevatori e pastori e svilupparono una fiorente civiltà nel territorio compreso tra Marche e Abruzzo tra il IX e il IV secolo a.C. Originari della Sabina, i Piceni traevano il nome dal loro totem, il picchio (picus) sacro a Marte (attualmente ritratto nello stemma della regione Marche) che avrebbe guidato dalla conca di Rieti alla costa adriatica un gruppo di giovani sabini durante il rito della primavera sacra, il quale consisteva appunto nell'abbandonare la terra di origine. Tra il VII e il V se. a.C. raggiunse il suo massimo splendore. Le maggiori informazioni sul popolo dei Piceni sono fornite dalle numerose necropoli sparse sul territorio. l’Arco di Augusto a Fano, le piscine epuratorie romane a Fermo, l’Arco di Traiano ad Ancona, la porta Gemina ad Ascoli Piceno, la galleria del Furlo sulla via Flaminia e le rovine delle città Urbs Salvia ( Urbisaglia ), Helvia Recina ( Macerata ) e Faleria . L’economia della civiltà picena si fondava principalmente sull’agricoltura e sulla pastorizia ed in minor misura, sulla caccia e sulla pesca. Erano anche mercanti ed i loro commerci avvenivano per via terra, fiumi e mari. Anche l’artigianato aveva la sua importanza; in primo luogo la lavorazione del bronzo, alla quale ben presto si affiancò quella del ferro; notevolmente sviluppata era la lavorazione dell’ambra e dell’avorio, mentre la filatura e la tessitura erano il tipico lavoro femminile. La comunità era divisa in classi: aristocratici, cavalieri e plebei. Gli aristocratici erano i più ricchi ed avevano il potere economico, politico e religioso. Davano molta importanza al rituale funerario, che era molto pomposo, infatti le tombe erano corredate da tanti oggetti preziosi ed erano ricoperte da tumuli imponenti. I più ricchi si facevano costruire statue e steli che venivano poste sopra i tumuli.  

Via dei Politi

Via dei Politi

I Politi sono stati un nobile famiglia recanatese, in memoria della quale è stata intitolata la via. Riconosce per suo capostipite SALVONE Politi (1168-1249). Capitano dei crociati a Gerusalemme con l'imperatore Federico II. Vicario imperiale a Joppe, morì combattendo nella difesa della città. MARZIO Politi, suo figlio, visse dal 1198 al 1251. Segretario del Cardinale Federico Borromeo e suo Vicario generale. Combattè in Palestina e tornato in Italia fissò la sua dimora in Recanati. POLITO, di Marzio Politi (1238-1295), fu inviato dal Parlamento della Provincia Picena come legato, insieme ad altri 16, a Nazaret e a Terzatto, per raccogliere documenti sulla traslazione della S. Casa di Loreto avvenuta il10dicembre1294. CLEMENTE, di Polito Politi (1278), dottore in legge, fu a Vienna consigliere di Carlo IV imperatore. Scrisse in latino un'opera di architettura militare. POLITO, di Clemente Politi (1310), matematico insigne nell'Università di Vienna. Fu architetto di costruzioni militari, sul quale argomento pubblicò in Magonza l'opera di suo padre Clemente, verso la metà del secolo XIV, e la stampò di nuovo in Venezia nel 1490. CORRADO, di Clemente Politi (1308-1400), Altro figlio di Clemente e fratello di Polito, insegnò scienze politiche nell' Università di Colonia, fu capitano nel 1330 sotto il re Giovanni Cieco di Boemia. LANCILOTTO, di Polito, Politi letterato, canonico a Siena ; morì nel secolo XV. PIETRUCCIO, di Corrado Politi (1350), riformatore degli Statuti di Recanati. SALVONE, di Pietruccio, Politi nel 1363 fu podestà di Urbania. CORRADO, di Pietruccio Politi (1375), fu uno dei principali capi ghibellini di Recanati. Nel 1405 era insegnante di scienze politiche nell’Università di Colonia. POLITO, di Corrado (1400), fortificò Loreto contro i Turchi. ANTONIO Politi, (1415-1475), capo della Magistratura, fu uno dei più illustri cittadini recanatesi del XV secolo. Nel 1458 fu uno dei riformatori delle leggi comunali e nel 1462 comandante della difesa di Recanati contro le incursioni dei turchi. Nel 1467 gli venne affidata la direzione dei restauri del castello di Montefiore. Capitano in Loreto nel 1471. ADRIANO, di Polito Politi (1450), Commediografo, traduttore di Tacito. Fece un dizionario toscano. AMBROGIO, di Salvone Politi (1460), frate domenicano dotto in teologia, fu precettore di Giulio III, intervenne al Concilio di Trento. Fu vescovo e arcivescovo in partibus. Morì ad Empoli nel 1533 quando, chiamato da Giulio III si recava a Roma per ricevere il cappello cardinalizio. POLITO, di Antonio Politi, priore nel 1479. SALVONE, di Polito, Capo della Magistratura nel 1494. Fu dittatore nel 1502, deputato a riappacificare Fermo, San Ginesio e Sarnano nel 1513. TOMMASO Politi, dittatore nel 1501 e capitano del porto nel 1510. POLITO, di Pietruccio Politi (1480), Esperto ingegnere militare, capitano in Loreto. Insegnò matematica nell' Accademia di Vienna. RICCARDO, di Tommaso Politi (1490), insegnò a Padova filosofia, logica e fisica nel 1521. ALESSANDRO, di Tommaso Politi (1495), unito col magnifico Pandolfo nel governo di Siena nel 1526, intercesse dalla beata Margherita Pichi la liberazione di Siena dalle armi di Clemente VII. SALVONE, di Clemente Politi, combattè contro i Turchi in Ungheria nel 1520, fu promosso capitano sul campo di battaglia al posto di Ludovico Confalonieri, caduto da prode ai suoi piedi. CLEMENTE, di Marzio Politi (1515), fu console della Fiera nel 1544 e dittatore, professore di matematica. PIETRO, di Clemente Politi (1563-1634), avvocato, cavaliere di Malta. MARZIO, di Clemente Politi (1569-1633), fu vicario generale del cardinale Federico Borromeo e suo suffraganeo, giudice metropolitano nel 1627, vicario generale nella Diocesi di Camerino ed Orvieto nel 1597, vicario del vescovo Rutilio Benzoni in Recanati. CLEMENTE, di Pietro Politi (1593-1675), canonico e vicario generale di Loreto, e metropolitano di Siena, Benevento e Genova ; fabbricò in Siena la Cappella di S. Francesco con sepolcro gentilizio. GIO. BATTA, di Pietro Politi (1640), dottissimo proposto della Cattedrale di Recanati. CLEMENTE, di Giuseppe Politi (1643-1722), Uomo di vasta cultura: musico, drammatico, filosofo, teologo e poeta, fu socio di parecchie Accademie. Lasciò molte memorie storiche sulla città di Recanati e scrisse numerosi libretti d’opera, alcuni musicati da maestri recanatesi N.Gasparrini e B.Prosperi. GIUSEPPE, di Pietro Politi (1673-1730), cavaliere di S. Stefano nel 1704. Fu ambasciatore alla regina di Polonia e di Ungheria, vedova di re Giovanni Sobiescki. PIETRO, di Giuseppe Politi (1713-1782), fu cavaliere di S. Stefano nel 1730. FRANCESCO, di Giuseppe Politi (1719-1781), fu cavaliere di S. Stefano nel 1730. CLEMENTE Politi (1722-1792) fu canonico di Santa Maria Maggiore in Roma. CORRADO, di Giuseppe Politi (1819-1872) Dottore in legge ed in scienze naturali, capo della Sezione Ornitologica di Perugia, nel 1847 fu uditore nel Consiglio di Stato per le Finanze, nel 1848 volontario contro l' Austria, nel 1849 membro della Costituente Italiana per il collegio elettorale di Recanati. Dopo la restaurazione fu rinchiuso a S. Palazia ad Ancona, condannato a morte dal Governo pontificio e commutatagli poi la pena con il carcere a vita, riuscì ad evadere e a riparare a Tunisi, dove il Bey gli offrì un lucroso incarico, commendatore dell'Ordine del Merito Civile che lasciò nel 1860 per unirsi ai volontari garibaldini. In Sicilia Garibaldi gli affidò importanti incarichi militari e civili. Entrò poi nell’esercito italiano con il grado di tenente colonnello. Nel 1861 per decreto reale ebbe il grado di luogotenente colonnello di Stato Maggiore, e poi capo divisione al Ministero della Guerra, capo di Stato Maggiore nella Divisione di Chieti e quindi capo dei Magazzeni Militari. Ebbe la medaglia commemorativa della Indipendenza d'Italia, fu cavaliere ufficiale della Corona d'Italia. Morì nel 1872 . GIUSEPPE, di Antonio Politi (1789-1840). Fu cavaliere di S. Stefano, gonfaloniere in Recanati dal 1819 al 1831 e dal 1834 al 1835, ricostruì le mura di Recanati. Il 27 ottobre 1811 sposò la nobile Lucrezia dei marchesi RICCI di Macerata (1795-1854), da cui ebbe sei figli maschi, che sono i capostipiti degli attuali 6 rami di Casa Politi. Un ramo, di cui fu il celebre medico, fisico e matematico ANDREA, fiorito nel sec. XVI, fu nobile di Ripatransone ; oggi è estinto. La famiglia è iscritta nell' Elenco Nob. Uff. Ital. con i titoli di : - Nobile di Recanati - Conte palatino imperiale

Via del Circondario

Via del Circondario

Il circondario amministrativo del Regno d'Italia è stato un ente intermedio tra la provincia e il mandamento. Fu istituito nel 1859 con la legge Rattazzi, come nuova denominazione della "provincia" del Regno di Sardegna, che corrispondeva all'arrondissement francese. In seguito alla graduale annessione allo stato sabaudo degli altri territori della penisola, l'istituto del circondario fu esteso alle nuove province, sostituendo, nello specifico, l'istituto del distretto del Regno delle Due Sicilie. I circondari vennero soppressi nel 1927. Le città capoluogo dei circondari erano sede di sottoprefettura, di tribunale, di catasto e uffici finanziari. Il circondario era a sua volta suddiviso in mandamenti. La suddivisione amministrativa del territorio nazionale italiano in 69 province e circondari all'inizio della prima guerra mondiale (1915).

Via del Donatore

Via del Donatore

Per rendere omaggio a tutti coloro che scelgono di donare qualcosa di se per il bene altrui. Anche a Recanati si è innescato un meccanismo virtuoso per la volontà di donazione degli organi. Tutto questo grazie al progetto denominato "Una scelta in Comune" i cui dati sono stati presentati ieri nel corso di una conferenza stampa presso la Regione Marche ad Ancona, a cui hanno preso parte il presidente della Regione, Luca Ceriscioli con Maurizio Mangialardi, presidente ANCI Marche; Francesca De Pace, coordinatore del Centro regionale trapianti; Alessandro Nanni Costa, direttore Centro nazionale trapianti; Rosanna Di Natale, Federsanità Anci; Duilio Testasecca, direttore scientifico del progetto e Gabriele Riciputi per Aido Marche. A rappresentare la città della poesia e del bel canto era presente il Sindaco Francesco Fiordomo. Il Comune di Recanati è stato infatti tra i primi ad avviare il servizio di raccolta e trasferimento della dichiarazione di volontà a donare gli organi nel momento del rilascio o rinnovo del documento di identità. L'adesione al progetto è arrivato subito dopo la fase sperimentale che ha coimvolto dapprima i Comuni di Ancona, Ascoli Piceno, Chiaravalle, Fabriano, Fermo, Pedaso, Porto Sant’Elpidio, San Benedetto del Tronto e Senigallia, raccogliendo 2699 dichiarazioni, un successo se confrontate con le 2198 dichiarazioni raccolte negli sportelli Asl in quattordici anni. Ad oggi attraverso i Comuni che si sono già collegati al sistema sono state raccolte 7184 dichiarazioni, di cui oltre l’86% positive. A seguito degli interventi normativi, anche l’ufficio anagrafe del Comune di Recanati può raccogliere e registrare la dichiarazione di volontà sulla donazione di organi e tessuti. In fase di richiesta o rinnovo della carta d’identità sempre più cittadini si sentiranno pertanto richiedere dagli operatori dell’anagrafe se intendono esprimersi sul tema della donazione. Nel caso in cui il cittadino decida di esprimere la propria volontà- sia essa positiva o negativa- questa confluirà direttamente nel Sistema Informativo Trapianti, consultabile 24 ore su 24 in modalità sicura dai medici del Centro Regionale Trapianti. Questa modalità di espressione della volontà si affianca alle altre tuttora vigenti. La procedura consente di raggiungere in modo progressivo e costante tutti i cittadini maggiorenni, invitati dall’operatore dell’ufficio anagrafe a manifestare il proprio consenso o diniego alla donazione sottoscrivendo un apposito modulo. Le espressioni registrate al Comune non vengono indicate sul documento di identificazione ma trasmesse direttamente e in tempo reale al Sistema Informativo Trapianti. Il colloquio tra il sistema informativo comunale e il Sistema Informativo Trapianti avviene tramite software che ha la possibilità di attivare dalla postazione dell’operatore un server remoto. Il colloquio utilizza il canale crittografato (https) e prevede una mutua autenticazione fra i due sistemi tramite un certificato digitale. Il Sistema Informativo Trapianti viene consultato per ogni potenziale donatore in stato di accertamento di morte cerebrale.  

Via del Mare

Via del Mare

La via del mare collegava in epoca medievale la Città, attraverso Porta Marina, al Castrum maris e quindi con il Porto. Leopardi si riferiva al Mare Adriatico, il quale ammirava dalla sua casa, nelle “Ricordanze”.  

Via del Nastro Azzurro

Via del Nastro Azzurro

L'Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valore Militare (o più semplicemente Nastro Azzurro) è un ente a struttura associativa di tutti i Decorati Italiani di Medaglia al Valor Militare, dalle guerre d'indipendenza fino all'attualità. Il 4 gennaio del 2004 in piazza Leopardi a Recanati è stata posta una lapide in memoria delle vittime del secondo conflitto mondiale (Ufficiali, Sottufficiali, Soldati, Piloti, Avieri, Marinai e Caduti per malattia). La lapide è stata poi aggiornata nel 2009, dall’associazione Istituto Nastro Azzurro di Recanati, presieduta da Raimondo Mazzola, dal momento che è emerso un ulteriore elenco di 25 soldati recanatesi, caduti e dispersi sui vari fronti durante la Guerra 1940-1943 e ritrovato in seguito a scrupolose indagini e ricerche anagrafiche effettuate sulla base di segnalazioni pervenute da parte di alcuni eredi dei caduti che non erano elencati nella lapide.  

Via del Potenza

Via del Potenza

Il Potenza è un fiume a carattere torrentizio che attraversa la provincia di Macerata nelle Marche. Il suo nome latino era Flosis e in epoca romana la navigazione fluviale permetteva i collegamenti tra Potentia ed Helvia Recina nella zona di Villa Potenza. Il corso d'acqua nasce nel piccolo comune di Fiuminata in provincia di Macerata e più precisamente dal Monte Pennino (1571 m.s.l.m.). La sorgente ubicata a circa 800 m.s.l.m. ricade nella frazione di Fiuminata Fonte di Brescia. I principali affluenti del fiume sono da sinistra rio Catignano, rio Chiaro, rio di Campodonico, torrente Monocchia, rio di Palazzolo, fosso S.Lazzaro e rio Torbido, mentre quelli da destra sono fosso dell'Elce e torrente Palente. A Pioraco vi confluisce il torrente Scarsito. Altri suoi affluenti sono fosso di Gregoretti, fosso di Parolito e fosso di Pitino. I principali centri della provincia lambiti dal corso del fiume sono il territorio di Fiuminata, dalle sorgenti sino a Pioraco, quindi Castelraimondo, S.Severino Marche e Passo di Treia. Costeggiando la ex-Strada Statale 361 Septempedana arriva a Villa Potenza all'antica Helvia Recina, lambisce Montelupone, Recanati, Potenza Picena e prosegue fino a Porto Recanati, dove si riversa nel mare Adriatico dopo circa 95 km di percorso. I Romani fondarono nel 184 a.C. la città di Potentia nell'ambito del processo di colonizzazione della costa adriatica. Le invasioni barbariche e la guerra gotica della prima metà del VI secolo indussero gli abitanti di Potentia a cercare rifugio nelle alture ai lati del fiume Potenza, in zona Montarice e nell'attuale contrada Torretta, oppure risalendo la vallata sistemandosi sulle colline e lasciando alle inondazioni e all’impaludamento le terre abbandonate. Intorno al Castello Svevo (Castrum Maris) per dono di Federico II si è sviluppato il primo nucleo abitativo intorno al XIII secolo. Il castello venne completato solo durante il XV secolo, per il porto ci sarà da attendere. La principale attività dell'epoca era il carico e lo scarico delle imbarcazioni direttamente al castello (chi trasgrediva era soggetto a multe salatissime), ma del porto ancora nulla. Agli inizi del XVI secolo vennero presentati dei progetti per la costruzione del porto (Porto Giulio) per mano del maestro Giorgio Spaventa, ingegnere veneto. Nel 1510 papa Giulio II decise di finanziare l'opera, ma i lavori furono più volte interrotti. Nel 1518 si subì una pesante invasione da parte dei Saraceni, che riuscirono a penetrare nel castello costringendo quindi ad aumentare le difese e a costruire una nuova torre (1575) per delimitare il confine sud portorecanatese (distrutta nel corso della seconda guerra mondiale).  

Via del Risorgimento

Via del Risorgimento

Recanati nel Risorgimento Nel 1798 la città subì l'occupazione francese da parte delle truppe napoleoniche. La partecipazione ai moti risorgimentali del 1831 costa la vita al recanatese patriota della libertà Vito Fedeli, chiuso in un carcere pontificio. Nel 1848 Giuseppe Garibaldi volle transitare nella città di Giacomo Leopardi per soccorrere Roma, la capitale della Repubblica Romana, a cui Recanati apparteneva. Nel 1860, l'annessione dello Stato della Chiesa al Regno d'Italia, in seguito alla Battaglia di Castelfidardo, integrò la storia del Comune di Recanati alla storia dell'Italia di oggi  

Via dell’ Ospedale

Via dell’ Ospedale

Nel 1540, per cura del Magistrato, l’ospedale di Santa Lucia, fu ingrandito con l’unione e la soppressione degli altri piccoli ospedali. Data l’importanza che l’ospedale allora assumeva, aveva annessa una chiesa detta di S. Lucia il cui portale è stato rovinato da un recente intervento.  

Via della Casa Comunale

Via della Casa Comunale

L’antico edificio comunale (unito alla torre), detto “Palazzo dei Priori”, venne costruito all’epoca dell’unione dei tre castelli feudali di Recanati, Monte Volpino, Monte Morello e Monte Muzio (1150 c.). Ricostruito dopo un incendio nel 1322, e riedificato nel 1467, venne demolito nel 1871 per dar spazio all’attuale edificio. Venne iniziato nel 1872 su disegno dell’ingegnere Pietro Collina e dell’Architetto Giuseppe Sabbatini. Nella Piazza ingrandita venne posto il monumento dedicato a Giacomo Leopardi dono di Ugolino Panichi, e il 29 giugno 1898, nel primo centenario della nascita del Poeta, si fece la solenne inaugurazione del Palazzo Comunale. Al secondo piano troviamo: Il Foro Annonario è opera dell’ ing. Giuseppe Sabbatini , la grandiosa Aula Magna decorata da Gaetano Koch, la sala di rappresentanza con il busto del Poeta di Giulio Monteverde, la Sala degli Stemmi, e, l’Aula Consiliare, decorata con mobili del ‘700 e decorata in stile pompeiano dal perugino Matteo Tassi. Da sotto il loggiato si accede all’Atrio Comunale, e, con lo scalone d’onore, si arriva alle Sale del secondo piano. Era il duecentesco Palazzo dei Priori, abitazione del Podestà, già restaurato dal Bramante e sede pretoriale delle carceri e del vecchio teatro. L’edificio era unito e in linea con il lato est della Torre del Borgo. Demolito con il retrostante Convento dei Domenicani per dar posto al nuovo Palazzo Comunale di Pietro Collina. Vengono usati per la sua costruzione materiali provenienti dalla demolizione di altri edifici tra cui quelli della chiesa di S. Francesco.  

Via della Fonderia

Via della Fonderia

Giunse a Recanati, nella metà del cinquecento, una famiglia di scultori, i Lombardi (Aurelio, Ludovico e Girolamo Lombardi), dalla nativa Ferrara e Venezia per lavorare. Aprirono la loro fonderia dietro la chiesa di San Vito, dando vita ad un importante polo fondiario dell’ Italia centrale. Col tempo Recanati divenne un importante centro fondiario. Altri si aggiunsero a loro: Tibuzio Vergelli di Camerino, Antonio Calcagni (padre di Michelangelo Calcagni, scultore), Sebastiano Sebastiani, Tarquinio e Pier Paolo Jacometti, Giovan Battista Vitali. Fu la scuola scultorea recanatese a dare il via alla tradizione di orafi e argentieri che da allora hanno lavorato sul territorio nei secoli successivi. Un esempio sono i tre portali in bronzo che abbelliscono la facciata della basilica di Loreto, lavorati nella fonderia di Recanati, voluti dal cardinale Antonio Maria Gallo, protettore del santuario (1587-1620), in vista del giubileo dell'anno 1600. Le tre porte hanno subito un recente restauro ad opera della ditta Morigi (1988-1992). Nel 1552 Girolamo Lombardo si trasferì con i fratelli a Recanati ed aprirono una fonderia dando vita ad un importante polo fondiario dell’ Italia centrale, che proseguì nelle generazioni successive con Tiburzio Vergelli di Camerino, Antonio Calcagni(padre di Michelangelo Calcagni scultore) Sebastiano Sebastiani, Tarquino e Pietro Paolo Jacometti e Gian Battista Vitali. (Bettini)

Via della Quercia

Via della Quercia

Passeggiando lungo il Gianicolo a Roma, dopo la Chiesa di Sant’Onofrio, si nota sulla sinistra la celebre “Quercia del Tasso” alla cui ombra il poeta, durante gli ultimi giorni della sua vita sedeva a riflettere , un tronco ormai secco e annerito dal tempo, colpito da un fulmine già nel 1843. Venerdì 15 febbraio 1823 il sepolcro e la quercia del Tasso furono meta di Giacomo Leopardi durante il suo soggiorno romano, ove si recò a visitarli ed a piangere, come testimonia una lettera al fratello Carlo.  

Via della Residenza

Via della Residenza

La residenza, secondo il diritto italiano, è il luogo in cui la persona ha la dimora abituale. Non bisogna confonderla con la dimora, che invece, rappresenta il luogo in cui un soggetto si trova occasionalmente e ha valenza giuridica esclusivamente in assenza della residenza. È possibile avere più di una dimora di fatto, anche se per qualificare un'abitazione come dimora è necessario un minimo di stabilità. In Italia la residenza può essere riferita ad un solo Comune, ai fini dell'iscrizione alle liste elettorali e di tutti gli altri benefici fiscali e legali cui hanno diritto i residenti di una determinata località. Fuori dall'Italia un cittadino può avere residenza in uno o più Paesi.  

Via della Resistenza

Via della Resistenza

Il 1 luglio 1944 avanguardie polacche della Brigata Karpaty, supportate da esploratori del Corpo Italiano di Liberazione, entrano in Recanati da Via Falleroni e da Montemorello, sancendo di fatto la Liberazione della città anche se già da alcune ore il Gruppo di Azione Partigiana, al comando di Natale Gioia, aveva preso il controllo di punti chiave e presidiato quegli edifici e quelle installazioni i cui macchinari erano ancora integri e determinanti per una possibile ripresa. Al momento della Liberazione di Recanati, il Gap contava in città su 35 partigiani operativi e 14 patrioti. Senza contare quanti, in altre zone d'Italia e all'estero erano attivi nella fila della resistenza di quei luoghi. Già dall'autunno 1943 si era costituito un comitato clandestino che si ritrovava in un bottega da calzolaio di Montemorello, quella di Umberto Corvatta, o in una casa di via Campo dei Fiori. Formavano quel gruppo di antifascisti Angelo Sorgoni (perseguitato dal fascismo, incarcerato e confinato ad Ustica), Marino Cingolani, Arnaldo Orlandoni, Giuseppe Gurini, Celso Minestroni, Giovanni Magnarelli, Natale Gioia, Irnerio Madoni, Silvio Corvatta, Vincenzo Marinelli. Decine di altri recanatesi erano aggregati invece alle prime forze partigiane costituitesi in montagna. Funzionante anche una tipografia clandestina nella cantina di un bar del centro. "Recanati è il più importante centro dell'agrario maceratese ed è quello dove le squadre fasciste sin dal 1922 hanno concentrato la loro ferocia nelle campagne", scrive Franco Cingolani in una relazione al CLN. Uno spaccato della dura realtà della campagna recanatese ci è stato recentemente offerto da Matteo Petracci nel suo saggio dedicato all'opposizione dei recanatesi al fascismo. Emerge anche uno spaccato da società contadina ed operaia poco incline al fascismo. E figure come frate Gaetano da Cerreto (protagonista di lotte a fianco dei contadini) o del bersagliere Monaldo Casagrande che da il via alla rivolta dei soldati destinati alla prima invasione dell'Albania, ne sono solo alcuni esempi. Ma nonostante questa forte pressione del fascismo, acuitasi poi durante la guerra, Recanati tra la fine del 1943 e 1944 è la sede degli incontri segreti tra i CLN delle Marche e emissari degli alleati per anni. La foce del Potenza, con il supporto del GAP di Portorecanati diventa un luogo nevralgico per sbarchi ed imbarchi. Il primo CLN è formato da Natale Gioia, Irnerio Madoni, Pietro Maggini, il capitano Principi, Giuseppe Tarducci, Sergio Biti, Gaetano Carancini, Nazzareno Biagiola. Il GAP si costituisce ad ottobre del 1943. Inizialmente viene tenuto un profilo basso: staffette, scorte armate, raccolta armi, invio di renitenti verso la montagna, imbarchi, protezione famiglie ebree, raccolta informazioni. Poi nei giorni antecedenti il 1 luglio la presenza gappista diventa sensibile: attacco alla caserma della milizia per liberare alcuni prigionieri politici, scontro armato nei pressi degli Archi contro repubblichini e tedeschi, sabotaggio di linee telefoniche nei pressi del comando tedesco a Villa Koch. Vengono salvati gli impianti del mattatoio che i tedeschi avevano preparato per trasferirli al nord, così come la centrale elettrica del Molino. Non riesce purtroppo il colpo di mano dei GAP di Recanati, Portorecanati e Loreto per liberare i fratelli Brancondi, capi del CLN della zona, e che finiranno fucilati. Per tre giorni l'anagrafe di Portorecanati e Recanati viene nascosta a Chiarino. Il podestà, prevedendo oramai la fine del fascismo anche a Recanati, già dagli ultimi giorni di giugno aveva aperto i granai e diffuso la farina tra la popolazione, facendo di fatto trovare vuoti i depositi ai tedeschi che stavano saccheggiando di tutto. Torniamo al 1 luglio. La città scende in strada in una contenuta festa che ha comunque il suo picco in piazza Leopardi dove, confusi tra la folla ci sono l'antifascista Angelo Sorgoni, che da lì a pochi giorni sarà chiamato alla guida politica del comune, e i membri della famiglia ebrea di Italo Servi che, per la prima volta dopo mesi di clandestinità, possono svelare la propria identità, sino ad allora gelosamente protetta da alcuni coraggiosi recanatesi che avevano deciso di sfidare il regime ed i tedeschi, nascondendoli nelle proprie abitazioni, a rischio essi stessi della deportazione nei campi di sterminio. Ed Italo Servi tornando nella sua terra di origine, alla Liberazione di Milano, nel 1945, diventerà il primo sindaco di Sesto San Giovanni Liberata. La ritirata dei tedeschi, mentre i fascisti avevano già abbandonato la città, lascia comunque il segno della tragedia nelle immediate ore antecedenti: il 30 giugno viene fucilato nelle campagne recanatesi di Costa dei Ricchi, per rappresaglia, Armando Nina; nel mitragliamento aereo di Palazzo Bello del tardo pomeriggio del 30 giugno viene mortalmente colpita la 26enne Maria Teresa Carancini; a Recanati, il 1 luglio muore dilaniato dallo scoppio dei detonatori piazzati per far esplodere una mina tedesca, il giovanissimo Marco Menghini. Da una batteria tedesca pesante posta sui crinali di San Pietro parte una serie di colpi che con precisione centrano la piazza di Potenza Picena mietendo vittime tra la gente che stava aspettando l'ingresso degli alleati. Saranno 4 i morti. Una seconda salva uccide tre donne sul versante potentino che da verso Recanati. Altri colpi vengono indirizzati verso Montelupone danneggiando la chiesa di Santa Chiara. Questi colpi sparati dai contrafforti di Recanati, insieme all'individuazione da parte della ricognizione aerea di un carro armato tedesco (in realtà abbandonato) lungo la salita di Porta Marina, inducono gli Alleati a capire meglio quali siano le reali intenzioni dei tedeschi a Recanati e sospendono l'avvicinamento alla città. Caccia inglesi mitragliano palazzo Carancini dove è visibile una bandiera con croce uncinata. Camion tedeschi vengono mitragliati in viale Monte Conero e lungo la strada per Castelfidardo. A prendere l'iniziativa è in questo frangente don Lauro Cingolani che decide di inviare un ragazzo, munito di bicicletta, verso il fiume Potenza dove le forze anglo polacche sono in attesa di sferrare un attacco contro la linea tedesca Elfriede. Mentre gli anglo polacchi muovono lungo la costa, il giovane per strada viene fermato a villa Koch da esploratori del Corpo Italiano di Liberazione che ricevono i primi ragguagli sulla reale situazione in città. Nello stesso momento il GAP di Recanati prendeva contatto con le forze alleate nei pressi della centrale elettrica di Becerica (per mesi nascondiglio della radio del gruppo). Durante la ritirata degli occupanti, si registra anche un episodio di umanità da parte di un ufficiale tedesco che, come ci ha testimoniato don Lauro Cingolani, riconosce in alcuni uomini e donne, travestiti da contadini e contadine, al lavoro in un campo, ebrei che il sacerdote nascondeva a San Leopardo. "Reverendo, quelli sono ebrei, li nasconda altrove, dopo di noi passerà una colonna delle SS". Anche la Cattedrale fu rifugio di una famiglia ebrea, cosiccome uno stabile di Montevolpino. Nelle ore a cavallo tra il 30 giugno ed il 1 luglio il conte Ettore Leopardi, guida il comune, insieme al prof. Biagio Biagetti, presidente della Congregazione di Carità che gestisce acquedotto e ospedale, e l'avv. Marino Cingolani, presidente della Cassa di Risparmio. Con l'ingresso degli alleati il GAP assume il controllo militare, il CLN quello provvisorio politico. A Recanati il faticoso percorso verso la democrazia ha inizio subito e sorprende per la sua vitalità mentre ancora a pochi km infuriano i combattimenti. I tedeschi si attestano a Loreto e Castelfidardo e lungo il Musone formano la linea Albert. A farsi carico di questi passaggi verso la normalità è il Comitato di Liberazione che assume i poteri amministrativi, politici e di polizia indicando all'Ufficiale degli Affari Civili del Governo Militare Alleato la figura di Angelo Sorgoni che di fatto può considerarsi il primo sindaco della Liberazione. Il CLN deve fare i conti con le difficoltà non tanto della ricostruzione (Recanati in questo è stata risparmiata dalle distruzioni), ma della disoccupazione e dell'approvvigionamento alimentare. Anche Recanati istituisce la Commissione di Epurazione con l'incarico di denunciare al competente organo della defascistizzazione i nominativi dei soggetti compromessi con il regime. Alcuni recanatesi, arrestati in altre parti d'Italia, dopo la detenzione in vari centri, finiranno con le proprie famiglie nello speciale campo di concentramento di Coltrano (all'uopo allestito), riservato agli "irriducibili" e gestito da inglesi ed americani. Recanati liberata, Recanati che gioca al calcio, Recanati che promuove la cultura, Recanati che combatte. C'è un evidente contrasto ma nella realtà questo è quanto vive dopo il 1 luglio la città. Ne vedremo il perchè poco più avanti. Il fronte passa ma i recanatesi già attivi nel GAP o nel CLN non esitano ad arruolarsi nelle forze del Corpo Italiano di Liberazione e continuare la campagna di liberazione. Scelta che coinvolge Franco Cingolani (già comandante partigiano a Esanatoglia), Alberto Fagiani (gappista), Irnerio Madoni (responsabile CLN di zona), Everardo Capodaglio (gappista) che combatteranno fino alla liberazione finale nelle fila del CIL con Arrigo Boldrini. Recanati liberata ma tanti recanatesi ancora nei campi di prigionia e lavoro in Germania, Austria e Polonia (c'è chi tornerà solo nel 1946): Marcuccio Marcucci, Gino Benedetti, Mario Cipolletti, Galizio Ulderigi, Emiliano Maccaroni, Armando Pierini, Carlo Paciotti, Germino Marani, Armando Ghergo, Antonio Gambini, Gino Carloni, Giulio Palazzo, Pierino Lorenzini, Raimondo Mazzola. Recanati liberata ma recanatesi a combattere a fianco della resistenza albanese, greca e jugoslava: Leonardo Fuselli, Dino Cingolani, Nazzareno Cammerucci, Dario Mazziero, Nazareno Biagiola, Luigi Borsini, Giuseppe Scarponi, Romeo Paolini, Nello Beccacece, Giuseppe Moriconi, Albino Biagiola, Gino Scarponi, Nello Casagrande, Nello Pompozzi, Dino Cingolani. Per non dimenticare quei recanatesi che trovandosi nel sud Italia subito liberato, aderirono al Corpo Italiano di Liberazione risalendo la penisola fino alle porte di Recanati, come Gioacchino Grassetti. Un elenco cui aggiungere i giovani che salirono a Montalto per aggregarsi alla Resistenza durante l'occupazione: Lucio Marchetti, Ivano Pecorari, Gino Fuselli, Risveglio Cappellacci, Romolo Menghi, Mario Fuselli, Ercole Corvatta, Il 19 ottobre 1944, DC, Partito d'Azione, Partito Socialista, Partito Comunista ricostituiscono il Comitato Comunale Recanatese di Liberazione presieduto da Arnaldo Orlandoni del PCI, da Sergio Biti (DC), Celso Minestroni (Partito d'Azione), Mariano Tubaldi (PSI), Lino Gioa (Patrioti). Il Comitato nomina anche la giunta che sarà guidata da Umberto Magrini, sindaco (PSI), vice Marcello Pericoli (DC), e dagli assessori Alfredo Vincenzoni (Pd'A), Mario Mariani (PCI), Irnerio Madoni (Patrioti), Francesco Argentati (Pd'A), Giuseppe Cecchini (DC). I giornali di guerra inglesi danno risalto ad un torneo di calcio a Recanati che vede protagonisti ex nazionali d'Inghilterra, Irlanda e Polonia impegnati in appassionate partite contro rappresentative di giocatori italiani di categoria. Un torneo nella memoria di Bebi Patrizi, fucilato a Montalto. Mentre sulla linea Gotica si combatte ancora, a novembre Recanati espone 170 opere di artisti recanatesi contemporanei, fortemente voluta dal nuovo sindaco, Umberto Magrini, subentrato a Sorgoni chiamato ad impegni nazionali. Biagio Biagetti, Rodolfo Ceccaroni, Irnerio Patrizi, Cesare Peruzzi, Arturo Politi colorano quattro sale del palazzo comunale. Ma quelle partite di calcio, quei quadri c'è chi non li vedrà. Sono caduti per la Libertà, fucilati o in combattimento, o vittime della rappresaglia, i recanatesi Nazzareno Biagiola, Pietro Ghergo, Arduino Marconi, Filippo Acciarini, Alberto Patrizi, Armando Nina, Alberto Fagiani, Nazzareno Martinelli, Alfredo Cartocci, Oreste Mosca, Marco Menghini La Resistenza fu una spinta verso il riscatto dalle umiliazioni che coinvolse più o meno tutta la popolazione italiana. Il mio intervento ha voluto ripercorrere alcuni momenti recanatesi in una sorta di itinerario della memoria per far rivivere, al passaggio da una generazione all'altra, le tensioni ideali e le speranze civili di chi trasformò quegli antifascisti e quei giovani partigiani, in una frontiera della dignità e della giustizia, prodomi della carta costituzionale. L'eredità antifascista della Resistenza, premessa fondamentale per la nascita della Repubblica, è oggetto di ripetuti attacchi portati da un revisionismo capzioso e strumentale, correlato ideologico del governo delle destre. Mai come ora c'è bisogno di un richiamo forte alle radici democratiche dell'Italia nata dalla Resistenza. Resistere è la parola attuale che significa saper garantire e difendere nuovi diritti e nuove frontiere di civiltà. Non a caso la Festa Nazionale dell'ANPI, da poco conclusasi ad Ancona, aveva come slogan "Italiani di Costituzione".

Via Don Mariano Capecci

Via Don Mariano Capecci

Don Mariano Capecci, filippino, nato a Castelfidardo 1896, cappellano, militare nella seconda guerra Mondiale. Sacerdote ed educatore. Personaggio religioso dotato di grande umanità a stretto contatto con la realtà giovanile di Recanati. Negli anni Cinquanta, l’attività degli scout recanatesi crebbe, grazie alla sua guida di carismatico animatore per i giovani e la squadra di calcio, operava nell’ oratorio di San Filippo Neri e organizzava numerosi campi estivi sui monti Sibillini e quelli dell’Abruzzo.  

Via Elzeario Torregiani

Via Elzeario Torregiani

Luigi Torregiani, dell’ordine religioso dei Frati Minori Cappuccini Francescani, nominato vescovo di Armidale, New South Wales, nel 1879. Elzeario è il nome assunto al momento della professione di voto. Nacque il 20 maggio 1830 in una casa della campagna di Scossici e a 17 anni entrò nell’ordine dei cappuccini. La prima messa la celebrò nel 1853, dopo di che fu inviato missionario in Inghilterra, nel Galles, dove restò fino al 1879, quando venne consacrato vescovo di Armidale, diocesi australiana. In Galles aveva duramente lavorato tra i minatori, specie quelli della comunità irlandese. Durante il viaggio verso l’Australia, Torregiani si fermò qualche tempo a Porto Recanati dove ebbe accoglienze entusiaste da parte della gente. In quella circostanza impartì la sacra Cresima a bambini ed a bambine di qualsiasi età, con permesso dell’ordinario diocesano. Dalle città limitrofe, che il Torregiani visitò, gli furono resi onori, come pure dal Vescovo diocesano, tanto in Loreto che in Recanati, e dall’Arcivescovo di Fermo, Malagola. Nonostante la sua condizione fosse molto umile ed avesse avuto parenti poverissimi, non s’inorgoglì mai per tanta sua dignità, ma si mostrò sempre umile ed affabile con tutti. Torregiani si imbarcò a Brindisi il 29 settembre 1879 per Alessandria d’Egitto, poi Suez e da lì partì per Sidney. Giunto in Australia, venne accompagnato dal vescovo di Maislan, Murray, ad Armidale, diocesi suffraganea di Sidney nella quale vivevano circa 20 mila cattolici. Torregiani, che nella notte di Natale del 1884 aveva subito un attentato da parte di un certo Hugo Cafferty, quasi sicuramente uno squilibrato (il vescovo, comunque, non fu nemmeno ferito), morì in Armidale il 28 gennaio 1904 e lì è sepolto. La sua terra di origine non si è mai ricordata di lui.

Via F.lli Farina

Via F.lli Farina

Ettore Farina nato a Recanati il 29 Aprile 1922, deceduto ad Ancona il 18 Febbraio 1987. Giuseppe Farina nato a Recanati il 4 Luglio 1927, deceduto a Recanati il 22 Settembre 1995. Calciatori, personaggi notissimi che hanno onorato Recanati attraverso lo sport. Ettore Farina giocatore della Serie B e per numerosi anni allenatore della Recanatese. Giuseppe Farina, giocatore della Nazionale e della Serie A. La loro correttezza e serietà professionale sui campi di calcio, unita agli insegnamenti dati ai calciatori recanatesi ne fanno un fulgido esempio di veri sportivi ed educatori.  

Via F.lli Ottaviani

Via F.lli Ottaviani

OTTAVIANI .... – in fase di lavorazione 

Via Fermi

Via Fermi

Enrico Fermi (Roma, 29 settembre 1901 – Chicago, 28 novembre 1954) è stato un fisico italiano naturalizzato statunitense[2]. Enrico Fermi naque a Roma il 29 Settembre 1901. Sin da bambino mostrò grande interesse e propensione per la matematica e la fisica, cui si avvicinò gazie al contributo dell'insegnante Amidei. Quest'ultimo lo aiutò seguendo sistematicamente i suoi studi e proponendogli dei test specifici. La sua preparazione proseguì al liceo, ove si diplomò nel 1918, e successivamente presso la scuola normale di Pisa. Nel 1924 fu iniziato in Massoneria nella Loggia "Adriano Lemmi" del Grande Oriente d'Italia a Roma Durante gli studi universitari Enrico Fermi si dedicò ad una intensa attività di ricerca sui caratteri distintivi del suono e della diffrazione dei raggi X da parte dei cristalli, conclusosi nello stesso periodol'assegnazione del premio Nobel per la fisica ad Einsteinmise lo studio della struttura atomica al centro dei suoi interessi e lo portò all'elaborazione della statistica antisimmetrica (statistica Fermi-Dirac) basata sul principio di esclusione di Pauli. La brillante elaborazione lo mise ai vertici degi interessi di Corbino, uomo politico di fama, il quale gli diede l'opportunità di creare un gruppo di ricerca presso lo studio di via Panisperna a Roma e di porttare la fisica italiana ai più alti livelli. Insieme ad un gruppo di giovani laureati Fermi potè compiere gli studi che lo portarono alla formulazione della teoria matematica del decadimento di Beta e alla scoperta dei neutroni lenti. Un bombardamento di neutroni di questo tipo permetteva di ottenere attività indotte molto piu' intense. Ulteriori informazioni sull'argomento sono riassunte in un lavoro compiuto con il collaborazione Amaldi: "Sopra l'assorbimento e la diffusione dei neutroni lenti", e in un lavoro teorico dell stesso Fermi: "Sul moto dei neutroni nelle sostanze idrogenate". L'enorme valore della scoperta fruttò a Fermi l'assegnazione del Nobel per la fisica nel 1938. Da allora fino al 1942 la precaria condizione mondiale constrinse Fermi alla permanenza negli Stati Uniti, ove non erano in vigore le leggi razziali adottate invece in Germania e in Italia. Qui lavorò all'attivazione del primo reattore nucleare, che permetteva di produrre uno sviluppo controllatodi energia a partire da un processo di fissione, e alla costruzione della bomba atomica. Abbandonati gli studi in tal campo si dedicò, fino al momento della sua morte sopraggiunta nel 1954, allo studio della struttura subatomica e all'analisi delle reazioni fra Pioni e Nucleoni. Per omaggiare ilo suo enorme contributo alla fisica mondiale, quando si scoprirono particelle subatomiche ancora ignote, venne dato loro in nome di Fermioni. Nell'estate del 1949, Fermi tornò brevemente in Italia per partecipare ad una conferenza sui raggi cosmici che si tenne a Como ove ebbe modo di rivedere alcuni colleghi tra i quali Amaldi, Bernardini, Pontecorvo, Segrè. Dopo la conferenza, organizzata dall'Accademia dei Lincei, Fermi tenne anche alcune lezioni a Roma e Milano. Le lezioni, raccolte dagli assistenti delle due università, furono pubblicate nel 1950. Fermi tornò nuovamente in Italia, per l'ultima volta, già gravemente malato, pochi mesi prima di morire, nel 1954 per tenere una lezione sui mesoni[12] a Varenna presso Villa Monastero, sul lago di Como. La stessa Villa è ora sede della Scuola internazionale di fisica, intitolata allo scienziato italiano. Il 29 novembre 1954 Fermi morì di tumore dello stomaco a Chicago e venne sepolto nel locale Oak Woods Cemetery. Aveva cinquantatré anni. Una lapide commemorativa lo ricorda nella Basilica di Santa Croce a Firenze, nota anche come il tempio dell'itale glorie per le numerose sepolture di artisti, scienziati e personaggi importanti della storia italiana.

Via Filippo Riccabella

Via Filippo Riccabella

(27 gennaio 1546 - 6 marzo 1553 nominato vescovo di Recanati) Nato a Recanati da famiglia Patrizia, fu proposto nella chiesa di S.Vito.  

Via Filippo Turati

Via Filippo Turati

Filippo Turati (Canzo, 26 novembre 1857 – Parigi, 29 marzo 1932) è stato un politico e giornalista italiano, tra i primi e importanti leader del socialismo italiano e tra i fondatori a Genova, nel 1892, dell'allora Partito dei Lavoratori Italiani (che diventerà nel 1893 a Reggio Emilia, Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, avendo ancora questo nome al convegno di Imola (BO) nel 1894 e nel 1895 con il congresso di Parma Partito Socialista Italiano). Fu un noto pubblicista e letterato, che si era avvicinato al Socialismo dopo l'incontro, a Napoli nel 1884, con l'ideologa rivoluzionaria marxista Anna Kuliscioff, allora moglie di Andrea Costa (che sarà poi il primo deputato socialista della storia italiana) e con la quale strinse un profondo legame di amicizia. Assunse, insieme a lei, nel 1891, la direzione della rivista La critica sociale (nuova versione della precedente rivista Cuore e critica). Dopo lo scioglimento del partito da parte di Francesco Crispi (nel 1894), nel 1896 fu eletto deputato in un collegio milanese. Durante le repressioni che seguirono ai movimenti popolari del 1898 (la cosiddetta rivolta del pane), Filippo Turati venne incarcerato e condannato a dodici anni di carcere, ma seppe, una volta liberato (nel giugno del 1899), riprendere con vigore la direzione del partito, che indirizzò secondo la sua personale tendenza moderata riformista, segnalandosi per la sua critica alla guerra in Libia (in contrasto con un emergente Mussolini) e per l'opposizione (ma anche qui secondo alcuni limitata, poco energica come altri avrebbero voluto) all'entrata italiana nel primo conflitto mondiale, nel 1915. Da questo atteggiamento poco affine alle posizioni più radicali del partito scaturì presto una rottura con alcune fazioni, tra cui quella comunista. Nel 1921, a Livorno, i suoi oppositori si staccarono dal Partito socialista italiano per dar vita al nuovo Partito comunista italiano. Turati fu anche accusato, in maniera probabilmente strumentale, di non aver condotto una una ferma politica antifascista. Da queste ennesime critiche scaturì il suo allontanamento (o abbandono) dal Partito. L'anno successivo Turati fondò il nuovo Partito socialista unitario. Dopo la vittoria definitiva del Fascismo, segnata drammaticamente dal delitto del deputato socialista Giacomo Matteotti del 1924, Turati decise nel 1926, dopo aver preso parte alla secessione dell'Aventino, di emigrare in Francia. Qui continuò l’attività politica collaborando con molti giornali ed occupandosi in prima linea dell’emigrazione socialista e dell'organizzazione di una concentrazione antifascista, nonché del progetto di riunificazione del partito. Dopo un anno segnato da grandi sforzi di denuncia internazionale della dittatura di Mussolini, Filippo Turati si spense, a Parigi, il 29 marzo del 1932.  

Via Flamini

Via Flamini

Nasce a Recanati il 18.11.1911, muore il 22.15.2002. Luigi Flamini è stata una figura di spicco della cittadina leopardiana, dove, oltre ad aver svolto per molti anni il ruolo di maestro di scuola, ha ricoperto importanti cariche politico-istituzionali, guidando la città come primo cittadino negli anni 50 e rappresentando, sino al giorno del decesso la locale associazione degli ex combattenti. Nel 1945 entra a far parte della CGL ed è stato sindaco negli anni ’50 poi vicepresidente della Provincia, maestro di scuola e ciclista fino a ottanta anni, presidente dell’ associazione provinciale combattenti e reduci a lui spettava il comizio a Macerata da ogni anniversario. Era inoltre e soprattutto amico personale di Beniamino Gigli cui aveva dedicato più libri e grande estimatore di Giacomo Leopardi. Flamini democristiano convinto era stato costretto ad uscirne per logiche di partito e a costituire una lista civica rientrando così eletto insieme con il dottore Sergio Beccacece, in consiglio comunale. Fece una mozione perché il consiglio comunale s’impegni a denunciare Carlo Verdone per diffamazione riguardo all’onorabilità violata del poeta Giacomo Leopardi, nel film Bianco, rosso e verdone, insinuando nel rapporto tra Giacomo e Antonio Ranieri a Napoli, in base alle lettere della loro corrispondenza privata, sospetti che nascevano dalla scarsa storicistica interpretazione di un linguaggio settecentesco molto lontano oramai dal nostro. Nessuna querela però gli sarebbe arrivata. Luigi Flamini ha pubblicato diverse opere tra cui, in occasione del 1° centenario dalla nascita del secondo figlio illustre di Recanati, Beniamino Gigli, dedica al grande artista lirico e suo fraterno amico questa pubblicazione che vuol essere anche un omaggio di tutta la città da lui governata: Beniamino Gigli : nel centenario / Luigi Flamini 1990 Beniamino Gigli : È la sua gente che parla / Luigi Flamini 1979 Beniamino Gigli canta Padre Pio / Luigi Flamini, Monografia Altri scritti: Un secolo Crivellari / a cura di Luigi Flamini 2000 Il pensiero leopardiano nella società del nostro tempo /a cura di Luigi Flamini 1998 Quando la povertà era una colpa / Luigi Flamini1991 La purezza non c'entra / Luigi Flamini 1986 Quando la povertà diventa nobile e la ricchezza vile Capitolo conclusivo del 1. volume e prologo dal 2. volume “Quando la povertà diventa nobile e la ricchezza vile” “Lui : il contadino che racconta la sua storia / Luigi Flamini 1980 Discorsi celebrativi nel cinquantenario della vittoria e Atti del 9. congresso provinciale Macerata 1969? Luigi Flamini  

Via Fontenoce

Via Fontenoce

Fontenoce fa parte del comune di Recanati, in provincia di Macerata, nella regione Marche. La frazione o località di Fontenoce dista 5,82 chilometri dal medesimo comune di Recanati di cui essa fa parte. Fontenoce-Cava Kock La necropoli eneolitica di Fontenoce, che si trova circa 8 km a sud-ovest di Recanati (MC). Fu scoperta nel 1940 durante lavori di estrazione dell’argilla per la fabbricazione di mattoni: in quell’occasione vennero alla luce due sepolture con corpi deposti in posizione rannicchiata all’interno di “fosse” (Galli 1941-42, 1944-50). Una tomba (A) conteneva una donna adulta, con una scodella troncoconica come corredo; nell’altra (B) era invece collocato un maschio adulto, con un’olla ovoide collocata dietro alla testa. La tomba B è stata datata con il metodo del radiocarbonio e ha dato come risultato 4974±60 BP (3820-3640 a.C. cal. 2s) (Carboni et alii 2005). Nel 1942, in seguito all’ampliamento del fronte di cava, vennero alla luce altre cinque tombe, una delle quali conteneva tre individui. In base all’analisi dei corredi, del rituale funerario e delle datazioni radiometriche, le tombe di Fontenoce-Cava Kock si collocano in un momento antico dell’Eneolitico, caratterizzato da ceramica relativa alle facies di Rinaldone e Conelle.

VIA FONTI SAN LORENZO

VIA FONTI SAN LORENZO

Fonti seicentesche con arcate e lavatoi che hanno dato il nome ad un intero quartiere. Sotto la periferia di Recanati si trova il complesso di captazione delle acque di falda, nella località che oggi si chiama "Fonti San Lorenzo", dal nome della fonte che i recanatesi costruirono con i soldi ottenuti dagli amministratori del Santuario Lauretano, tuttavia in alcune mappe catastali del secolo XVIII la zona viene denominata "Capodacqua", toponimo derivato da "Caput Aquae" nome romano attribuito alle sorgenti degli acquedotti. Il sistema é costituito da una cisterna chiamata "cassa delle vene", di circa cinque metri per due e sei di altezza e da tre rami laterali. L'accesso agli ambienti sotterranei è possibile da un pozzo a sezione quadrata profondo sette metri. Ognuna delle tre gallerie di captazione presenta sulle pareti numerose fessure che permettono all'acqua di filtrare. Più avanti si incontra un quarto ramo laterale che arriva a captare l'acqua cento metri più a monte, dove si trova una piccola conserva a pianta circolare. Questo ramo rappresenta l'unico allargamento del bacino di captazione della sorgente, nel tentativo di abbracciare un fronte più ampio della falda d'acqua. Dalla sorgente la galleria principale dell’acquedotto prosegue piegando verso nord-est in direzione di Loreto. In seguito alla segnalazione degli speleologi, oggi l’acquedotto è sottoposto a tutela architettonica ed ambientale.  

Via Francesco Moroncini

Via Francesco Moroncini

(Recanati, 1866 – Napoli, 1935) è stato un critico letterario, scrittore e docente italiano, assieme ai fratelli Gaetano e Getulio fu uno dei primi critici e studiosi dell'opera di Giacomo Leopardi. Nato a Recanati, Francesco Moroncini ebbe, assieme alla sorella Ida (poi divenuta suora) e ai due fratelli Gaetano e Getulio, un’infanzia triste e difficile poiché, rimasti orfani di padre, vennero allevati dalla madre e da una zia intraprendente e moderna. Dopo essersi brillantemente laureati, in Lettere, i tre fratelli furono tra i primi a dedicarsi con passione allo studio del sommo poeta conterraneo Giacomo Leopardi anche quando dalle Marche si trasferirono in Campania incaricati dell’insegnamento del latino e greco e di materie letterarie nei più importanti licei della regione e della città di Napoli, ove dopo qualche anno fissarono stabile residenza. Sull’opera del poeta recanatese Francesco, Gaetano e Getulio Moroncini scrissero i Saggi Leopardiani, volume che raccoglie tutti gli studi filologici e letterari dei tre fratelli pionieri della critica leopardiana e che ha avuto nel corso degli anni numerose edizioni, anche per merito di Franco Foschi. Da solo, Francesco Moroncini fu invece autore di studi su Francesco De Sanctis - risalenti agli anni giovanili in cui iniziò a dedicarsi all'insegnamento - e soprattutto di un gran numero di volumi dedicati alla produzione poetica e letteraria di Giacomo Leopardi, pubblicandone peraltro una prima e completa edizione critica nel 1931 per l'editore Cappelli di Bologna, nonché non pochi scritti inediti, trattando altresì di alcune figure legate al poeta tra le quali il padre Monaldo Leopardi e l'amico Antonio Ranieri. Collaborò con le riviste Pegaso, La nuova Antologia, Rassegna di lettere ed arti, L'Ambrosiano, Emporium: nel 1934 ebbe un ruolo di massimo rilievo nelle Celebrazioni Marchigiane in onore di Giacomo Leopardi e inoltre, fu autore della voce relativa al poeta nel saggio Italiani da Romolo al Milite Ignoto (Bologna, 1930). Fu, in sintesi, "grandissimo conoscitore di tutta l’opera leopardiana, di cui pubblicò quasi tutto quello che c’era da pubblicare, seppe finalmente colmare la necessità di una edizione dei Canti adeguata ai tempi (sono gli anni che precedono la "critica degli scartafacci"), e finalmente rispondente alle intenzioni dell’Autore. Questa fondamentale edizione, "felice incontro di sapiente empiria e di strenua acribia" (G. Folena), dopo aver tenuto banco per oltre cinquant’anni, è tuttora utilissima, e comunque imprescindibile". Francesco Moroncini morì a Napoli nella sua casa alle Rampe Brancaccio e riposa nel cimitero di Poggioreale ove fu sepolto nella Congrega dei Professori prima che le sue spoglie venissero traslate in una cappella di famiglia.

VIA FRANCESCO PASCUCCI

VIA FRANCESCO PASCUCCI

Fondatore e primo presidente della Società Operaia di Mutuo Soccorso di Recanati (1824-1881) garibaldino e patriota.  

Via Franco Cingolani

Via Franco Cingolani

Franco Cingolani nasce a Recanati il 14 settembre 1916 da una famiglia povera, riesce però a compiere gli studi classici per poi iscriversi alla facoltà di medicina a Roma. A 18 anni inizia già ad insegnare, ma la guerra lo porta in Libia. Prende poi parte alla lotta partigiana prima a Macerata poi a Matelica. Da lì la cattura da parte dei fascisti e dei tedeschi, quindi il trasferimento prima nel carcere di Macerata poi in quello di Perugia per essere giudicato e infine fucilato. Solo con l’arrivo degli alleati e del guardiano del carcere che gli ha aperto la porta della sua cella ha evitato la fucilazione, potendo quindi far ritorno a Recanati. Ottenuta l’abilitazione magistrale insegna prima alle scuole elementari di Castelnuovo, poi negli anni 60 alle elementari B.Gigli. Nel frattempo si concentra nel suo metodo di insegnamento, che non doveva essere repressivo, avvicinandosi alle teorie del pedagogista Freinet. Il suo metodo di insegnamento , nuovo e rivoluzionario piace agli alunni , egli viene etichettato come un maestro diverso, di vita per i suoi ragazzi e legato alla cultura nelle sue svariate forme. Ha insegnato fino al 1974. Dopo aver chiuso con la scuola F.C si impegna con la camera del lavoro e corona con la moglie Naide, il sogno della sua vita, quello di girare il mondo, inizia così a viaggiare in tutta Europa ad eccezione dell’Inghilterra. Nel 1985 il suo ultimo viaggio in Cina. Muore colpito da un ictus cerebrale, il 7 Luglio 1986.  

Via Fratelli Maggini

Via Fratelli Maggini

Industriali. Pitto, Eugenio (detto Stelio) e Rodolfo, sono stati artigiani ed ebanisti famosi in tutto il mondo. Eugenio (1861-1932), ebbe sette figli. Nel 1910 oltre alla produzione del mobile, l’ attività lavorativa comprendeva parti in legno per macchine agricole, trebbiatrici e fisarmoniche. Eugenio Maggini ottenne l’onorificenza di Cavaliere nel 1929. Negli anni ’30 la ditta fece forniture al Comune di Recanati (gabinetto del Sindaco, sala Giunta, alcune poltroncine e tavolo in stile barocco laccate e decorate in oro per l’Aula Magna) e a Beniamino Gigli per la sua villa a Montarice di Porto Recanati. Dopo la morte di Eugenio la gestione della ditta passò ai figli. L’ industria fu premiata il 31 marzo 1963 con la Medaglia d’Oro per il premio fedeltà al Lavoro e Progresso Economico, La Commenda della Repubblica Italiana, quella di San Silvestro da parte di Papa Giovanni XXIII, quella di San Gregorio ed infine il Premio Nazionale Leader del Commercio. Negli anni sessanta la fabbrica di mobili dei Fratelli Maggini era a Castelnuovo, nel vecchio edificio delle ex Clarisse e dieci anni dopo lasciò l'antico quartiere per trasferirsi in località Palazzo Bello sino al 1988, quando chiude, dopo un secolo di vita.

Via Gaetano da Cerreto

Via Gaetano da Cerreto

Padre Gaetano da Cerreto al secolo Jobbi Carlo (nato nel marzo 1872 in Alteta di Montegiorgio e morto a Fermo il 16 marzo 1954). Frate Cappuccino, animatore del Movimento Sociale Cattolico Rosminiano, protagonista di lotte a fianco dei contadini durante il periodo antifascista.

Via Gaetano Koch

Via Gaetano Koch

(Roma, 9 gennaio 1849 – Roma, 14 maggio 1910) è stato un architetto romano. Attivo durante la fine dell'800, è stato uno dei più celebri architetti di Roma capitale del nuovo Regno d'Italia. La sua famiglia era di origine tirolese, suo nonno era il pittore Joseph Anton Koch. Gaetano si laureò nel 1872 in architettura e ingegneria civile, proprio mentre l'Urbe, appena divenuta capitale del Regno, assisteva al più intenso boom edilizio dai tempi dell'impero. In questa effervescenza costruttiva a Koch, nonostante la giovane età, furono affidati i primi incarichi professionali nell'ufficio tecnico della Società dell'Esquilino, che costruiva i grandi immobili destinati alla borghesia impiegatizia attorno alla nuova Piazza Vittorio. Questi progetti furono il suo trampolino di lancio; dopo, l'ingegnere continuò a progettare ininterrottamente per i successivi trent'anni, preferibilmente grandi immobili, o edifici commissionati da famiglie dell'aristocrazia e dell'alta borghesia. Il suo nome è legato soprattutto ad alcune delle opere principali realizzate nella Roma umbertina: Palazzo Koch, sede della Banca d'Italia, i due palazzi a portici che formano Piazza della Repubblica edificati sull'esedra delle Terme di Diocleziano tra il 1887 ed il 1898. Portano la sua firma inoltre il Palazzo Mengarini, residenza romana della famiglia Agnelli, sempre a Roma, e Palazzo Piombino, poi Palazzo Margherita, l'attuale sede dell'Ambasciata degli Stati Uniti in Via Veneto. Ha anche operato per la famiglia Hueffer con il villino in Via Nazionale 191, oltre ad aver costruito un palazzo sulla piazza Cavour, piazza sede del "nuovo" tribunale e dell'erigendo "Politeama" (attuale cinema Adriano). Inoltre i palazzi Voghera, Lavaggi Pacelli e Calabresi. Nel 1905, dopo la morte di Giuseppe Sacconi, che ne fu il progettista, collaborò anche alla realizzazione del Vittoriano come direttore dei lavori, insieme a Manfredo Manfredi e Pio Piacentini. Fu anche autore delle decorazioni dell'Aula Magna del Palazzo Comunale di Recanati in occasione del primo centenario leopardiano.

Via Gherarducci

Via Gherarducci

Beato Girolamo da Recanati /Girolamo Gherarducci (Recanati, ... – Recanati, 12 marzo 1350), è stato un presbitero italiano. Nacque, visse e morì il 12 marzo 1350 a Recanati, nelle Marche, dove divenne un sacerdote dell'Ordine degli Eremiti di Sant'Agostino. Si hanno poche notizie della sua vita, visse probabilmente sulla scia di San Nicola da Tolentino (1254-1305), come tanti beati marchigiani, ma la sua fama di santità non valicò i confini delle Marche e gli storici locali hanno messo in luce i fatti straordinari trascurando ogni riferimento storico concreto. In un periodo in cui imperversavano lotte fratricide, spese la sua vita per acquietare gli animi e ricondurli alla pace in un opera di concordia e pacificazione tra i popoli. È venerato il 12 marzo, giorno in cui fino agli inizi del XX secolo i recanatesi, per commemorarlo, erano soliti nominare dei pacieri per le future liti cittadine. La sua beatificazione fu confermata da papa Pio VII, nel 1804. Il corpo è sepolto a Recanati, nella chiesa di Sant'Agostino.  

Via Ghergo ( Pietro)

Via Ghergo ( Pietro)

Il sergente Pietro Ghergo fu un partigiano recanatese. Militare dei reparti d’assalto, entra nelle forze del Corpo Italiano di Liberazione. Paracadutato nella zona di Firenze occupata dai tedeschi, dopo uno strenuo combattimento viene catturato e benché ferito, fu condotto sul greto del torrente Terzolle, in località Cercina di Sesto Fiorentino e fucilato dai nazisti (gli aguzzini della "banda Carità") il 12 giugno 1944 insieme al capitano Italo Piccagli (uno dei fondatori di Radio CORA), al caporale Dante Romagnoli di Macerata, al soldato Ferdinando Panerai di Firenze, ad un partigiano cecoslovacco (rimasto sconosciuto perché il suo nome con l'indirizzo, scritto sui muri di Villa Triste, fu cancellato, dopo la liberazione, dai proprietari della casa) e alla partigiana bolognese Anna Maria Enriques Gnoletti. Per il suo eroismo è stato decorato alla memoria del Valor Militare.  

Via Ghetti

Via Ghetti

Autore di opere storiche. Importante per la storia di Recanati e nella Marche il suo volume su i Nobili e Popolani in Recanati durante i secoli XIV e XV.  

Via Giosué Carducci

Via Giosué Carducci

Giosuè Alessandro Giuseppe Carducci (27 luglio 1835, Pietrasanta-16 febbraio 1907, Bologna) poeta e scrittore. Fu il primo italiano a vincere il Premio Nobel per la letteratura nel 1906. Venne educato dal padre, Carbonaro che gli insegnò gli ideali patriottici. Frequentò l’Università di Pisa dove si laureò in lettere nel 1856, dopodiché condusse la vita da professore e studioso partecipando intensamente alla vita culturale del tempo. Ammiratore della rivoluzione francese, inizialmente aveva idee decisamente democratiche e repubblicane. Nei confronti del nuovo governo assunse atteggiamenti di violenta opposizione che gli costò il posto di insegnante. Così la sua attività da intellettuale si indirizzò alla polemica contro l’Italia: si scagliò contro la politica rinunciataria nei confronti di Roma. Carducci si scagliò anche contro la chiesa, definì la religione come un residuo del medioevo ormai sconfitto dalla Ragione, dalla Scienza e dal Progresso. Infatti esaltò la scienza e il progresso e fu vicino alle richieste del Positivismo. Con la stabilizzazione dell’Italia, gradualmente moderò le sue posizioni. La sua vena patriottica, prese una piega indirizzata al nazionalismo, infatti fu un sostenitore della politica autoritaria di Crispi. Subì un evoluzione anche il suo gusto letterario: negli anni giovanili assunse una posizione antiromantica soprattutto sul Romanticismo sentimentale e cristiano e sostenne il gusto del classico. Carducci mirò alla restaurazione di un discorso poetico che ricuperasse la dignità dei classici e per questo disdegnò i generi popolari (il romanzo), dedicandosi esclusivamente alla lirica. Negli anni successivi ampliò la sua cultura e venne a conoscenza della letteratura romantica europea. Gli fu assegnata l’immagine di poeta “sano”, immune dal romanticismo che corrodeva gli altri scrittori, infatti fu ispirato a una visione serena della vita, fu considerato come “ultimo dei classici”. Ma dalle critiche recenti risulta essere un poeta tardo romantico, non immune alla malattia interiore della sua epoca, che si aggrappa a un sogno di sanità classica per allontanare le angosce. La poesia di Carducci fu sgradevole al pubblico. Insegnò letteratura presso l’Università di Bologna, fino alla morte. Nel 1890 venne nominato senatore dell’appena nato Regno d’Italia. Opere famose: Giambi ed Epodi, Rime Nuove, Odi Barbare,Rime e ritmi. Nel 1898 assiste allo spettacolo in occasione del I° centenario Leopardiano, nel Teatro Persiani di Recanati, un poema sinfonico diretto dal maestro Pietro Mascani.

Via Giovanni XXIII

Via Giovanni XXIII

Papa Giovanni XXIII (in latino: Ioannes PP. XXIII, Giuseppe Angelo Roncalli nacque a Sotto il Monte, 25 novembre 1881 – morì a Città del Vaticano, 3 giugno 1963) è stato il 261º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica (il 260º successore di Pietro), primate d'Italia e 3º sovrano dello Stato della Città del Vaticano (accanto agli altri titoli connessi al suo ruolo). Fu eletto papa il 28 ottobre 1958 e in meno di cinque anni di pontificato riuscì ad avviare il rinnovato impulso evangelizzatore della Chiesa Universale. È ricordato con l'appellativo di "Papa buono". Fu terziario francescano ed è stato beatificato da papa Giovanni Paolo II il 3 settembre 2000; è stato canonizzato il 27 aprile 2014 da papa Francesco insieme a Giovanni Paolo II. E’ il quartogenito dei 13 figli di una modestissima famiglia di contadini mezzadri A 11 anni entra nel seminario di Bergamo dove frequenta il ginnasio e il liceo. Continua gli studi a Roma presso il Seminario Romano dell’Appolinaire, esercita il servizio militare e diventa sacerdote nel 1904. E’ eletto segretario del Vescovo di Bergamo, mons. Radini-Tedeschi, ed inizia ad insegnare in seminario discipline storiche e teologiche. E’ cappellano militare durante la prima guerra mondiale. Nel 1921 è nominato presidente del Consiglio Centrale per l’Italia della Pontificie Opere Missionarie, incarico che accresce il suo amore per le missioni estere. Nel 1925 diventa Vescovo ed inizia una fortunata carriera nella diplomazia vaticana. Dal ’25 al ’34 è in Bulgaria in qualità di Visitatore e Delegato Apostolico. Dal ’34 al ’44 è ad Istanbul come Delegato Apostolico di Turchia e Grecia e dal ’44 al ’52 è a Parigi come Nunzio Apostolico. In tutti questi paesi, Mons. Roncalli affronta la difficile situazione sociale, politica e religiosa con equilibrio e semplicità, riuscendo a conquistare tutti, potenti e no. Nel 1953 Pio XII lo nomina Cardinale e Patriarca di Venezia. Accoglie nel suo palazzo tutti i veneziani, soprattutto i più poveri, che avessero qualcosa da dirgli. Gli piace stare con la gente, tanto che compare per le strade e i campielli e trova spesso il tempo di visitare anche gli ammalati nei vari ospedali. La gente lo ama tantissimo perché vede in lui un fratello e un padre che accoglie tutti a braccia aperte. Il 28 ottobre 1958, dopo la morte di Pio XII, è eletto Sommo Pontefice e sceglie il nome di Giovanni (nome di suo padre, del patrono del suo paese d’origine e dell’evangelista della carità). Angelo Giuseppe ha ormai 77 anni e l’impressione generale è quella che la sua elezione sia la nomina di un papa “di transizione”, che riceva l’eredità del suo predecessore fino a che la situazione della Chiesa e del mondo cristiano, in un’incerta epoca di trasformazione, si chiarisca. Ma già dopo soli tre mesi dalla sua elezione, egli dimostra che queste non erano le sue intenzioni, annunciando la convocazione di un Concilio Ecumenico. Inizia un nuovo modo di fare il Papa, con molte sorprese: - Abolisce molte formalità nella Santa Sede. - Visita inaspettatamente i bambini e gli anziani in ospedale e i detenuti in carcere. - Annuncia a sorpresa il Concilio Vaticano II con lo scopo di aggiornare la dottrina cristiana. - Aumenta gli stipendi dei lavoratori della Santa Sede, raddoppiando le paghe delle categorie inferiori e migliorando quelle delle categorie superiori. - In quanto Vescovo di Roma, visita personalmente le parrocchie e le borgate della città. - E’ il primo Papa ad uscire dal Lazio, (dopo l’annessione di Roma allo stato italiano nel 1870), compiendo un pellegrinaggio in treno a Loreto e Assisi. - Durante il suo Pontificato, nomina 37 nuovi cardinali, tra cui per la prima volta nella storia un tanzaniano, un giapponese, un filippino e un messicano. - E’ il primo Papa ad eleggere il primo santo di colore, fra Martin de Porres. Il 10 maggio 1963 il Papa riceve il premio internazionale Balzan per la pace per la sua intensa attività contro i conflitti. Dopo una breve malattia, Giovanni XXIII muore il 3 giugno 1963. E’ stato beatificato da Giovanni Paolo II il 3 settembre 2000.

Via Giovannino Guareschi

Via Giovannino Guareschi

Giovannino Oliviero Giuseppe Guareschi (Fontanelle di Roccabianca, 1º maggio 1908 – Cervia, 22 luglio 1968) è stato uno scrittore, giornalista, umorista e caricaturista italiano, nato in una famiglia della classe media, il padre, Primo Augusto Guareschi era commerciante, mentre la madre Lina Maghenzani, era la maestra elementare del paese. E’ stato uno dei più importanti intellettuali civili italiani del Novecento. La sua creazione più nota, portata anche in cinema, è don Camillo, il parroco che parla col Cristo dell'altare maggiore, che ha come antagonista l'agguerrito sindaco Peppone nel paesino di Brescello, bassa padana emiliana, fra il Po e la via Emilia. Dopo le superiori, si iscrisse all'Università di Parma ed entrò nel Convitto «Maria Luigia» di Parma, l'antico Collegio dei Nobili, che offriva vitto e alloggio agli studenti universitari in difficoltà economiche. Qui conobbe, nel 1922, Cesare Zavattini. Nel 1925, a causa del fallimento dell’attività del padre dovette interrompere gli studi e dopo saltuari lavori entrò alla «Gazzetta di Parma», come correttore di bozze, chiamato da Zavattini, caporedattore del quotidiano. Nel 1931 iniziò come aiuto-cronista al quotidiano «Corriere Emiliano», in poco tempo diventò cronista, poi capo-cronista; scriveva articoli, novelle e rubriche, oltre a fare disegni (anche politici). Nel 1934 partì per il servizio militare a Potenza, dove frequentò il corso allievi ufficiali. L'anno dopo i proprietari del «Corriere» lo licenziarono per esubero di personale. Finito il corso, nel 1936 venne trasferito a Modena, dove fu promosso sottotenente di complemento. Poi ricevette un'altra proposta da Cesare Zavattini, quella di entrare nella sua rivista umoristica e satirica, il«Bertoldo», edita da Rizzoli. Vi lavorò iniziando come illustratore. Il protrarsi della seconda guerra mondiale portò alla chiusura del «Bertoldo» nel settembre 1943, dopo un bombardamento anglo-americano che coinvolse la sede della Rizzoli. Guareschi non perde occasione di sbeffeggiare il regime fascista allora dominante in Italia, catturato e incarcerato, nel 1943 viene deportato nei campi di prigionia tedeschi di Częstochowa e Beniaminów in Polonia e poi in Germania a Wietzendorf e Sandbostel per due anni, assieme ad altri soldati italiani. Qui compose La Favola di Natale, racconto musicato di un sogno di libertà nel suo Natale da prigioniero. In seguito scrisse l’opera “Il diario Clandestino”, dedicato ai suoi compagni caduti in guerra. Nel 1950 fu condannato per vilipendio al Capo dello Stato, Luigi Einaudi. Alcune vignette sul «Candido» sottolineavano che Einaudi, sulle etichette del vino di sua produzione,un Nebbiolo, metteva in evidenza la sua carica pubblica di senatore. Guareschi non era l'autore materiale della vignetta (l'autore fu Carletto Manzoni), ma fu condannato in quanto direttore responsabile del periodico. All'epoca il diritto alla satira era molto limitato. Nel 1954 Guareschi venne condannato per diffamazione su denuncia di Alcide De Gasperi (capo del governo dal 1945 al 1953). Guareschi era venuto in possesso di due lettere secondo lui autentiche, del politico trentino risalenti al 1944. In una di esse il futuro presidente del Consiglio, che all'epoca viveva a Roma, avrebbe chiesto agli Alleati anglo-americani di bombardare la periferia della città allo scopo di demoralizzare i collaborazionisti dei tedeschi. Prima di pubblicarle le aveva sottoposte a una perizia calligrafica affidandosi a un'autorità in materia, il dottor Umberto Focaccia, che dichiarò dopo un attento e scrupoloso esame l’autenticità della scrittura del testo e la firma di De Gasperi che dapprima aveva concesso la più ampia facoltà di prova in ordine alla genuinità dei documenti in contestazione, in seguito si smentì a più riprese attraverso il proprio difensore, l'avvocato Delitala il quale sosteneva l’inutilità delle perizie sui documenti. Delitala fece il possibile per eludere ogni verifica sulle lettere per evitare ritardi nel processo che si svolgeva per direttissima. Guareschi, di contro, mise in dubbio l'attendibilità delle dichiarazioni di provenienza britannica, facendo presente di essere sgradito al Governo inglese per la sua polemica sulla contesa di Trieste fra l'Italia e la Jugoslavia di Tito; evidenziò, ex adverso, che De Gasperi era un vecchio, fedele alleato degli angloamericani. Il Tribunale di Milano non diede alcun peso a queste deduzioni ed accolse le richieste formulate da Delitala, negò a Guareschi l'effettuazione della perizia calligrafica e chimica e le testimonianze favorevoli allo scrittore sull’attendibilità dei documenti attribuiti a De Gasperi, tra cui anche quelle di persone vicine allo stesso De Gasperi, come Giulio Andreotti. Il 15 aprile fu condannato in primo grado a dodici mesi di carcere. Prese la via della galera, così come, è lui stesso a dirlo, aveva preso quella del lager per non avere voluto collaborare con il fascismo ed il nazionalsocialismo. Dopo il primo processo, un altro collegio, che doveva pronunciarsi per il reato di "falso", decise la distruzione del corpo del reato, cioè delle lettere originali. Divenuta esecutiva la sentenza, alla pena fu accumulata anche la precedente condanna ricevuta nel 1950 per vilipendio al Capo dello Stato, Einaudi. Nel 2014, studiando i documenti rimasti con l'esperta Nicole Ciacco, lo storico Mimmo Franzinelli ha concluso che le lettere furono sicuramente dei falsi (anche se probabilmente Guareschi ne fu completamente ingannato, così come Focaccia). Lo confermano la presenza di errori grossolani: il protocollo indicato nella lettera del 12 gennaio 1944 (297/4/55) non corrispondeva ai criteri di protocollo della Segreteria di Stato Vaticana; il colonnello inglese Bonham Carter e il ministro della difesa britannico Harold Alexander avevano escluso categoricamente che quelle presunte lettere fossero mai pervenute agli inglesi; infine De Gasperi non lavorava più alla Segreteria Vaticana dal luglio 1943 ed è dunque impossibile che abbia protocollato lettere nel 1944. Guareschi venne recluso nel carcere di San Francesco del Prato a Parma, dove rimase per 409 giorni, più altri sei mesi di libertà vigilata ottenuta per buona condotta, ma con l'obbligo di risiedere presso la sua abitazione di Roncole. Sempre per coerenza, rifiutò in ogni momento di chiedere la grazia. Guareschi è stato il primo e unico giornalista della Repubblica Italiana a scontare interamente una pena detentiva in carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa. Nel 1956 la sua condizione fisica si era deteriorata e iniziò a trascorrere lunghi periodi a Cademario in Svizzera per motivi di salute. Nel 1957 si ritirò da direttore del «Candido», rimanendo tuttavia un collaboratore della rivista. Nel giugno 1961 Guareschi fu colto da un infarto, da cui si riprese con fatica. Il 7 ottobre dello stesso anno uscì il quarto film della famosa saga di don Camillo: Don Camillo monsignore... ma non troppo. La storia era tratta dai romanzi di Guareschi; il film era prodotto dalla Cineriz di Angelo Rizzoli, che era anche editore del «Candido». Lo scrittore sconfessò la sceneggiatura, giudicandola lontanissima dallo spirito del romanzo. Ne nacque una dura discussione con Rizzoli. Il dissidio non si ricompose: pertanto Guareschi decise di interrompere definitivamente la collaborazione al “Candido”che fu chiuso poco dopo. In seguito rifiutò anche la proposta di Papa Giovanni XXIII di collaborare alla stesura del nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica. Fu contrario verso i governi di centrosinistra, cioè all'alleanza tra DC e PSI detta Centro-sinistra "organico" che, a partire dalla metà degli anni sessanta, doveva improntare per oltre un ventennio la politica italiana. Collaborò con Nino Nutrizio nel suo quotidiano, il milanese «La Notte» e in vari periodici con disegni e racconti. Tenne inoltre, per quattro anni e fino al 1966, una rubrica di critica televisiva intitolata Telecorrierino delle famiglie su «Oggi Illustrato». Nel 1968 gli fu riproposta la direzione del «Candido» da parte di Giorgio Pisanò, ma morì prima di poter ricominciare a causa di un attacco cardiaco. I suoi funerali, svoltisi sotto la bandiera con lo stemma sabaudo, furono disertati da tutte le autorità. Unici personaggi di rilievo presenti per l'estremo saluto furono Nino Nutrizio, Enzo Biagi ed Enzo Ferrari. Guareschi è stato sepolto nel piccolo cimitero di Roncole Verdi. Il rapporto di Guareschi con il potere costituito ha sempre dato adito a controversie. Quello che è certo è che il suo carattere irriverente, irruente e sanguigno gli abbia procurato sovente dei guai con le istituzioni. Non c'è dubbio che egli dovette sopportare da un lato l'ostracismo prevedibile della sinistra, data la sua dichiarata ostilità alle idee e alla visione politica del partito comunista; dall'altro è evidente l'assoluta mancanza di riconoscenza da parte di chi la sua penna aveva numerose volte enormemente favorito, ovvero il centrismo cattolico rappresentato in Italia dalla DC. I rapporti con il fascismo furono ugualmente alternanti e dibattuti. Probabilmente, gestire uno spazio satirico sotto un regime autoritario avrebbe in ogni caso richiesto un sottile gioco di compromessi per sopravvivere. Nel periodo delle vicende giudiziarie del primissimo secondo dopoguerra, Azione giovanile, rivista della Gioventù italiana di Azione Cattolica, dedicò a Guareschi una pagina titolandola: "Guareschi ovvero lo scarafaggio" con la foto di una mano con uno scarafaggio con la didascalia: Quando certi individui ti danno la mano ti succede di provare un senso di ribrezzo. Umberto II di Savoia dall'esilio lo insignì dell'onorificenza di Grand'Ufficiale della Corona d'Italia 

Via Girolamo Lombardo

Via Girolamo Lombardo

spesso conosciuto come Girolamo Lombardi, (Ferrara, 1506 – Recanati, 1590), è stato uno scultore italiano. Nato a Ferrara nel 1506, Girolamo era figlio dell'architetto e scultore Antonio Lombardo, perciò abiatico di Pietro Lombardo originario di Carona, ed inoltre era fratello di Lodovico e di Aurelio, anch'essi scultori.Girolamo si formò nella bottega paterna a Ferrara per poi trasferirisi successivamente a Venezia per continuare la formazione con Jacopo Sansovino, con il quale, tra il 1532 e il 1540, collaborò nella Libreria Marcianae nella Loggetta del campanile di San Marco a Venezia.La sua presenza è documentata a Loreto a partire dal 1543, dove già da alcuni anni era attivo il fratello Aurelio e dove vennero raggiunto verso il 1550 anche dal terzo fratello, Ludovico.Verso il 1552 Girolamo si trasferì con i fratelli a Recanati ed aprirono una fonderia, dando vita ad un'importante polo fondiario dell'Italia centrale, passando la matura tecnica veneta a tutti gli operatori della feconda bottega. La scuola scultorea recanatese proseguì nelle generazioni successive con Tiburzio Vergelli di Camerino, Antonio Calcagni (padre di Michelangelo Calcagni, scultore), Sebastiano Sebastiani, Tarquinio e Pier Paolo Jacometti, Gianbattista Vitali. I figli Antonio, Pietro e Paolo saranno anche loro validi scultori e fonditori in bronzo. Recanati, Sepolcro di Francesco Alberici: busto, (1574) Museo diocesano. Loreto, Statua di Sisto V, Basilica. Loreto, Porta della Basilica. Ascoli, Statua di Gregorio XII, (1574), eseguita per la città di Ascoli, fu distrutta dai soldati francesi. Cingoli, Altare, Chiesa di San Esuperanzio, Loreto, Croce e apostoli, eseguito per il governatore di Loreto andò disperso. Annibal Caro: busto, Fermo, Ciborio, Cattedrale. Rovigo, Candelabro bronzeo (attribuito), Duomo.

Via Gurini

Via Gurini

Gurini Benedetto, (Recanati, 19 settembre 1918 – mare Mediterraneo Occidentale, 10 agosto 1942) Fu il Sergente Silurista del Sommergibile “Scirè”. Medaglia di bronzo al valor militare (sul campo), Medaglia di Bronzo al valor militare (alla memoria), Croce di Guerra al valor militare. Lo Sciré fu uno dei sommergibili più gloriosi della Regia Marina, affondato il 10 Agosto 1942 nella baia di Haifa, Israele, dopo uno scontro con l’unità della marina britannica. Gran parte di esso giace ancora sul fondale davanti alla costa di Israele, a 30 metri di profondità, le salme di alcuni membri dell’ equipaggio imbarcato al momento dell'affondamento, furono recuperate solo nel 1984 da una missione militare italiana. In questa occasione sono state recuperate anche varie parti dello scafo e conservate al museo della base navale di Augusta, all'Arsenale della Spezia e all'Arsenale di Venezia, mentre il suo periscopio è conservato al Vittoriano. Quello che resta dello Scirè è stato blindato ermeticamente a cura dei palombari della Marina israeliana durante la seconda missione nella rada di Haifa nel 2002.  

Via I Luglio

Via I Luglio

è il 182º giorno del calendario gregoriano (il 183º negli anni bisestili). Mancano 183 giorni alla fine dell'anno.

Via Igino Simboli

Via Igino Simboli

fu un pittore marchigiano attivo nel corso del XIX secolo . Nacque a Recanati nel 1873, morì a Recanati nel 1926 all'età di 53 anni. Recanati di Macerata 1873 - Recanati 1926 Italia. Pittore di scene di genere, di ritratti, di scene sacre, decoratore. Attivo a: Recanati di Macerata, Recanati.

Via Le Grazie

Via Le Grazie

La Chiesa di Santa Maria delle Grazie venne fabbricata nel 1456 nel luogo in cui sul muro di una piccola Cappella o Maestà era dipinta l’immagine di Maria SS. quando il 21 marzo dello stesso anno apparve miracolosamente ad una donna albanese chiamata Elena. La piccola Chiesa di Santa Maria delle Grazie situata fuori della Porta Cannella, secondo il Vogel fu edificata con le elemosine del comune. Gli ultimi ampi restauri sono stati resi possibili nel 1960 per diretto interessamento della famiglia Guzzini. Madonna delle Grazie, riferito a Maria (madre di Gesù), va inteso sotto due aspetti: Maria Santissima è Colei che porta la Grazia per eccellenza, cioè suo figlio Gesù, quindi Lei è la "Madre della Divina Grazia". Maria è la Regina di tutte le Grazie, è Colei che, intercedendo per noi presso Dio , fa sì che Egli ci conceda qualsiasi grazia: nella teologia cattolica si ritiene che nulla Dio neghi alla Santissima Vergine. Specialmente il secondo aspetto è quello che ha fatto breccia nella devozione popolare: Maria appare come una madre amorosa che ottiene tutto ciò che gli uomini necessitano per l'eterna salvezza. Tale titolo nasce dall'episodio biblico noto come "Nozze di Cana": è Maria che spinge Gesù a compiere il miracolo, e sprona i servi dicendo loro: "fate quello che Lui vi dirà". Santa Maria di Nazaret, in aramaico מרים, Maryām; in greco dei LXX Μαριαμ, Mariam, Μαρια, Maria; in Arabo: مريم, Maryam, è il nome della madre di Gesù. (Palestina, I secolo a.C.; † I secolo), concepita senza peccato, l'arcangelo Gabriele le annunciò che avrebbe concepito verginalmente, per opera dello Spirito Santo, il Figlio di Dio, e disse il suo sì generoso. Curò, con san Giuseppe suo sposo, la prima educazione di Gesù facendosi poi la prima discepola del figlio e seguendolo fin sotto la croce. Attese con i discepoli di Gesù e i fratelli di lui la venuta dello Spirito Santo nella Pentecoste.. Dopo l'ascensione al cielo di Gesù non si hanno più notizie di lei dai vangeli. Una tradizione accreditata la vede ad Efeso con San Giovanni dove muore e viene assunta in cielo in anima e corpo. Essa è colei che ha fatto compiere al Figlio il primo miracolo della sua vita pubblica, ed è perciò presentata come la mediatrice di tutte le grazie presso Gesù Cristo.  

Via Loomis Pound

Via Loomis Pound

Ezra Weston Loomis Pound (Hailey, 30 ottobre 1885 – Venezia, 1º novembre 1972) è stato un poeta, saggista e traduttore statunitense, che passò la maggior parte della sua vita in Italia. Cresciuto all'interno di una famiglia di forte estrazione religiosa, visse per lo più in Europa e fu uno dei protagonisti del modernismo e della poesia di inizio XX secolo. Costituì, assieme a Thomas Stearns Eliot, la forza trainante di molti movimenti modernisti, principalmente dell'imagismo e del vorticismo, correnti che prediligevano un linguaggio d'impatto, un immaginario spoglio e una netta corrispondenza tra la musicalità del verso e lo stato d'animo che esprimeva, in contrasto con la letteratura vittoriana e coi poeti georgiani. Dopo Londra si trasferì a Parigi e frequentò personaggi come Constantin Brâncuși, Francis Picabia, Georges Braque, Pablo Picasso, Jean Cocteau, Tristan Tzara, Erik Satie. Per tutti gli anni trenta, Pound progettò iniziative letterarie e musicali e nei concerti era spesso impegnata Olga Rudge, violinista americana, che nel 1925 diede a Pound una figlia, Mary de Rachewiltz. Con il suo ritorno in Italia nel 1925, Ezra Pound cominciò a rivolgere i suoi interessi sempre più alla politica e all'economia e si avvicina al fascismo che intanto era arrivato al potere, esprimendo ammirazione per Mussolini, Hitler e Oswald Mosley .Sostenne il regime fascista fino alla caduta della Repubblica di Salò. Il 30 gennaio del 1933 riuscì a farsi ricevere a Roma da Benito Mussolini e in quell'occasione Pound regalò al Duce una copia dei suoi Cantos e illustrò al capo del fascismo alcune proposte in materia economica, pronunciando una delle sue più famose frasi: "Duce, ho la possibilità di non far pagare le tasse ai cittadini. Pound affermava che Mussolini era l'erede della politica agraria e populista tenuta da Jefferson, il terzo presidente degli Stati Uniti Durante il 1940 Ezra Pound, iniziò a trasmettere dalle frequenze dell'EIAR, il programma radio in lingua inglese «Europe calling, Ezra Pound speaking», in cui difendeva il fascismo e accusava gli angloamericani e la finanza internazionale di aver provocato la guerra contro i Paesi che si erano ribellati al giogo dell'usura. Pound aderì alla RSI (ottobre 1943 - aprile 1945) come cittadino straniero residente e si trasferì a Milano per continuare le sue trasmissioni radio e tentare di convincere ancora il governo fascista ad applicare le sue teorie economiche, rimanendo comunque soddisfatto della socializzazione dell'economia, progettata dal Partito Fascista Repubblicano; Pound affermerà che, per molti «uomini onesti», era impossibile stare con la corruzione e «il lerciume di Badoglio», motivando così la scelta di stare con un governo collaborazionista con i nazisti e si fece portavoce di campagne antisemite, identificando gli ebrei come i banchieri usurai. Il 3 maggio 1945 venne catturato dai partigiani e consegnato alle forze armate degli Stati Uniti, dove fu sottoposto a processo per collaborazionismo e tradimento a causa delle sue prese di posizione durante il conflitto mondiale, reati per cui rischiava la pena di morte o l'ergastolo. A fine novembre 1945 fu trasferito in aereo a Washington per il processo, ma in seguito a una perizia psichiatrica che lo dichiarò infermo di mente con una discussa diagnosi di schizofrenia, il processo fu rinviato e Pound fu internato nell'ospedale criminale federale "St. Elizabeths" di Washington per tredici anni. Nel 1957 la pubblica accusa, verificato che Pound non si sarebbe potuto processare, a causa della sua asserita infermità mentale, ritirò le accuse e il poeta tornò in libertà, ripartendo poco dopo per l'Italia, dove trascorse gli ultimi anni. Benché avesse preso poi le distanze dalla Germania nazista, ma non dal fascismo italiano, costò a Pound, nel secondo dopoguerra, la possibilità di partecipare all'assegnazione del premio Nobel per la letteratura, nel 1959, in quanto l'Accademia di Svezia rifiutò la candidatura espressa a suo favore da uno dei componenti della commissione. Nel 1967 Pier Paolo Pasolini incontrò e intervistò Ezra Pound in un documentario televisivo, Un'ora con Ezra Pound, a cura di Vanni Ronsisvalle, per la rubrica Incontri della Rai. Pound aveva 82 anni, Pasolini 45. Il poeta dei Cantos appare molto stanco, estraneo al mondo a lui contemporaneo e alle sue avanguardie. Morì a Venezia il 1º novembre 1972. Riposa nel locale cimitero nell'isola di San Michele, con accanto Olga Rudge, sopravvissutagli per 26 anni.  

Via Lorenzo Gigli

Via Lorenzo Gigli

Lorenzo Gigli, (Recanati 4 MAGGIO 1896 / San Fernando Buenos Aires 1983)  è stato un disegnatore, incisore, pittore e scultore. 
È  chiamato il pittore dei due Mondi.
Figlio di Luigi e Adelaide Peliccioni,ha lasciato l'Italia a 16 anni per emigrare in Argentina.
Si stabilisce a Buenos Aires , frequenta l' Accademia Nazionale di Belle Arti  e ottiene il  diploma di insegnante nazionale di disegno e pittura nel 1917, superando corsi grazie al suo talento naturale. Suo maestro e mentore è stato Pio Collivadino , Direttore della Nazionale di Belle Arti , dove ha insegnato dal 1908 fino al suo pensionamento nel 1935.
Nel 1924 ha viaggiato in Europa nei più importanti centri artistici, dopo aver studiato i grandi maestri nei musei  espone il suo lavoro. Tornato a Buenos Aires , è stato un assiduo collaboratore di riviste metropolitane "Plus Ultra", "Home", " Caras y Caretas " e " Mundo Argentino ".
Nel 1926 ritorna a Recanati e sposa la sua compagna dell'Accademia, Maria Teresa Valeiras , residente nella sua città natale, casa dove è nata sua figlia Adelaide Gigli , fino al 1930. Prendendo di nuovo contatto con la bellezza del paesaggio, opere di produzione del periodo giovanile, riprende con i temi dei paesaggi e degli agricoltori, con scene di vita quotidiana.
Sempre in Buenos Aires ,  riceve la nomina di professore di disegno presso l’ Accademia Nazionale delle Belle Arti “Manuel Belgrano Academy” e la Facoltà di Architettura della Università di Buenos Aires , ed  esercita con rigorosa responsabilità di insegnamento fino al 1956.
Anche se non ha fatto ritorno alla sua Recanati nativa, ha mantenuto uno stretto rapporto con la sua gente e il suo paesaggio si riflette chiaramente nel suo lavoro.
Ha dipinto fino a poco prima della sua morte. Nei suoi ultimi lavori ha realizzato una sintesi tra i suoi paesaggi di realistica italiana ed un'atmosfera onirica personale, ottenendo uno strano miscuglio di simbolo e realtà.

Via Lorenzo Lotto

Via Lorenzo Lotto

Lòtto, Lorenzo. - Pittore (Venezia 1480 circa - Loreto 1556 o 1557). Nato intorno al 1480 e cresciuto a Venezia, figlio di un Tommaso, non si hanno notizie certe circa la formazione giovanile di Lorenzo Lotto, che pure dimostra fin dalle prime opere di conoscere a fondo Giovanni Bellini e Alvise Vivarini, le cui botteghe probabilmente frequentò. Tra le massime espressioni del Rinascimento settentrionale nella sua fase matura, fu attivo inizialmente nel Veneto e, in seguito, soprattutto a Bergamo e nelle Marche. Forse per diretto interessamento del vescovo Bernardo de' Rossi, sotto la cui protezione ebbe le prime committenze, si stabilì a Treviso, dove risiede nel 1503. Qui, a contatto con gli ambienti umanisti, realizza i primi ritratti, le tele di devozione privata e alcune pale d'altare, subito di altissimo livello. a sua produzione giovanile attesta le sue radici nella tradizione veneta, ma seppe ben presto raggiungere una cifra personale e autonoma; guardò anche ad artisti dell'Europa del Nord, quali A. Dürer, dai quali apprese il gusto per il dettaglio, l'osservazione realistica e il contenuto spirituale (Madonna e santi, Roma, Galleria Borghese). Assai significativa anche la sua ritrattistica (Ritratto del vescovo Bernardo de' Rossi, 1505, Napoli, Capodimonte), di intensa introspezione psicologica. Divenuto famoso in giovane età, fu dimenticato negli ultimi anni di attività nelle Marche; attività che solo a partire dalla fine dell'Ottocento la critica ha rivalutato. Dal 1503 L. risiedette a Treviso ove dipinse in S. Niccolò i due guerrieri ai lati del monumento Onigo; nello stesso anno fu chiamato a Recanati. Del 1505 è il Ritratto del vescovo di Treviso Bernardo de' Rossi, dove rivela una vena ritrattistica e cromatica personalissima. In queste prime opere è evidente la radice veneta della sua arte; nel S. Girolamo (1506, Louvre), pur risentendo ancora dell'arte del Giambellino, crea un paesaggio appena toccato da una luce calda e trattenuta dal colore. Al 1508 risale il magnifico polittico di Recanati (Pinacoteca Civica), che costituisce il momento conclusivo delle sue esperienze giovanili, e la gia citata Madonna e santi dove la conoscenza dell'opera di Dürer gli ha offerto la possibilità di una diversa e più intensa espressione della linea. Invitato a Roma da Giulio II (1509) vi rimase fino al 1512 circa, ma nulla rimane della sua attività romana. Tornato nelle Marche, denunciò l'influenza delle opere di Raffaello, come dimostrano il S. Vincenzo in gloria (Recanati, S. Domenico), la Deposizione (Iesi, Pinacoteca Civica), ecc. A Bergamo, ove si trattenne fino al 1525 pur facendo frequenti viaggi nelle Marche, manifestò la pienezza del proprio valore, come si nota nelle pale di S. Spirito e di S. Bernardino (1521), ammirevoli per la forte spiritualizzazione delle forme e il cromatismo magistralmente accordato a effetti luministici. Del 1523 è lo Sposalizio di s. Caterina (Accademia Carrara) e il Ritratto di due sposi (Madrid, Prado). Tra le opere bergamasche sono da ricordare gli affreschi in S. Michele in Pozzo Bianco e la cappella dei Suardi a Trescore (1524). Dopo il 1525, L. dimorò a Venezia o a Treviso, ma continuò a lavorare anche per le Marche e Bergamo. Accanto a Tiziano il suo colorismo si fece più scorrevole, mentre la sua immaginazione diventò sempre più tormentata e sensitiva. Tra i capolavori, da questo momento fino al definitivo ritorno nelle Marche (1549), ricordiamo: l'Assunzione della Pieve di Celana (1527); l'Annunciazione per S. Maria dei Mercanti, a Recanati; la Glorificazione di s. Nicola da Tolentino al Carmine di Venezia; la Disputa di s. Lucia (1530 circa, Iesi, Pinacoteca Civica); la Crocifissione (1527 circa, S. Maria in Telusiano, a Monte San Giusto); la Madonna del Rosario a Cingoli (1539, Raccolta Civica, già in S. Domenico); l'Assunta (1542, Sedrina, S. Giacomo). Della sua ultima produzione notevoli la pala dell'Assunta (1549, Ancona, S. Francesco alle Scale) e la Presentazione al Tempio (Loreto, Pinacoteca del Palazzo Apostolico, già nella Santa Casa).

Via Magnarelli Giovanni

Via Magnarelli Giovanni

Educatore. Nato da una famiglia contadina da Paolo Magnarelli e Livia Moretti, orfano di guerra, si laureò in Pedagogia con il massimo dei voti presso la Scuola Normale di Pisa, nel giugno 1937. Intanto si era recato in Germania per apprendere la lingua tedesca e le opere dei grandi filosofi del ‘900. Nel 1939 divenne titolare di cattedra presso il Liceo –ginnasio G. Leopardi di Recanati, dove già insegnava. Nello stesso anno fu allievo ufficiale di complemento. Nel 1941 restò ferito in combattimento sul fronte jugoslavo meritando la medaglia d’argento sul campo. Partecipò all’ associazione Nastro Azzurro. Nel 1944 fu preside incaricato del Liceo di Recanati e in seguito a quello di Osimo per concorso. Dopo aver passato breve tempo a Torino tornò a Recanati ed ebbe per trasferimento la presidenza del Liceo Scientifico di Civitanova, sede staccata di Recanati. Nel 1944 fu membro della Prima Giunta Comunale presieduta da Angelo Sorgoni, in seguito, membro del Consiglio Comunale fino al 1964. Nel 1946 fino al 1959 fu anche docente e segretario del CEPAS (Centro di formazione professionale assistenti sociali). Da quando era uscito dal PCI per i fatti d’Ungheria nel 1956, non volle più impegnarsi nella vita politica attiva, pur partecipando alle iniziative comunale, culturali e anche teatrali. Memorabile la sua interpretazione del dramma di J. Steinbeck “La Luna è Tramontata” rappresentato al Teatro Persiani nel 1946. Tradusse il dramma di Peter Weiss Hölderlin per l’edizione Einaudi, 1983. Curò l’adattamento radiofonico e un epilogo dal romanzo di Paolo Volponi, “Memoriale”, trasmesso in Rai di Torino nel 1967 con la collaborazione del regista recanatese Linuccio Biancolini. Collaborò con enciclopedie e centri di formazione, oltre che con la scuola romana di servizio sociale e con i centri torinesi di carattere editoriale. Qualche frammento della sua attività culturale è anche nel “Casanostra” e nella relazione sulla cultura in provincia di Macerata del 1946, mai pubblicata.  

Via Maliani Cesare

Via Maliani Cesare

Genetista. Nato a Montagnana l’11.07.1932. Laureato in Scienze Agrarie presso l’Università di Firenze, Cesare Maliani ha fondato e diretto, insieme a suo padre Prof. Cirillo Maliani, un Istituto di Genetica privato ad Ardea (Roma) ed uno a Recanati, quest’ultimo tuttora funzionante, dove si è dedicato particolarmente alla costituzione di nuove varietà di grani duri e teneri. Nella sua attività di genetista, seguendo le orme del grande N:Strampelli e poi quella di suo padre Cirillo Maliani, famoso scienziato nella genetica agraria , ha dedicato più di un quarto di secolo a ricerche e studi su frumenti duri e teneri, ottenendo così risultati incoraggianti per quanto riguarda la costituzione di nuove varietà a cominciare dai duri: “Piceno”, “Grazia”, “Cirillo”, “Giemme”, “San Carlo”, e “Prometeo”, che hanno avuto una buona diffusione in Italia e all’estero e dei grani teneri il “Recanati”, “Il Loreto”, il “San Giacomo” e il “Buon Pastor”:Ha ottenuto importanti riconoscimenti tra cui il premio Barilla per la migliore qualità di grano duro per la pasta. Uomo di vivissimo ingegno, di profonda preparazione tecnica e scientifica, costantemente teso nell’ansia di apprendere e soprattutto di agire per il bene dell’agricoltura italiana e degli agricoltori. Muore a Recanati il 28.09.2001.

Via Mandolini

Via Mandolini

Uno dei più preparati e geniali “imprenditori edili” che Recanati abbia avuto dall’inizio del 1900 fino agli anni ’50. I manufatti di abbellimento delle costruzioni realizzate, venivano, da Luigi Mandolini prima disegnati poi modellati in terracotta e trasformati in stampi dai quali ricavava i modelli voluti. Ha lavorato per lungo tempo alla costruzione di villa Gigli ed ha completamente realizzato la cappella dell’ Istituto Santo Stefano, ora centro mondiale della poesia. Per primo a Recanati utilizzò il cemento armato nella costruzione del “Cinema Nuovo”. Fu un grande maestro per moltissimi giovani ai quali dava insegnamenti sia teorici che pratici per l’ apprendimento del mestiere.  

Via Marcello Simonacci

Via Marcello Simonacci

Parlamentare. Nato a Recanati il 26 dicembre 1921. Laureato in Storia e Filosofia già in giovane età è stato dirigente diocesiano e nazionale dell’ Azione Cattolica, dal 1938 al 1941. Ufficiale dell’ Aereonautica durante la guerra, militante cattolico e partigiano. Consigliere comunale a Recanati negli anni dal 1946 al 1950 e di nuovo nel 1956. Consigliere provinciale nel 1950. Sindaco di Civitanova Marche nel 1957. Deputato al Parlamento Nazionale per quattro legislature dal 1958 al 1976 per la circoscrizione di Roma, Latina, Frosinone, Viterbo. Sottosegretario alla Marina Mercantile negli anni 1972-73 nel Ministero Andreotti. Muore a Roma dopo una lunga malattia il 19 gennaio 1987  

VIA MARCO MENGHINI

VIA MARCO MENGHINI

Partigiano Recanatese (1929-1944) Nel 1944, il secondo corpo d’armata polacco fece irruzione nella cittadina leopardiana liberandola dall’occupazione delle truppe nazi-fasciste, e consentì cosi alla popolazione recanatese il ritorno alla vita democratica del paese. Molti partigiani recanatesi hanno lottato per restituire la libertà al proprio territorio. Marco Menghini muore giovanissimo, il 1 Luglio 1944, dilaniato dallo scoppio dei detonatori piazzati per far esplodere una mina tedesca.  

Via Marconi Arduino

Via Marconi Arduino

Arduino Marconi ( 1912- 1943) è stato un partigiano. Soldato della divisione corazzata “Ariete” partecipa, con i reparti italiani di stanza nella capitale, alla difesa di Roma dai tedeschi. Muore il 9 settembre 1943 nel corso degli aspri combattimenti di Porta San Paolo contro le truppe corazzate tedesche che tentano la presa della città.  

Via Marinucci Erideo

Via Marinucci Erideo

Industriale. Nasce a Castelfidardo il 12, giugno 1901. Azienda fondata a Recanati nel 1922. Negli anni ’50 era fra i principali esportatori italiani di fisarmoniche, ma un grosso incendio ne fermò bruscamente l’ attività che riprese appena un anno dopo ritornando alla produzione di strumenti musicali e nella medesima sede ristrutturata. Intelligenza lungimirante, Erideo intuisce la necessità di allargare la sua produzione con altri strumenti musicali e cercare nuovi spazi nell’elettronica con idee commercialmente innovative per l’ epoca. Produce, da un brevetto francese, la clavietta. Insignito dell’onorificenza di Cavaliere Ufficiale del Lavoro. Il fondatore Erideo Marinucci fu un pioniere nella conversione del settore verso le tastiere con la costruzione di organi elettrici a ventola. All’inizio degli anni 60 Erideo Marinucci acquistò un terreno vergine esteso su più di 25.000 mq, vicino al centro di Recanati per ampliare il nucleo della fabbrica che nei periodi di massima produzione raggiungeva più di cento unità. Il nuovo complesso però non vide mai la nuova sede della Marinucci a causa della prematura scomparsa di Erideo, il 19 febbraio 1962. Gli eredi, in seguito, venderanno l’ intera zona industriale ad Oliviero Pigini, che completerà i lavori dando vita alla EKO.

Via Martiri della Foibe

Via Martiri della Foibe

Il termine "foiba" indica gli inghiottitoi dell’altopiano Carsico, una sorta di caverne verticali di origine naturale con un ingresso a strapiombo, tipici della regione Venezia Giulia. Il termine viene utilizzato più generalmente per indicare i massacri ai danni della popolazione di Istria, Venezia Giulia e Dalmazia, commessi, per motivi etnici e politici dai partigiani slavi durante la Seconda Guerra Mondiale per volere del maresciallo Tito in nome di una pulizia etnica che doveva annientare la presenza italiana in Istria e Dalmazia. Fra il 1943 e il 1947 oltre 10 mila italiani furono gettati vivi o morti in queste gole, un genocidio che non teneva conto di età, sesso e religione. Il giorno del ricordo, per commemorare le vittime delle foibe, è stato celebrato per la prima volta nel 2005, si è scelta come data il 10 febbraio in ricordo del trattato di Parigi firmato nel 1947, che ha assegnato alla Jugoslavia le aree occupate durante la guerra dall'armata di Tito.  

Via Martiri di Spagna

Via Martiri di Spagna

I martiri della guerra civile spagnola sono i sacerdoti, religiosi e i laici cattolici spagnoli che, durante la guerra civile spagnola (1936-1939), furono uccisi a causa della loro fede dagli anarchici ed i social-comunisti, e nei quali la Chiesa ha ritenuto di individuare gli elementi caratteristici del martirio cristiano. Alcuni sono stati canonizzati, molti beatificati, la maggior parte nel 2001 (233) e nel 2007 (498).  

Via Mattutini M.

Via Mattutini M.

Mattutini Mario, Ufficiale Pilota/Aviere, concittadino vittima del secondo conflitto mondiale (1940-1943).  

Via Monte Catria

Via Monte Catria

Il Monte Catria è una montagna dell'Appennino umbro-marchigiano alta 1701 m s.l.m. posta lungo il confine tra Umbria e Marche. Fa parte delle comunità montane del Catria e Nerone e del Catria e Cesano (PU) e dell'Alto Chiascio (PG). La sua mole è stata considerata sacra fin dall'antichità. Venerata dagli antichi Umbri, la sua vetta era ritenuta sacra e venerata anche dai Galli Senoni. Nel 1901 infatti, durante scavi di sistemazione nei pressi della vetta, vi fu ritrovato un bronzetto votivo di fattura romano-gallica. Alle sue falde, a circa un miglio dalla Mutatio ad Ensem (l'attuale Scheggia), era un famoso tempio degli umbri, poi venerato anche dai romani, dedicato a Giove Appennino. Oltre alla Tabula Peutingeriana, ricorda il tempio, in un carme, il poeta del tardo impero Claudiano, descrivendo la marcia trionfale dell'imperatore Onorio da Ravenna a Roma nel 404 d.C.; notava in alto le are minacciose del Dio Appennino ancora a servizio del culto pagano per le popolazioni del territorio. Il Catria nel Medioevo ha fatto da confine tra l'Esarcato di Ravenna (territorio di Luceoli, vicino all'odierna Cantiano) e l'estremo nord del ducato di Spoleto, che con il gastaldato di Nocera, si incuneava fino alle orride strettoie del Corno sul fiume Sentino a circa 3 km da Isola Fossara, che incrociando il Marena e il Sanguerone nella pianura della città romana di Sentinum, si getta dopo Frasassi e San Vittore alle Chiuse, nell'Esino. Dante Alighieri nella Divina Commedia al canto XXI del Paradiso, ha reso celebre la montagna ricordando l'eremo di Fonte Avellana, fondato alle sue pendici nel X secolo, dove sono vissuti 76 tra santi e beati e dal quale sono usciti ben 54 vescovi. Il Catria si può dunque a buon titolo chiamare "La Santa Montagna". Ai suoi piedi oltre l'eremo di Fonte Avellana, c'erano le abbazie di Santa Maria Assunta di Frontone, Sant'Angelo di Paravento, di Sant'Angelo di Chiaserna, di Santa Maria di Sitria, l'abbazia di Sant'Emiliano in Congiuntoli, l'eremo di Luceoli e, poco lontano, alle falde del monte Cucco, l'eremo di San Girolamo di Pascelupo; i predetti eremi e cenobi seguivano tutti la regola di san Benedetto ed erano nell'area di diretta influenza avellanita. Dal 22 agosto 1901 la vetta del monte Catria è sormontata da un'enorme croce eretta per volere di papa Leone XIII e consacrata a Gesù, a ricordo del Giubileo del 1900, col concorso di tutte le diocesi di Marche ed Umbria. Il gruppo del Monte Catria comprende inoltre altre cime minori: il monte Acuto (1668 m), le Balze degli Spicchi (1526 m), il corno di Catria (1186 m), il monte Tenetra (1240 m), il monte Alto (1321 m) e il monte Morcia (1223 m). L'altimetria segna dunque le quote più elevate di questa parte settentrionale dell'Appennino umbro-marchigiano; le vette del monte Catria e del monte Acuto sono peraltro le più alte nel tratto appenninico compreso tra la catena dei monti Sibillini a sud e l'alto Appennino bolognese con il corno alle Scale (1945 m), a nord. Dal Catria nascono i fiumi Cesano, Artino, e Cinisco. Data l'imponenza, il grande massiccio è percorribile per tortuosi sentieri o strade asfaltate fin sulla cima, da dove si domina l'Italia centrale e la costa adriatica in un vastissimo panorama. Si può salire da Chiaserna di Cantiano, Val d'Orbia, Isola Fossara, Montelago di Sassoferrato, Serra Sant'Abbondio, Frontone, Colombara. Le rocce che costituiscono il monte sono le stesse degli altri monti dell'Appennino umbro-marchigiano. Si tratta di sedimenti calcarei e calcareo-marnosi di origine marina, risalenti al Mesozoico (Giurassico e Cretaceo); hanno aspetto stratificato e contengono numerosi fossili. Il Catria è stato definito da alcuni studiosi e ricercatori un "atlante geologico" per i numerosi affioramenti di diversi tipi di rocce e di diverse epoche geologiche, che testimoniano l'intero arco temporale di formazione dell'Appennino centrale ed hanno permesso di contribuire ulteriormente alle conoscenze sugli avvenimenti che diedero origine al bacino del mediterraneo. Nelle parti alte del massiccio del Catria affiorano per gli strati delle rocce più antiche, il Calcare Massiccio del Lias inferiore risalente a circa 200 milioni di anni fa e lembi di "grigio ammonitico", chiamato anche "Calcare a Saccocoma ed aptici, il Calcare selcifero detto Corniola, il Rosso Ammonitico e Calcari ad Aptici, tutti depositatisi dalla fine del Periodo Triassico alla fine del Periodo Giurassico (Era mesozoica o Secondaria) e poi in ordine di tempo i più giovani Calcare rupestre o Maiolica (Giurassico Superiore e Cretacico Inferiore), le Marne a Fucoidi, la Scaglia Rossa e Bianca, deposti di un periodo che va dal Cretacico (Era Secondaria) all'Eocene (Era Terziaria o Cenozoica). Si trovano piante e boschi di abete, faggio, acero montano, acero riccio, leccio, ginepro, carpino bianco e carpino nero, sorbo montano, orniello, roverella, nocciolo, olmo montano, tasso ecc. Rarità come gli arbusti l'onicino, la rosa spinosissima, la dafne olivella, la ginestra stellata, il cotognastro minore, l'uva spina, il crespino e l'efedra. Le zone pedemontane sono ricche di querce, noci, ciliegi, meli e castagni. Il sigillo di Salomone, il più raro sigillo di Salomone verticillato, l'erba gialla, e, ai margini dell'area boscata, il ribes alpino, e il ranno alpino. Agrifoglio, rovi e piantine di fragole e more; tra i fiori, il bucaneve, le primule, le orchidee, i mughetti, i narcisi, i crocus, le genziane, le potentille, i myosotis alpini e le viole di Eugenia. Si possono vedere al pascolo in molti esemplari: muli, cavalli della autoctona razza, mucche della razza marchigiana, pecore, capre. Presenza di vipere, aquile reali, falchi, sparvieri e astori, numerosi gheppi, gufi reali, allocchi, barbagianni e poiane, il picchio nero e il picchio rosso, minore e maggiore. Una rarità è anche la presenza dello "scazzone" (Cottus gobio), piccolo pesce che necessita di acque purissime - protetto addirittura dalla Comunità Europea poiché rappresenta un relitto glaciale - il quale popola con i gamberi di fiume ed i granchi le acque dei torrenti del massiccio montuoso. Nei freddi torrenti inoltre, fra gli anfibi, sono accertati la rara salamandrina dagli occhiali, il geotritone e la rarissima salamandra pezzata; verso valle, quando i letti dei torrenti si allargano, si aggiunge la presenza delle trote. Inoltre, nelle estese aree boschive e nelle secolari faggete ad alto fusto, è numerosa la presenza di volpi, scoiattoli, faine, tassi, gatti selvatici, donnole e martore; diffusi anche, ormai in forma stanziale, diversi branchi di cinghiali, mufloni, caprioli e daini. Infine è ormai consolidata la presenza del lupo che solitario o in branco, si spinge sempre più spesso fino ai primi paesi pedemontani della zona, dove in inverno, cercando cibo, spesso preda anche pollame e piccoli animali domestici. La stazione sciistica è sita interamente nella Provincia di Pesaro e Urbino, nel territorio del comune di Frontone. È disposta sul versante nord orientale del Monte Acuto. Sono presenti circa 9 km di piste da discesa servite da tre impianti di risalita: una cestovia, una manovia ed uno skilift.  

Via Monte Lieto

Via Monte Lieto

Monte Lieto è una montagna nelle Marche, in provincia di Macerata, nel parco nazionale dei Monti Sibillini, alto 1944 sopra il livello del mare. Le pendici meridionali del monte fanno parte della provincia di Perugia. Monte Lieto contribuisce a formare, insieme a Punta di Valloprare e Monte Pian Falcone, la vallata di Rapegna e Valloprare. I paesi più vicini a Monte Lieto sono la Spina di Gualdo e Castelluccio di Norcia. Monte Lieto è raggiungibile dalla Cona, da Punta di Valloprare, da Monte Pian Falcone e da Valloprare.  

Via Monte Petrano

Via Monte Petrano

Il monte Petrano (1162 m) fa parte dell'Appennino umbro-marchigiano e si trova nel territorio del comune di Cagli, nella provincia di Pesaro e Urbino. Ha rilevante interesse geologico, è noto in tutto il mondo per i suoi fossili abbondanti e diversificati e in particolare per gli ammoniti, che sono indicatori cronologici di enorme importanza per il Giurassico. il monte dà nome ad un ammonite caratteristico del luogo, Petranoceras, il cui valore ancora non è sufficientemente affermato. Il nome significa etimologicamente "Corno del Petrano". Sembra che sia caratteristico, insieme ad altri generi e specie di ammoniti tipici dell'area geografica (Secchianoceras e Paralioceratoides), di un intervallo stratigrafico rappresentato da calcari marnosi e marne grigio - vinaccia, tra la "Corniola" e il "Rosso Ammonitico", del tutto nuovo per i fossili in ambito europeo e mondiale.  

Via Monte Priora

Via Monte Priora

Il Monte Priora (la cui vetta è detta anche Pizzo della Regina, forse per la vicinanza con il Monte Sibilla) coi suoi 2.332 metri è la seconda montagna per altezza della catena montuosa dei Sibillini e la terza cima, dopo il Vettore e la Cima del Redentore. Deve il suo nome alla presenza dell'antico eremo di frati camaldolesi di San Leonardo, il quale era retto da un priore. Infatti in molti testi antichi possiamo trovare la montagna anche detta Monte del Priore. Amministrativamente è situata nel comune di Montefortino, che appartiene alla provincia di Fermo, ed è controllata dal 1993 dal Parco Nazionale dei Monti Sibillini. La montagna ha una caratteristica forma piramidale, ed è costituita da roccia calcarea, con affioramenti di maiolica che ne caratterizzano la zona sottostante la cima sul versante nord, con il tipico colore rosso/rosa. La cima è raggiungibile con un sentiero che percorre il crinale che congiunge monte con il Pizzo Berro. Nella Val Tenna, in corrispondenza della verticale delle cime dei Monti Priora e Sibilla, si trovano le Gole dell'Infernaccio, un canyon profondo e suggestivo scavato dalle acque del Tenna nel calcare delle pendici delle due montagne.  

Via Monte Tabor

Via Monte Tabor

Il Monte Tabor è il colle di Recanati che si affaccia verso sud: da esso nelle giornate con poca foschia si riescono a vedere molto bene le cime innevate dei monti Sibillini. Il monte Tabor più conosciuto come "il colle dell'Infinito" è altresì legato ad uno degli idilli più famosi di Giacomo Leopardi: L'infinito. Il monte Tabor oggi è un parco che sorge accanto al Centro Studi Leopardiani e al Palazzo Leopardi, percorrendo un sentiero che attraversa il parco si giunge al punto in cui probabilmente il poeta si trovò a comporre la poesia, una targa sul muro riporta il verso: "Sempre caro mi fu quest'ermo colle". Il monte Tabor è inoltre facente parte della poesia Alla luna: infatti il poeta veniva sempre sul colle per ammirare la luna.  

Via Monte Vettore

Via Monte Vettore

Il Monte Vettore (dal latino Victor, vincitore) è il rilievo montuoso più alto del massiccio dei Monti Sibillini, con i suoi 2.476 metri di altitudine, compreso all'interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, appartenente al comune di Montemonaco, provincia di Ascoli Piceno. È situato nell'appennino umbro-marchigiano al confine tra Umbria e Marche. La sua vetta, che si trova nel territorio della regione Marche, è la più alta di un arco montuoso che ha una caratteristica forma ad "U" e che comprende, seguendo l'arco da ovest a est, Quarto San Lorenzo, Cima del Redentore (2.448 m), Cima del Lago, il Vettore stesso, Monte Vettoretto (2.032 m) e Monte Torrone (2.102 m). Sulla pendice nord del monte Vettore, nella conca naturale abbracciata dall'arco montuoso, a 1.941 metri di quota si trova il Lago di Pilato. La facciata esterna dell'arco montuoso invece domina il Pian Grande di Castelluccio di Norcia, una vallata ricca di coltivazioni di lenticchia, legume caratteristico del luogo. Dalla vetta del monte si può ammirare in giornate limpide il Gran Sasso a sud-est e il Terminillo a sud-ovest, il litorale marchigiano e l'Adriatico ad est. Sulle pendici sud del monte si trova, a quota 2.238 m s.l.m., il rifugio Tito Zilioli gestito dal C.A.I.. Il Monte Vettore presenta una fascia trasversale di ghiaia che è detta la strada delle fate. La leggenda popolare narra che una volta, le fate, si siano fermate più a lungo a danzare con i giovani di Pretare e che per non essere sorprese all'alba, fuggirono con tanta precipitazione da lasciare le loro impronte sulla montagna, creando così la loro strada. Il racconto è noto sia agli studiosi delle tradizioni popolari che ai valligiani. Dalla mitologia apprendiamo che i monti Sibillini furono considerati luoghi abitati da divinità buone e cattive. La presenza di caverne e antri misteriosi erano considerati accesso al regno dell'oltretomba, come quello di cui ci parla Virgilio nel sesto canto dell'Eneide.  

Via Monte Volpino

Via Monte Volpino

Monte Volpino o Castello Vulpiani è uno dei tre castelli di cui la città di Recanati era costituita e la cui unione ne fece un comune libero nel XII. L’antico borgo di cui faceva parte, aveva alle dipendenze Borgo Antico, antica borgata, passata nel 1100 circa in possesso degli Alemanni, venuti in Italia con l'imperatore Federico. Oggi nel luogo in cui sorgeva il castello vi è casa Fabbri, edificio che risale al sec. XV. Il suo prospetto lungo via dell’Achilla ha eleganti ornamenti di cotto alle finestre.

Via Montelupone

Via Montelupone

Montelupone è un comune italiano di 3.577 abitanti, della provincia di Macerata nelle Marche. Il centro storico del comune di Montelupone ha un'altitudine di 272 metri s.l.m. e si estende per 34 km². Il territorio è composto dalle tipiche dolci colline marchigiane, si trova a 12 km dal mare Adriatico, a 13 km da Macerata, a 20 km da Loreto, a 9 km da Recanati e a 48 km da Ancona (capoluogo di regione). Confina con i paesi di Macerata, Recanati, Potenza Picena, Montecosaro e Morrovalle. Nella zona pianeggiante dove si trova la frazione San Firmano scorre il fiume Potenza. Nella frazione di San Firmano gli Antici, famiglia nobile recanatese, avevano numerose tenute: una, in particolare, sorge a 200 metri dall'Abbazia, e dista non più di 700 metri dal confine con Recanati. Tra i monteluponesi illustri è annoverato anche padre Clemente Benedettucci (1850-1949), critico letterario, studioso di Leopardi, storico e bibliofilo.  

Via Montemorello

Via Montemorello

Montemorello è il nome di un'antica borgata che incominciava da Porta Pesa e si estendeva verso la Torre di Perignano, saliva verso il punto dove oggi si trova il Convento di S. Stefano e poi scendeva e si inoltrava per la via di S. Maroto fino alla Porta detta di Montemorello, costruita in tempi più recenti. Il rione Montemorello, prende il nome da uno dei tre castelli di cui la città di Recanati era costituita, la cui unione fece di Recanati un comune libero, nel XII secolo. Aveva per la sua estensione e importanza tre porte, porta Montemorello , porta San Giacomo detta della Pesa ora scomparsa e porta Colonna ora porta Nuova. La più importante, quella di Montemorello è stata sempre riservata ai personaggi più illustri in visita a Recanati. Nella Chiesa di Montemorello, che si prospetta nella piazza del Sabato del Villaggio, il 30 giugno 1798 viene battezzato Giacomo Leopardi.  

Via Moretti

Via Moretti

Girolamo (Umberto). – Nacque il 18 aprile 1879 a Recanati, in provincia di Macerata, da Francesco e da Giulia Badurli, terzogenito di 18 figli, 10 dei quali vissuti. Battezzato come Umberto, prese il nome di Girolamo a 15 anni quando fu accolto nell’Ordine dei frati minori conventuali ed entrò nel convento di Montalto, vicino ad Ascoli Piceno. La sua formazione proseguì nel convento di Montottone (Ascoli Piceno) e qui, nel 1899, emise i voti. Continuò e concluse gli studi teologici presso l’Università gregoriana di Roma nell’anno accademico 1901-02 e fu ordinato sacerdote il 26 luglio 1902. Nel 1914 pubblicò, con lo pseudonimo di Umberto Koch, la prima bozza del sistema grafologico (Manuale di grafologia) proponendo regole interpretative originali relative all’intelligenza, al sentimento e alla fisionomia. Unico tra i grafologi, Moretti vide nella scrittura oltre agli aspetti psichici della personalità, gli aspetti somatici legati soprattutto ai movimenti e agli atteggiamenti del corpo e a questo tema dedicò Grafologia somatica. Il corpo umano dalla scrittura (Verona 1945); l’opera era basata sulla convinzione che l’anima fosse la forma del corpo e che dalla conoscenza del corpo e delle sue manifestazioni fosse possibile risalire alla conoscenza della psiche. In Grafologia pedagogica (Padova 1947) espose la sua originale caratterologia, scaturita dall’interno della sua grafologia, secondo la quale le tendenze temperamentali umane assumono le quattro direzioni fondamentali della cessione, della resistenza, dell’assalto e dell’attesa. L’intento pedagogico fu alla base anche dell’opera Grafologia delle attitudini umane (Padova 1948) con la quale si sottolineava come i segni grafologici illuminassero le tendenze e le attitudini profonde della persona ai fini dell’orientamento scolastico e professionale. Con I Santi dalla scrittura (Padova 1952) Moretti espose e mise in luce, attraverso una serie di analisi, quelle proprietà costituzionali individuali che la libertà umana e il vissuto avrebbero potuto orientare anche molto diversamente. Trascorse i suoi ultimi anni nel convento di Ancona continuando l’attività grafologica e peritale, elaborando altre importanti opere (Scompensi, anomalie della psiche e grafologia e La passione predominante, ambedue pubblicati ad Ancona nel 1962) e, con la collaborazione di Lamberto Torbidoni, gettando le basi di quello che, dopo la sua morte, divenne l’Istituto grafologico Moretti, continuatore della sua opera. Morì ad Ancona il 24 luglio 1963 e fu sepolto nel cimitero di Mondolfo. Frate francescano padre Girolamo Moretti è il vero caposcuola della grafologia. Nasce a Recanati nel 1879 e muore ad Ancona nel 1963 dopo essersi interessato di Grafologia per oltre cinquant'anni. Nel 1905 casualmente ebbe modo di conoscere la grafologia, si sentì subito attratto e vi si dedicò alacremente. Riconosce nella scrittura principalmente i tratti somatici riconoscendo in breve il rapporto che intercorre tra il soma e la psicologia dello scrivente. Punto fondamentale della ricerca rimane l'importanza delle caratteristiche personali uniche ed irripetibili per ogni essere umano. Il suo primo lavoro, Manuale di Grafologia (sotto lo pseudonimo di Umberto Koch) fu il primo passo verso la sperimentazione che successivamente lo avrebbe portato ad un metodo con solide basi scientifiche. (Psicologia della Scrittura). Nella quinta edizione del 1935 " Virtù e difetti rivelati dalla Grafologia " troviamo la misurazione quantitativa in decimi dei segni grafologici che permetteranno di stabilire il " tono " con cui la psiche influisce sulle reazioni e sugli atteggiamenti dell'individuo. Dal 1940 padre Moretti fu destinato al convento di Mondolfo per occuparsi esclusivamente dei suoi studi e delle sue ricerche di grafologia. Svolse un'intensa attività di grafologo; collaborò a riviste e giornali, come ad esempio “Il Resto del Carlino”; fu consulente di tribunali, aziende e privati e al contempo scrisse e pubblicò varie opere. Nel 1958 a Pesaro fondò “La Psicografica” e poi lo “Studio grafologico Fra' Girolamo”. Ha esposto il suo pensiero in diversi settori d'applicazione della Grafologia: Il Corpo Umano dalla Scrittura (rapporto tra scrittura e particolarità somatiche) Scompensi- Anomalie della psiche e Grafologia. (implicazioni di carattere neuropatico) Grafologia Pedagogica,  

Via Mosca

Via Mosca

Oreste Mosca (1924-1944) è stato un partigiano recanatese. Originario delle campagne di Sambucheto, dopo l’ 8 settembre aderisce alle formazioni partigiane operanti a cavallo tra Fabriano e Gualdo Tadino. Catturato a seguito di uno scontro a fuoco viene fucilato a Gualdo Tadino (PG) il 24 aprile 1944 dai militi repubblichini.  

Via Niccolò dell’Aste

Via Niccolò dell’Aste

Nicolò dall'Aste, noto per la sua liberalità e considerato "il primo, come ne fa fede l'Agelita nell'origine di Recanati, a dotare di molti beni la santa Casa di Loreto"[1], decide, in qualità di vescovo di Recanati, l'inizio dei lavori per la costruzione della grande Basilica della Santa Casa di Loreto, sia a protezione della stessa Santa Casa, sia per accogliere la crescente folla di pellegrini. A Recanati, aumenta i redditi del clero, arricchisce la Confraternita di Santa Lucia e, sempre a sue spese, fa anche erigere il convento dei Minori Osservanti. A Macerata, ancora a spese proprie, fa riedificare la Chiesa Cattedrale].

Via Nina Lorenzo

Via Nina Lorenzo

Lorenzo Nina (Recanati, 12 maggio 1812 – Roma, 25 luglio 1885) è stato un cardinale italiano. Discendeva da una distinta famiglia recanatese priva di titoli nobiliari. Fu nominato cardinale ma non ebbe consacrazione episcopale. Studiò nel seminario di Recanati, poi in quello pontificio di Roma ed infine all'Università di Roma - La Sapienza ove si laureò in utroque jure. Nel dicembre del 1835 fu ordinato sacerdote. Dopo aver ricoperto numerosi incarichi di docente e di prelato di Curia (fra i quali quello di protonotario apostolico), il 12 marzo 1877 papa Pio IX lo creò cardinale con il titolo di cardinale diacono di Sant'Angelo in Pescheria. Il 19 ottobre dello stesso anno venne nominato prefetto agli studi della Curia Romana. Partecipò al conclave del 1878 che elesse papa Leone XIII. Il 9 agosto 1878 il neoeletto papa lo nominò cardinal segretario di Stato e il 28 febbraio 1879 optò per il titolo di cardinale presbitero di Santa Maria in Trastevere. Lasciata la Segreteria di Stato, il 7 novembre 1881 diventò prefetto della Sacra Congregazione del Concilio e prefetto della Curia romana, incarichi che mantenne fino alla morte, intervenuta a Roma il 25 luglio 1885 all'età di 73 anni. Fu sepolto nel cimitero romano del Verano.  

Via Palatucci

Via Palatucci

Giovanni Palatucci (Montella, 31 maggio 1909 – Dachau, 10 febbraio 1945) è stato un poliziotto italiano, vice commissario aggiunto di pubblica sicurezza. Dichiarato martire da papa Giovanni Paolo II "per aver salvato 5000 ebrei", riconosciuto come "un giusto" da Israele, in realtà - secondo il Centro Primo Levi - Giovanni Palatucci ebbe un ruolo fondamentale nel trasferimento ad Auschwitz di 412 ebrei di Fiume. E il museo dell'Olocausto di Washington ha rimosso il suo nome dalla mostra. lo studio condotto su circa 700 documenti ha fatto emergere che Giovanni Palatucci era invece un collaboratore nazista, tanto da partecipare alla deportazione degli ebrei nel campo di Auschwitz. Stando alla ricerca del Centro Primo Levi, in base all'esame di circa 700 documenti finora inediti, Palatucci andrebbe descritto come uno zelante esecutore della deportazione di almeno 412 dei circa 500 ebrei presenti a Fiume, nel suo incarico di responsabile dell'applicazione delle leggi razziali fasciste. La sua deportazione e morte a Dachau sarebbe stata dovuta non al suo aiuto agli ebrei, ma all'aver mantenuto contatti col servizio informativo nemico, per aver passato agli inglesi i piani per l'indipendenza di Fiume Secondo la ricerca del 2013, la storia di Palatucci sarebbe un mito fomentato dallo zio, il vescovo Giuseppe Maria Palatucci, che nel 1952 si sarebbe servito della storia inventata per assicurare una pensione di guerra al fratello e alla cognata, genitori di Palatucci.  

Via Pancotto

Via Pancotto

E' il 19 gennaio del 1963 quando, in una tragica serata invernale, nei pressi di Tolentino, a causa di un incidente automobilistico per via dell'abbondante nevicata, perdono la vita due brillanti giovani recanatesi: l'avvocato Giuseppe Campagnoli ed il dott. Bruno Pancotto, amici inseparabili e accumunati anche nella morte per via di un tragico destino. Giuseppe Campagnoli stava rientrando dalla Capitale per una breve visita a Recanati ai genitori, accompagnato dagli amici Bruno Pancotto e Franco Bartolacci, entrambi alle dipendenze dell'Eni a Roma. Un viaggio piuttosto difficoltoso per via della neve, iniziato verso le 19con arrivo previsto poco dopo mezzanotte. Una ipotesi destinata ad essere smentita perchè erano già passate le due quando si trovavano ancora nei pressi di Tolentino, luogo dove si è poi verificato il grammatico incidente a seguito dell'urto conto un muretto di un ponte invisibile all'occhio umano proprio per via della neve. Franco Bartolacci, che si era da poco sdraiato sul sedile posteriore per riposarsi un poco è l'unico a non subire conseguenze nel violento impatto...  

VIA PAOLINA LEOPARDI

VIA PAOLINA LEOPARDI

Paolina Leopardi (Recanati, 5 ottobre 1800 – Pisa, 13 marzo 1869) è stata una scrittrice e traduttrice italiana, fu sorella di Giacomo Leopardi, autrice di diverse traduzioni dal francese e di una biografia di Mozart. Paolina Leopardi fu la terzogenita - dopo Giacomo e Carlo - e unica figlia femmina del conte Monaldo e di Adelaide Antici. Fu battezzata nella chiesa recanatese di Santa Maria Morello con il nome di Paolina Francesca Saveria Placida Bilancina Adelaide. Era «piccola e gracile, aveva capelli bruni e corti, occhi di un azzurro incerto, viso olivastro e rotondetto. Non molto dotata fisicamente, emerse per il carattere gentile e generoso e per la sua spiccata intelligenza e cultura. Compagna di giochi dei fratelli maggiori, era da loro soprannominata don Paolo per via dei suoi capelli e dell'abbigliamento scuro e severo impostole dalla madre, le veniva affidato il personaggio del parroco. In presenza di estranei parlava pochissimo, dando loro un'impressione di scarsa cordialità, ma era in realtà molto timida e aveva vissuto troppo lontano dalla società per sapervi stare con disinvoltura. Adulta, compì seri studi e diventò traduttrice di lingue straniere, preziosa collaboratrice del padre Monaldo che si occupò in prima persona degli studi dei figli e che ebbe il merito d'aver voluto per la figlia la stessa educazione data ai fratelli maschi. Collaborò col padre nella redazione delle riviste La Voce della Ragione e La Voce della Verità: stava a lei l'incarico di recensire e tradurre articoli dei giornali francesi. Anch'essa, come i fratelli, era sottoposta dai genitori a un regime "reclusorio" in casa Leopardi, all'interno del quale essi erano totalmente schiacciati dal sistema delle vincolanti decisioni genitoriali sulla loro vita. Negli scritti di Paolina non mancano dichiarazioni di insofferenza per il regime vigente in casa, ma alle sue critiche nei riguardi della madre, talvolta davvero amare anche se sempre rispettose, si contrappone un vivo e indulgente affetto nei riguardi del padre. Unico sfogo, mentre si diradava la corrispondenza con Giacomo, erano le lettere che scambiava, dal 1829, con le sorelle Marianna e Anna Brighenti: amiche di penna perché la sua fitta corrispondenza con esse avviene in gran parte prima che si conoscano di persona, sempre di nascosto dalla madre che condannava le amicizie di qualsiasi genere perché qualunque distrazione poteva allontanare dalla fede. Ecco ancora come si esprime sulla madre: Non vuol soffrire ch'io faccia amicizia con qualcuno, perché ( dice essa) ciò distoglie dal' amore di Dio; e non può vedere nessun sopra scritto di lettera a me diretta, fosse anche del suo Santo protettore. «Fra gli altri motivi che hanno renduto così triste la mia vita e che hanno disseccato in me le sorgenti dell'allegrezza e della vivacità, uno è il vivere in Recanati, soggiorno abominevole ed odiosissimo. Io voglio ridere e piangere insieme: amare e disperarmi, ma amare sempre, ed essere amata egualmente, salire al terzo cielo, poi precipitare. Mi pare di esser divenuta un cadavere, e che mi rimanga solo l'anima, anch'essa mezza morta, perché priva di sensazioni di qualunque sorta». Fondamentale per la formazione e lo sviluppo della personalità di Paolina resta il rapporto con il fratello Giacomo, da lei teneramente amato al di là della profonda differenza di vedute in campo filosofico e religioso. Finché egli rimase in famiglia, Paolina gli fu vicina, non solo affettivamente ma a livello pratico, quasi una segretaria e un'assistente: fin da bambina gli faceva da copista, ne seguiva per quanto poteva gli studi, passava con lui lunghe ore nella stanza buia quando egli era tormentato da disturbi agli occhi, discorrendo di sogni, di progetti e di fantasie d'evasione. Quando lasciò la casa paterna, Giacomo divenne il filo che la collegava al grande mondo esterno un tempo vagheggiato insieme; con lui ella cercò in tutti i modi possibili di rimanere in contatto, esultando dei suoi successi e tormentandosi per le sue malattie, con tutte le incertezze e i disguidi che le poste dell'epoca comportavano. La solita lucidità e il solito sarcasmo. Il pessimismo, poi, e una visione tragica della propria vita e del mondo, doveva essere caratteristica di famiglia, non è dato sapere se legato a un qualche oscuro fattore genetico o alla presenza oppressiva di Adelaide. Questo quanto scrive il fratello Carlo a Giacomo: mi pareva di essere dentro un sepolcro, e di camminare dentro un'aria cieca e pesante...eppur sentiva di esistere, ma come può un asfissiaco, un sepolto vivo. Costretta a condurre una vita chiusa fra le pareti domestiche, Paolina non si sposò, pur avendo varie proposte, sia per la dote esigua, ma soprattutto per la sua grande cultura che spaventava i pretendenti. Con la morte della madre (1857) Paolina si trovò a capo dell'amministrazione domestica - il fratello superstite Carlo viveva altrove, furono intrapresi grossi lavori di abbellimento del palazzo e degli arredi, fu arricchita di libri moderni la biblioteca di Monaldo, accresciuta la scuderia, incrementata la servitù, e aboliti finalmente gli abiti scuri. Risulta comunque che, proseguendo nel cammino di fede che non aveva mai abbandonato, fu anche larga di beneficenze. Tuttavia il cambiamento più atteso arrivò con i tanto vagheggiati viaggi, partì da Recanati per Ancona, poi a Grottammare: nel 1863 fu a Firenze, l'anno dopo visitò l'Emilia e conobbe finalmente di persona, a Modena, le sorelle Brighenti. Non c'è anno in cui non viaggiasse nelle più diverse città italiane: nel 1867 rese omaggio alla tomba del fratello, a Napoli, e l'anno dopo si stabilì in un albergo di Pisa, la città più amata da Giacomo, dove ne ripercorse i luoghi e vi conobbe un'amica di lui, Teresa Lucignani.. Da Pisa si spostava ogni tanto nella vicina Firenze. Nel febbraio del 1869 tornò a Pisa con la febbre: si parlò di bronchite e fu forse una pleurite dalla quale non si riprese. Morì alle due di notte del 13 marzo, assistita dalla cognata Teresa: i suoi resti, riportati a Recanati, sono inumati nella chiesa di Santa Maria di Varano, presso il cimitero civico. È sepolta insieme al padre, alla madre , al fratello Pierfrancesco nella Chiesa di Santa Maria di Varano  

Via Passarini

Via Passarini

Umberto Passarini nasce a Recanati il 29 ottobre 1908. I genitori erano entrambi contadini nelle campagne di Chiarino , secondo di una famiglia che vanterà otto figli. A Chiarino trascorre la sua infanzia studiando e lavorando come mezzadro nelle terre della famiglia Bianchi di Porto Recanati, consegue la licenza di terza elementare , frequenta il circolo parrocchiale, iscritto all’associazione cattolica ha da sempre professato una grande fede in Dio. Rimarrà orfano del padre nel 1918 , Pietro Passarini infatti muore in trincea nella città di Gorizia. Nel 1928 conosce Riccetti Giovannina, che sposerà nel 1931. Dal matrimonio nasceranno 6 figli. Nel 1937 la famiglia si trasferisce in una abitazione più grande a Montefano in un posto allora conosciuto come contrada “San Martino. Nella nuova casa con l’aiuto della famiglia continua a svolgere il lavoro di contadino sotto il servizio di don Nazzareno Bodini allora parroco di Chiarino. Con l’avvento della seconda Guerra Mondiale, Umberto viene chiamato alle armi durante i preparativi per la partenza per la campagna in Russia nasce il suo quarto figlio e visto le leggi del periodo egli ha la facoltà di non partire e di ritornare dalla sua famiglia.. La guerra finisce, ma non la miseria e le carestie,ed è in questa situazione che Umberto si rimbocca le maniche e cerca di trovare una soluzione che gli permettesse una vita più agiata, pensò di intraprendere l’attività della lavorazione meccanica – agricola. Nel 1950 in sella alla sua bicicletta si reca a Spinetoli (AP) per acquistare i primi macchinari che sarebbero serviti alle lavorazioni.. Il periodo era propizio, la crisi della seconda guerra mondiale era superata e il progresso economico favorì l’impresa di Umberto. Negli anni successivi la sua attività cresceva in modo esponenziale, iniziano così i primi investimenti immobiliari, le prime case che andarono a popolare il quartiere oggi chiamato “Santa Lucia” I soldi guadagnati contribuirono anche alle sue prime donazioni verso chiese o associazioni di valenza religiosa ed inizia così anche una serie di pellegrinaggi verso le mete di fede allora più conosciute e da lui sempre sognate, come Gerusalemme, Medjugore e Lourdes. Gli ultimi anni di vita sono i forse più dolorosi, affetto da un male incurabile combattuto per ben 10 anni si spegne, il 26 gennaio del 1990.  

Via Passionisti

Via Passionisti

Congregazione della Passione di Gesù Cristo Superiore Provinciale: P. Piergiorgio Bartoli Il convento di Recanati si riconnette, per costante tradizione ad una predizione di S. Paolo della Croce. In viaggio per Loreto, contemplando la collina su cui esso sorge, esclamò: "Presto su questa collina sorgerà un ritiro per i miei figli". Sul luogo vi era un'antica cappella dedicata alla Madonna della Pietà. La predizione si avverò mentre era Generale dei Passionisti l'immediato successore del Fondatore, P. Giovanni Battista di S. Vincenzo Ferreri, Gorresio. Il Vescovo mons. Ciriaco Vecchioni, il clero della città, la nobiltà ed il popolo chiesero i Passionisti che già conoscevano per il loro ministero della predicazione specialmente delle missioni parrocchiali e degli esercizi spirituali. L'alta ed autorevole parola del Conte Mazzagalli finì per dissipare difficoltà e abbreviare indugi. Il Vescovo ed il Municipio di Recanati, in data 25 febbraio 1780, chiesero al S. Padre Pio VI l'autorizzazione per procedere alla fondazione che fu concessa il 1 aprile 1783. I lavori, e il 27 luglio il vescovo di Recanati, circondato dal clero e da molto popolo, benedì e pose la prima pietra della chiesa che mantenne il titolo della Pietà come l'antica cappella. La spesa non indifferente fu sostenuta dal Signor Giorgi di Roma, grande ammiratore dei Passionisti. Ultimati intanto i lavori, il 3 giugno 1792, festa della Santissima Trinità, vi si stabilì una Comunità di 15 religiosi compresi 4 Studenti. Fu designato come primo superiore il 2° Consultore Generale, Padre Vincenzo Maria di S. Paolo (Strambi) divenuto poi Vescovo di Macerata e Tolentino. Si deve a lui la consacrazione solenne della Chiesa il 20 novembre 1804. Il Ritiro fu costruito secondo il disegno: vasto, comodo, accogliente. In seguito fu reso anche più vasto per l'aggiunta di un'ala verso mezzogiorno. È questo il 17° Ritiro della Congregazione dei Passionisti: in origine fece parte della Provincia della Presentazione, e poi, nel 1851 passò alla nuova Provincia della Pietà. Il primo febbraio 1797 le milizie francesi irruppero nel Ritiro e nella chiesa, spargendo la confusione e il terrore che crebbe finendo di devastare il poco rimasto il 26 giugno 1798. I religiosi, cercati a morte, erano riusciti a mettersi in salvo. Passata quest'onda devastatrice, i Padri tornarono vicino alla Madonna della Pietà, ma per pochi anni. Nel 1810 la soppressione napoleonica li espulse nuovamente. Vi tornarono solo nel 1814, ma per brevissimo tempo, dovendone poi star lontani fino al 1821. La soppressione decretata dal governo italiano li spazzò via di nuovo nel 1866 e i loro beni passarono al demanio. I religiosi furono accolti in varie case di benefattori. II Ritiro, con forti mutamenti interni, fu adibito a filanda. Dietro insistenti richieste dei contadini si ottenne che alcuni Padri vi tornassero come cappellani, occupando una minima parte del fabbricato. Ma le difficoltà di ambiente li costrinsero ad andarsene nel 1885. Seguirono 15 anni di assenza. Finalmente nel 1900, dietro interessamento di benefattori e benefattrici, si potè riacquistare il Ritiro che era in possesso della Congregazione di Carità, pagandone la somma la contessa Colloredo Cerasi e il 15 agosto dello stesso anno i Passionisti ricostituirono la comunità regolare. Il 23 settembre 1923, per decreto del Capitolo Vaticano, fu incoronata la venerata immagine della Madonna della Pietà. Dinanzi a quest'immagine pregarono san Vincenzo Maria Strambi, san Gabriele dell'Addolorata ed altri Padri, illustri per santità e scienza, come il padre Norberto Cassinelli e p. Egidio Malacarne. Il Ritiro di Recanati nel 1851 fu scelto come sede provincializia. Questo onore, che dal 1884 era passato al santuario della Madonna della Stella, lo riebbe nel 1923 anno in cui vi fu trasferito anche il noviziato che poi nel 1936 passò a Morrovalle. Dal 1973 la chiesa dei Passionisti è stata eretta in parrocchia, per il servizio pastorale del nuovo e popoloso quartiere "Le Grazie". La Congregazione della Passione di Gesù Cristo (in latino: Congregatio Passionis Iesu Christi) è un istituto religioso maschile di diritto pontificio: i membri di questa congregazione clericale, detti passionisti, pospongono al loro nome la sigla C.P. La congregazione fu fondata nel 1720 da san Paolo della Croce e il primo convento fu eretto sul monte Argentario; la regola dell'istituto, approvata da papa Benedetto XIV il 15 maggio 1741, obbliga i passionisti, con un quarto voto, alla propagazione della devozione alla Passione di Gesù per mezzo di missioni e altri sacri ministeri. I passionisti portano un tonaca nera, stretta in vita da una cintura di cuoio, e sul petto un distintivo con l'effigie di un cuore sormontato da una croce bianca con la scritta Jesu XPI Passio.  

Via Piacentini

Via Piacentini

Osvaldo Piacentini, architetto urbanista, fu uno fra i fondatori della Cooperativa Architetti e Ingegneri di Reggio Emilia (Caire), fu redattore nel secondo dopoguerra, dei piani regolatori delle principali città emiliane, fu autore dei piani comprensoriali regionali in aree come l’Emilia Romagna, il Piemonte, fu fra i responsabili del Progetto Appennino ed estensore delle proiezioni territoriali del cosiddetto Progetto ’80. A Reggio nell’Emilia, dove la famiglia si trasferì nel 1933, intraprese i primi studi tecnici. Conseguì il diploma di geometra presso l’Istituto tecnico per geometri di Reggio e successivamente la maturità scientifica al liceo Guglielmo Marconi di Parma. La frequentazione degli oratori reggiani animati da don Dino Torreggiani e l’incontro con Giuseppe Dossetti, avvenuto presumibilmente a Reggio all’inizio degli anni Quaranta, furono esperienze fondamentali per il maturare di un cattolicesimo sociale animato da un forte impegno civile. Chiamato alle armi alla fine del 1943, disertò in due occasioni e si unì nel dicembre 1944 ai partigiani della III brigata Apuane. Si laureò in architettura presso il Politecnico di Milano nel 1949, dopo aver frequentato un anno del corso di laurea in matematica e fisica presso l’Università di Bologna (nella sede di Parma) ed essere passato dalla facoltà di ingegneria dello stesso Politecnico. Già nel 1947, insieme a un gruppo di altri studenti reggiani a Milano aveva fondato lo Studio cooperativo di progettazione civile che nel 1952 assunse il nome di Cooperativa architetti e ingegneri di Reggio Emilia (CAIRE). Nel secondo dopoguerra il legame con Dossetti portò Piacentini ad avvicinarsi alla Democrazia cristiana, partito per il quale fu eletto consigliere provinciale nel 1950. Con gli anni Sessanta e Settanta, la competenza di Piacentini come pianificatore si estese ai comprensori, ai territori agricoli, alle aree montane, alle infrastrutture e ai trasporti. Tra le pubblicazioni cui Piacentini partecipò si ricordano, in particolare: Democrazia cristiana, Libro bianco su Bologna, Bologna 1956; Consulta urbanistica regionale dell’Emilia e Romagna, Schema di regolamento edilizio, norme di attuazione per Prg e Pdf, guida pratica per la redazione dei piani in conformità alla legge 6 agosto 1967, n. 765 e ai decreti ministeriali 1 e 2 aprile 1968, Imola 1968; Democrazia cristiana - Comitato regionale Emilia-Romagna, Sviluppo economico e pianificazione territoriale, Roma 1968 (testi di Beniamino Andreatta, Achille Ardigò, Osvaldo Piacentini e Amedeo Magnani); Regione Emilia-Romagna, Proposte per una metodologia di base per la formazione dei piani comprensoriali, a cura dell’Assessorato agricoltura e foreste e dell’Ufficio di coordinamento della programmazione e pianificazione, Reggio Emilia 1975. Morì a Reggio nell’Emilia il 4 gennaio 1985.  

Via Pierino Guzzini

Via Pierino Guzzini

Pierino Guzzini (Recanati, 1899 - 1981) è stato il protagonista della crescita e del successo di una delle aziende più importanti del nostro territorio e che hanno fatto la storia dell’imprenditoria marchigiana. Secondo figlio di Enrico e Annunziata Frapiccini, da ragazzo sente la vocazione religiosa ed entra in convento dai Padri Passionisti. Qui, a differenza dei fratelli, può studiare fino al liceo classico. Richiamato in guerra (è un "ragazzo del ’99"), Pierino fa il militare in Friuli-Venezia Giulia e, almeno così raccontava, fu proprio lui, bravissimo dattilografo, a battere a macchina il primo testo del "Bollettino della Vittoria", il 4 novembre 1918. Tornato a casa, esce dal convento, lascia gli studi e inizia a lavorare nel laboratorio paterno, manifestando spirito di iniziativa e capacità di gestione. E’ Pierino, infatti, che convince il padre a investire per l’elettrificazione e la meccanizzazione del laboratorio, che allora produceva ancora soltanto articoli in corno e in Galalite. Quando il padre si ritira, lasciando ai figli la responsabilità dell’azienda, Pierino diventa amministratore e responsabile finanziario e commerciale. Nel suo ruolo è sempre molto prudente e non rinuncia al suo diritto di veto quando qualche iniziativa non lo convince. Tuttavia, è anche ingegnoso e capace di cogliere le novità tecnologiche: per esempio, quando in azienda si comincia a lavorare il Plexiglas, utilizzando la tecnologia elementare dello stampo e controstampo, è Pierino che si rende conto che il metacrilato si poteva modellare anche ad aria compressa. Realizza così un sistema di stampaggio che elimina alcune lavorazioni meccaniche, con risparmio di tempo e denaro. Nel 1953, quando inizia la collaborazione con il dottor Clementi per la lavorazione del PMM, non soltanto manda suo figlio Alberto con il cugino Virgilio a imparare il nuovo processo a San Giovanni in Valdarno, ma è proprio lui che fa acquistare una pressa a iniezione, la Windsor inglese. Tuttavia, non si rende conto che con questa tecnologia - utilizzata allora solo per produrre bicchieri - è possibile allargare di molto la gamma produttiva, anzi, all’inizio si oppone alle iniziative dei nipoti, i figli di Mariano, che vogliono investire per riconvertire e ampliare la fabbrica (ma darà il suo assenso nel 1960), così come non approva la decisione dei nipoti di produrre in azienda anche lampade e lampadari; la Harvey Creazioni, poi iGuzzini illuminazione, infatti, sarà una nuova azienda, esterna alla Fratelli Guzzini. In seguito, forse comprendendo di non aver valutato a fondo la situazione, Pierino aderisce alla proposta scaturita da una vivacissima riunione di famiglia, con la quale si stabiliva che ciascun membro del clan Guzzini poteva avviare nuove attività nel settore delle lastre acriliche, purché non in concorrenza con quelle già realizzate da altri componenti della famiglia. Nasce così la Acrilux, di proprietà dei figli di Pierino, specializzata nella produzione di schermi diffusori per l’illuminazione industriale e stradale. Sposato con Alessandra Marucci, padre di dieci figli, Pierino Guzzini si spegne nel 1981, dopo una vita interamente dedicata al lavoro e alla famiglia.

Via Pietro Morici

Via Pietro Morici

Pietro Morici è stato uno scrittore recanatese, ideatore della rivista “Il Casanostra”. Nato a Recanati il 19 novembre 1920 e deceduto il 27 dicembre 1894. Cominciò la sua carriera come rappresentante governativo e uditore legale a Porto Recanati (allora frazione di Recanati) con mansione di giudice nelle cause civili. Nel contempo si dedicò alla scrittura. Nel 1892 pubblicò il Casanostra, un racconto popolare storico e agile sui fatti e sulla vita della città recanatese, scritto nella più rigorosa fedeltà ai fatti e ai documenti. Tra i brani più importanti: “I guelfi e i ghibellini recanatesi” e “l’ incendio di Recanati”. Numerosi anche gli interventi su problemi previdenziali che pubblicò sul messaggero dei segretari e degli impiegati comunali.

Via Pintura del Braccio

Via Pintura del Braccio

Nel luogo dove è Pintura del Braccio, presso una fontana scomparsa da circa due secoli, vi era un pozzo detto dello “stregone”, perché vi sostava un uomo che faceva dei sortilegi, approfittando dei pellegrini che passavano diretti al santuario di Loreto. Per far cessare l’ inconveniente il Governatore della Provincia Pallanterio fece presente alla fraternità di S. Maria che vi sarebbe stata bene vicino a quel pozzo una cappella. Decisa la costruzione e la spesa il 5 dicembre 1565, nei primi mesi del 1569 la fraternita chiuse il pozzo e costruì accanto una cappelletta aperta, “prope puteum nuncupatum de strego” e la cappella fu detta “ la Pintura dè forfanti”. Il 3 aprile di quell’ anno fu terminata e chiusa con un cancello di legno. Fu detta pintura dal quadro a fresco che vi fece dipingere, e braccio dalla croce che aveva un braccio teso ad indicare la strada per Loreto ai pellegrini. Questa cappella fu abbattuta nel 1971 per dare spazio all’ imbocco della nuova strada e rifatta più piccola poco sotto con copia della pittura in affresco del pittore Cesare Peruzzi. Così oggi la contrada è detta Pintura del Braccio.  

Via Pola

Via Pola

Pola, oggetto nel corso dei secoli di distruzioni, saccheggiamenti e devastazioni ma ogni volta è riuscita a risorgere dalle sue rovine, diventando così sempre più ricca, forte ed affascinante. Le prime testimonianze storiche su Zara risalgono al IV secolo a.C. quando la città era una colonia dell’antica tribù illirica dei Liburni. In quell’epoca era conosciuta con il nome di Jader e nel corso dei secoli questo cambiò più volte da Idassa (di origine greca) a Jadera (di origine romana), da Diadora a Zara (durante il governo veneziano e italiano), fino a arrivare all’odierna Zadar. Dal 59 a.C. Zara diventa un municipio romano, mentre nel 48 a.C. una colonia i cui abitanti ottengono il grado di cittadini ro¬mani. E’ durante il periodo romano che Zara acquisisce la tipica conformazione urbana: viene infatti dotata di una rete stradale, una piazza centrale – il foro, accanto al quale si trovava il campidoglio elevato con un tempio. Nel VII secolo Zara diventa la capitale della provincia bizantina della Dalmazia e all’inizio del IX secolo la città divenne la sede del vescovo Donato e del capo bizantino Paulus. A quell’epoca fu eretta sul foro ro¬mano la chiesa della Santa Trinità, conosciuta oggi con il nome di San Donato e odierno simbolo della città. Nel X secolo ebbe luogo una grande colonizzazione della città da parte dei croati. Risalgono a quel periodo la chiesa romanica di Santa Maria nonché la chiesa di San Grisogono e la cattedrale di Santa Anastasia. Nel 1202 la città venne dapprima bruciata e poi conquistata sia dai crociati e che dai veneziani. In Dalmazia vennero costruite successivamente le prime chiese in stile gotico come San Francesco e San Domenico mentre tra i tesori dell’epoca occorre menzionare l’arca in argento dorato di San Simeone. I secoli XV e XVI sono stati invece caratterizzati dalle pubblicazioni in lingua croata degli scrittori nazionali Petar Zoranić, Brne Krnarutić, Šime Budinić, Jerolim Vidulić ...Dopo il periodo veneziano la città viene governata dagli Austriaci (1797) ai quali seguì il dominio francese (dal 1806 al 1813). Dopo un breve periodo di governo fran¬cese, Zara venne di nuovo sottomessa al governo austriaco che sarebbe durato fino al 1918. Con il Trattato di Rapallo Zara passò sotto il governo italiano mentre solo dopo la Seconda Guerra Mondiale fu annessa alla Croazia (come repubblica socialista federativa di Jugoslavia). Nel 1991 la Croazia dichiara la sua indipendenza dalla Jugoslavia e Zara diventa una città della nuova Repubblica di Croazia.  

Via Ponte alle Cappuccine

Via Ponte alle Cappuccine

Monastero e Chiesa delle Cappuccine La città di Recanati deve l’ edificazione del Monastero alle Cappuccine a Suor Maria Spagnuola detta “la Cappuccina” e a Paolo Massucci (?). Suor Maria ottenne nel 1586, da Papa Sisto V un Breve per la realizzazione di un monastero di Monache Cappuccine che fu presentato a Monsignor Rutilio Benzoni allora Vescovo di Recanati. Il luogo scelto per Monastero e Chiesa fu Montemorello. (Ad oggi la chiesa è ancora semiattiva ed esistente, mentre l’Ospedale Civico ha preso il posto del Monastero). Il 14 Agosto del 1587 si avviarono i lavori di costruzione e fu Mons. Benzoni a mettere la prima pietra nelle fondamenta del Monastero ed a collocare una Croce in quelle della Chiesa. L’edificio fu costruito rispettando i canoni (pianta e modello) degli altri Monasteri delle Cappuccine già esistenti. Il 12 Maggio del 1595 arrivarono a Recanati tre suore del convento delle Cappuccine di Perugia, la Badessa Suor Margherita, la Vicaria Suor Agata e la Portinaia Suor Angelica, accompagnate dal loro confessore e da due dame perugine per assistere alla vestizione di quaranta fanciulle che si accingevano a prendere l’abito. Era il 15 Maggio 1565 e segnò l’inizio del Monastero alle Cappuccine.

Via Porta Romana

Via Porta Romana

PORTA ROMANA (XII-XIX sec.) Detta anticamente di Santa Margherita. La trasformazione ideata agli architetti Domenico Masserini e Tommaso Brandoni nel 1844 , ha incorporato nella sovrastruttura la merlatura ghibellina, demolendo il corridoio di difesa che la univa alla guardiola presso casa Monti.  

Via Pozzo di San Maroto

Via Pozzo di San Maroto

Il pozzo medioevale di San Maroto, ancora perfettamente conservato, mostra la precisione e la perizia dei costruttori, capacità ereditate, attraverso i Romani, certamente dagli Etruschi, fra i primi a costruire pozzi e sistemi cunicolari.  

Via Pozzo di San Maroto

Via Pozzo di San Maroto

Il pozzo medioevale di San Maroto, ancora perfettamente conservato, mostra la precisione e la perizia dei costruttori, capacità ereditate, attraverso i Romani, certamente dagli Etruschi, fra i primi a costruire pozzi e sistemi cunicolari.

Via Presutti

Via Presutti

vicario apostolico di Aden Filippo Presutti morte di Presutti (a Cheren, nell’agosto 1914 Vescovo Raffaele Filippo Presutti , OFM Cap. † Deceduto Vicario Apostolico di Arabia Vescovo titolare di Anchìalo ________________________________________ eventi Data Età Evento Titolo Gen 9 1845 Nato Recanati, Italia Set 13 1910 65,6 designato Vicario Apostolico di Arabia , Yemen Set 13 1910 65,6 designato Vescovo titolare di Anchìalo Nov il 30 1910 65,8 Ordinato vescovo Vescovo titolare di Anchìalo Ago 3 1914 69,5 Morto Vicario Apostolico di Arabia , Yemen Microdati Riepilogo per Raffaele Filippo Presutti : Vescovo Raffaele Filippo Presutti . O.FM Cap (nato9 gen 1845, morto 3 agosto 1914) Vicario Apostolico di Arabia • un vescovo per 3,6 anni • Consacrante principale: • Arcivescovo Carlo Giuseppe Gentili , OFM Cap. † Arcivescovo di Agra • Principali Co-consacranti: • Vescovo Petronio Francesco Gramigna , OFM Cap. † Vescovo di Allahabad • Vescovo Fabien Antoine Eestermans OFM Cap. † Vescovo di Lahore Lineage Episcopale / Successione Apostolica: o Arcivescovo Carlo Giuseppe Gentili , OFM Cap. † Arcivescovo di Agra  

Via Ragazzi del ‘99

Via Ragazzi del ‘99

Durante la prima guerra mondiale “ragazzi del '99” era la denominazione data ai coscritti negli elenchi di leva che nel 1917 compivano diciotto anni e che pertanto potevano essere impiegati sul campo di battaglia, quando la guerra si stava ormai protraendo da quasi due anni, dura e sanguinosa, fatta di trincee invivibili e assalti d’altri tempi contro le postazioni nemiche. Per bilanciare le numerose perdite lo Stato Maggiore chiamò alle armi 80.000 diciottenni della classe 1899. I primi ragazzi del ‘99 furono inviati al fronte solo nel novembre del 1917, nei giorni successivi alla battaglia di Caporetto, per riempire i vuoti d’organico. Il loro apporto unito all’esperienza dei veterani si dimostrò fondamentale per la vittoria finale. Nel successivo 1918 quei giovani combattenti furono co-protagonisti della riscossa con le due battaglie del Piave (giugno) e di Vittorio Veneto (fine ottobre). Non esistono dati certi sui soldati caduti sul campo di battaglia o decorati, ma il ricordo di questi giovanissimi combattenti sopravvive nella memoria popolare.  

VIA RICCI

VIA RICCI

Domenico Ricci, appuntato dei Carabinieri, Medaglia d'Oro al Valor Civile. Per 20 anni autista di fiducia dell’on. Moro. Nasce a San Paolo di Jesi, nel 1936 e muore a 42 anni a Roma, in Via Mario Fani il 16 Marzo 1978 durante l’attentato e il rapimento dell’onorevole Aldo Moro. Il 16 Marzo 1978 a Roma in Via Mario Fani, l’auto dell’On. Moro e quella della scorta vengono tamponate da due auto dalle quali scende una parte del commando terrorista, mentre altri sono in agguato sul posto. La banda è presumibilmente composta da 11 uomini e una donna, che massacrano la scorta e rapiscono il presidente. Cadono il maresciallo dei CC Oreste Leonardi, che è alla guida della Fiat 130 di Moro, la guardia di PS Raffaele Iozzino, l’appuntato dei CC Domenico Ricci, la guardia di PS Giulio Rivera e il vice-brigadiere di PS Francesco Zizzi.

Via Roma

Via Roma

Le origini di Recanati sono piuttosto incerte. Una tradizione antica la vuole fondata dagli abitanti della città romana di Helvia Recina (oggi Villa Potenza) distrutta dai Goti, i quali le avrebbero dato il nome di Recinetum. Roma è la capitale della Repubblica Italiana, nonché capoluogo dell'omonima città metropolitana e della regione Lazio. Per antonomasia, è definita l'Urbe, Caput Mundi e Città eterna. Fondata, secondo la tradizione, il 21 aprile 753 a.C. (sebbene scavi recenti nel Lapis Niger farebbero risalire la fondazione a 2 secoli prima), nel corso dei suoi tre millenni di storia è stata la prima grande metropoli dell'umanità, cuore di una delle più importanti civiltà antiche, che influenzò la società, la cultura, la lingua, la letteratura, l'arte, l'architettura, la filosofia, la religione, il diritto e i costumi dei secoli successivi. Luogo di origine della lingua latina, fu capitale dell'Impero romano, che estendeva il suo dominio su tutto il bacino del Mediterraneo e gran parte dell'Europa, dello Stato Pontificio, sottoposto al potere temporale dei papi, e del Regno d'Italia (dal 1871 al 1946). Roma, cuore della cristianità cattolica, è l'unica città al mondo a ospitare al proprio interno un intero Stato, l'enclave della Città del Vaticano: per tale motivo è spesso definita capitale di due Stati. Via Roma era Via San Vito dato che su di essa si affacciava la chiesa di San Vito, costruita su disegno del Vanvitelli, cambiò nome, con decreto del podestà quando nel 1936 il fascismo per celebrare la nascita dell’impero, impose a tutti i comune di intitolare una strada a Roma capitale del nuovo impero .

Via San Vicino

Via San Vicino

Il San Vicino è un monte dell'Appennino umbro-marchigiano situato lungo la linea di confine tra le province di Ancona e Macerata. Questa montagna ha una particolarità: vista da sud ha una forma a gobba di cammello, da nord assume un forma tricuspidale, e da est o ovest assomiglia a un vulcano spento. In alcune foto scattate in condizioni di particolare visibilità dalle coste della Croazia, il monte San Vicino è facilmente riconoscibile. Sulla cima del monte è posta una grande croce di ferro. Un tempo, il giorno di Pasquetta, gli abitanti dei paesi vicini erano soliti andare a fare un picnic con pizze pasquali e salumi sulla cima del monte. Da tempo immemorabile esiste un proverbio legato al San Vicino, che aiutava nella previsione del clima durante l'inverno. Esistono due versioni del proverbio. La prima recita: Se San Vicino si mette il cappello, vendi le capre e compra il mantello; se San Vicino si mette le brache, vendi il mantello e compra le capre. Il cappello e le brache (calzoni) sono le nuvole che vanno a coprire, rispettivamente, o la cima del monte o la sua base, lasciando la cima visibile; nel primo caso si prevede che pioverà, nel secondo che sarà bel tempo. Il Monte San Vicino domina solitario, con la sua caratteristica conformazione, una vasta porzione di territorio delle provincie di Macerata e Ancona comprendente numerosi centri abitati quali Matelica, Cerreto D’Esi, Apiro e in ultimo San Severino.  

Via Soprani

Via Soprani

Paolo Soprani, industriale realizzatore dell’industria italiana della fisarmonica moderna, nato a Recanati il 20 ottobre 1844 e deceduto a Castelfidardo il 20 febbraio 1918. Fu in seguito all'incontro di Paolo Soprani, figlio di un'umile famiglia di contadini di Castelfidardo, con un pellegrino diretto alla Santa Casa di Loreto che il giovane conobbe la fisarmonica, strumento inventato nel 1829 dal viennese Cyrill Demian. Dopo essersi procurato uno strumento, il giovane Paolo, incuriosito dal suo funzionamento, lo smonta e lo rimonta al fine di impararne il procedimento. Inizia così, nello scantinato di casa ed assieme ai suoi fratelli, una produzione propria di fisarmoniche che vende nei mercati delle città limitrofe. Di li a poco il lavoro crebbe, costringendo i Soprani a trasferirsi in Piazza Garibaldi nel centro della città, spostando l'azienda in locali più grandi ed assumendo sempre più operai. La ditta prese il nome dal suo primo fondatore, che iniziò a costruire fisarmoniche nel 1863. Fu sul finire del secolo che l'industria della fisarmonica vide una grande espansione anche in altri continenti, grazie soprattutto alla notevole emigrazione degli italiani nelle americhe. Sul finire del secolo Castelfidardo contava 13 aziende produttrici di fisarmoniche, alcune delle quali fondate dai fratelli di Paolo che nel frattempo si erano messi in proprio. La sola Paolo Soprani, con l'aiuto dei figli Luigi ed Achille, contava 400 dipendenti. Nel 1900 la Paolo Soprani partecipò alla fiera di Parigi dove Paolo divenne membro onorario della Accademia degli Inventori di Bruxelles e Parigi. Paolo Soprani morì il 20 febbraio 1918, all'età di 73 anni, lasciando la ditta ai figli, che continuarono la produzione.  

Via Sorgoni

Via Sorgoni

ANGELO SORGONI Maestro elementare, socialista recanatese. Studia a Osimo e a Macerata e nel 1898 ottiene la licenza ginnasiale a Recanati. Avviato alla politica dal deputato socialista Nicola Badaloni, nello stesso anno si iscrive al Psi e si trasferisce a Roma per tre anni. Qui conosce alcuni dei massimi dirigenti del partito. Tra il 1905 e il 1907 inizia a insegnare a Medicina e a Molinella, grazie all'aiuto del sindaco di questo paese, Giuseppe Massarenti. Nel 1907 insegna ad Ancona e nel contempo organizza in leghe le filandaie, i muratori, i calzolai, i falegnami. Nel 1908 fonda la camera del lavoro a Recanati, quale sezione di quella di Macerata, e viene nominato segretario della sezione socialista di Ancona. Nel 1911 diventa segretario provinciale del Psi. Ed entra a far parte del consiglio nazionale del partito. Nel 1912 entra nel direttivo della Cdl di Ancona. Si batte soprattutto nel settore dei maestri ed è uno dei creatori della Federazione magistrale della provincia di Ancona, di cui diviene presidente. Corrispondente dell'Avanti, continua a guidare le lotte operaie, compie attività antimilitarista e partecipa alla "settimana rossa". Il 28 gennaio del 1919 diventa segretario della Cdl di Ancona. Tra le prime iniziative vi è quella della riattivazione del cantiere navale di Ancona. Grazie alle firme sue e di Bocconi si ottiene un prestito della Cassa di risparmio che permette ai lavoratori di gestire direttamente la ripresa. A maggio prende parte al congresso regionale delle operaie setaiuole a Jesi. Ai primi di luglio, durante i moti per il caro viveri, nonostante il ruolo di pacificazione e di mediazione svolto dalla cdl, S. viene arrestato e tenuto per due giorni in carcere. L'anno dopo è anche ispettore marchigiano della Federterra e dirige il giornale recanatese Falce e martello. Ma nel sostenere le lotte dei contadini viene a scontrarsi con le leghe bianche e con Plinio Canonici, esprimendo sentimenti e idee fortemente anticlericali. Alla fine del 1920 lasca la guida della Cdl, anche per le accuse di "mandarinismo" da parte dei repubblicani, che lo accusano di percepire stipendi troppo alti. Partecipa al congresso di Livorno del Psi e si schiera con Serrati e gli "unitari", disapprovando la scissione comunista. In un articolo su La lotta di Fermo (26-12-1920) inneggia all'autonomia dei vari partiti operai nazionali. Resta comunque legato al suo successore nella guida della Cdl di Ancona, Zingaretti, nonostante un momento di rottura, allorché appoggia la scissione di Bocconi e la nascita di una Cdl alternativa. Sempre nell'ambito dello scontro tra socialisti e comunisti, nel marzo del 1922, anno terribile, viene a scontrarsi con Guido Molinelli all'interno della Cdl di Macerata, con un totale e definitivo indebolimento della stessa di fronte alla violenza antioperaia. Nello stesso anno, durante l'occupazione fascista di Ancona, gli squadristi gli devastano la casa. Di conseguenza si trasferisce di nuovo a Recanati. Nel 1926 viene sospeso dall'insegnamento e, dopo una breve permanenza nella carceri di Macerata e di Ancona, viene inviato al confino nelle isole Tremiti.. L'anno successivo viene trasferito a Ustica, dove conosce Ferruccio Parri, Carlo Rosselli, Amadeo Bordiga, Giuseppe Scalarini (che lascia di lui una caricatura) e altri. Viene liberato condizionalmente nell'ottobre dello stesso anno. Nel 1931 è nuovamente arrestato e denunciato al tribunale speciale per aver diffuso pubblicistica antifascista. Poi si ritira a vita privata fino alla guerra. Nel 1942, ritornato in contatto con Zingaretti, si iscrive al Pci rinnegando - come afferma nelle memorie - il passato socialista, localmente identificato con il "bocconismo", e ammettendo di non aver compreso che la rivoluzione russa non era un fenomeno passeggero, come aveva creduto fino ad allora, bensì "forte, trascinante, stabile". Nel 1944 è il primo sindaco di Recanati dopo la liberazione. Dal 1946 al 1951 è consigliere comunale ad Ancona e per un breve periodo assessore alla pubblica istruzione. Nel 1950 rimette in piedi il sindacato pensionati della Cgil.

Via Stortoni

Via Stortoni

Remo Stortoni, eclettico poeta dialettale recanatese, fotografo e compositore di musica legato a grandi personaggi come B. Gigli, U. Giordano e molti altri. Ha documentato con le sue fotografie tutti gli avvenimenti che si sono succeduti a Recanati dal 1915 al 1965. Da artista colorava a mano le foto in bianco e nero, precorrendo la futura stampa a colori. Come poeta dialettale ha presentato, nelle sue poesie, la realtà recanatese ed ha simpaticamente descritto, talvolta in maniera anche ironica, alcuni personaggi di Recanati. Una delle sue opere è “Pueta a braccio” Urbino – STEU Testo Monografico Anno di pubblicazione: 1969  

VIA TORTORA ENZO

VIA TORTORA ENZO

Antonio Doria cittadino onorario di Recanati e fondatore del circolo culturale e musicale di Monfalcone dedicato a B.Gigli. nel 1980, allestì una mostra sul tenore B.Gigli e chiese, tramite la Pro Loco cittadina, la partecipazione alla trasmissione “Portobello” di Enzo Tortora alla ricerca di reperti e cimeli gigliani. Enzo Claudio Marcello Tortora (30 novembre 1928, Genova - 18 maggio 1988, Milano) è stato un conduttore televisivo, giornalista e politico italiano. Il suo nome è ricordato anche per un caso di malagiustizia di cui fu vittima e che fu poi denominato "caso Tortora". Il 17 giugno 1983, sulla base delle accuse di un pentito della camorra, viene arrestato. Inizia per lui un calvario che lo porterà ad impegnarsi per la difesa dei diritti umani. Entra anche in politica: un anno dopo l'arresto è europarlamentare nelle liste dei Radicali. Il 20 febbraio 1987 la Corte di Cassazione lo assolve, al termine di un lungo e travagliato iter processuale  

Via Tre colli

Via Tre colli

Monte Volpino, Monte San Vito e Monte Morello sono i tre colli di Recanati la cui unione ha permesso la formazione della città recanatese.  

Via Trecenta

Via Trecenta

Trecenta (Tresenta in veneto, Tarsenta in dialetto ferrarese) è un comune italiano di circa 2.994 abitanti della provincia di Rovigo, in Veneto, situato ad ovest del capoluogo. Trecenta risale ai tempi dei Romani, che nel 163 a.C. la strapparono agli Etruschi per stabilirvi, con nome di Annejanum, un accampamento militare a 130 (Centum Triginta) miglia romane da Rimini. Dal 1208 al 1799 fu dominata dagli Este e poi dalla Chiesa; Dopo il congresso di Vienna del 1815 nel paese sorse una sottovendita della Carboneria, con ritrovo presso Villa Trebbi. Nel 1866 Trecenta entrò nel Regno d'Italia. Nel 1878 fu chiamato dall'Amministrazione Comunale il medico recanatese Nicola Badaloni che tanto si adoperò per il riscatto dei braccianti, soprattutto dopo l'alluvione dell'Adige del 1882. Dopo l'alluvione del 1882 seguì un flusso migratorio verso il Sudamerica. La storia si ripeté nel 1951 quando, dopo l'alluvione del Po del 14 novembre 1951, il paese vide via via ridursi gli abitanti a meno di 3000.  

Via Trento

Via Trento

Il Concilio di Trento fu la risposta della Chiesa Cattolica alla riforma protestante di Martin Lutero. Per rispondere ad un simile compito era indispensabile convocare un concilio ecumenico, ossia un assemblea dei vescovi di tutte le terre cattoliche. Esso venne convocato il 13 dicembre 1545 da Papa Paolo III a Trento perché era una città indipendente da Roma e appartenente all’ impero tedesco per far capire che si voleva trovare un compromesso con i protestanti. Nel 1548 a causa della minaccia di peste a Trento, il concilio fu trasferito a Bologna dove venne sospeso da Papa Paolo III nel 1549. Nel 1551 Papa Giulio II lo riaprì di nuovo a Trento ma verrà interrotto nel 1552 a causa delle guerre che vedevano coinvolte le truppe imperiali e i principi protestanti. La sua fase conclusiva andò dal 1555 al 1563. Il Concilio di Trento fu convocato alla presenza di 25 vescovi e 5 superiori generali di Ordini religiosi, tra cui il recanatese Filippo Riccabella che intervenne nella prima fase del Concilio, nel 1547, come vescovo di Macerata, poi quando alla morte del Vescovo di Recanati Paolo De Cuppis , subentrò al suo posto, come Vescovo di Recanati fino al 1553. Riccabella cedette il suo posto a Girolamo Melchiorri che intervenne al Concilio come Vescovo di Macerata.  

Via Trieste

Via Trieste

La questione giuliana o questione triestina si riferisce alla contesa dei territori della Venezia Giulia tra Italia e Jugoslavia nella parte finale della seconda guerra mondiale e durante il successivo dopoguerra. Trieste era stata occupata dalle truppe del Regno d'Italia il 3 novembre del 1918, al termine della prima guerra mondiale, e poi ufficialmente annessa all'Italia con la ratifica del Trattato di Rapallo del 1920, ma al termine della Seconda, che vide l'Italia sconfitta, ci furono le occupazioni militari da parte tedesca e poi jugoslava. In particolare, per questione triestina si intendono proprio il contenzioso tra l'Italia e la Jugoslavia sul possesso della città e delle aree limitrofe. il 7 ottobre 1954, con la cessazione dell'esistenza del Territorio Libero di Trieste e la suddivisione delle sue due zone – la Zona A, da Duino a Trieste, la Zona B, da Capodistria a Cittanova – rispettivamente tra Italia e (provvisoriamente) Jugoslavia. La ratifica della rinuncia italiana alla Zona B avvenne soltanto nel 1975, con l'ingiusto Trattato di Osimo. -(Osimo, «il trattato iniquo », il patto «firmato di nascosto» perché gli italiani non sapessero, «l’ultimo tradimento ai giuliani»... Sono passati esattamente 40 anni da quel 10 novembre 1975 quando a Osimo, cittadina in provincia di Ancona, in una villa privata, Italia e Jugoslavia siglavano – effettivamente di nascosto – il trattato con cui Roma rinunciava definitivamente alla cosiddetta zona B a sud di Trieste, ovvero all’ultima parte di Istria ancora non jugoslava. In fondo era un atto che confermava lo stato di fatto venutosi a realizzare dopo la Seconda guerra mondiale e sanciva quanto, in termini vaghi e apparentemente provvisori, aveva stabilito nel 1954 il Memorandum di Londra: zona A sotto l’Italia, zona B sotto la Jugoslavia. Ancora una volta vinceva la realpolitik, gli interessi e gli equilibri internazionali di nuovo passavano sulla testa degli italiani d’Istria. Nel 1975 erano trascorsi già 30 anni dall’ingresso cruento di Tito (1945) nelle regioni adriatiche d’Istria, Fiume e Dalmazia allora italiane, dalle tragedie delle foibe e quindi dall’esodo in massa. Due anni dopo, nel 1947, il Trattato di Pace aveva ceduto gran parte di quelle terre alla Jugoslavia e in teoria creato un Territorio libero di Trieste ( Tlt) che arrivava fin giù a Cittanova (oggi Slovenia e Croazia). Nel passaggio successivo, il Memorandum di Londra del 1954 creava l’ambiguità, affidando alla Repubblica socialista federativa di Jugoslavia solo l’“amministrazione civile” della zona B, senza mai parlare di sovranità, e lo stesso fece con la zona A all’Italia. La foiba di Basovizza è un inghiottitoio che si trova in località Basovizza, nel comune di Trieste, nella zona nord-est dell'altopiano del Carso a 377 metri di altitudine. In questa foiba furono gettati numerosi italiani trucidati dai partigiani jugoslavi; a ricordo di tutte le vittime degli eccidi del 1943 e 1945 è stato collocato un monumento nei pressi di questo luogo. Nel 1992 il presidente delle Repubblica Italiana Oscar Luigi Scalfaro ha dichiarato il pozzo monumento nazionale.  

Via U. Magrini

Via U. Magrini

Educatore. Nato a Recanati, laureato presso l’Università Cattolica di Milano in Lettere Moderne con il massimo dei voti l’8 novembre 1939. Il professore di lettere, Umberto Magrini è stato, dalla metà degli anni ’60, preside all’ Istituto Magistrale di Senigallia , poi trasferito al Liceo Classico di Recanati dopo averci insegnato precedentemente, italiano e latino. Molto amato dagli allievi, sia per le sue doti umane, sia per le iniziative culturali di cui fu promotore e che contribuirono a fare della scuola un punto di riferimento e un fattore di stimolo per la crescita del territorio. Dal 20 novembre 1944 al 9 dicembre 1945, fu nominato sindaco di Recanati su proposta del Comitato di liberazione nazionale. Ebbe un intensa attività in campo culturale, si adoperò nella ricostruzione dell’ Associazione dei Diseguali e presiedette la commissione letteraria per le celebrazioni centenarie di Monaldo Leopardi nel 1946. Socialista, partecipò attivamente alla vita amministrativa del Comune di Recanati per molti anni. Nel 1947 fondò il “ Focaraccio” un opuscolo per l’informazione locale, dove i cittadini potevano intervenire e collaborare. Si impegnò nello sviluppo della biblioteca del liceo e il riconoscimento dell’istituto musicale B. Gigli. Collaborò con la rivista il “Casanostra”. Un importante saggio di Magrini è dedicato a Antonio Vinciguerra recanatese, poeta satirico del XV secolo, divenuto anche storico veneziano e dell’ Istria. Un merito notevole, questo se si pensa agli studi successivi che hanno interessato anche l’Università europea di Firenze su Vinciguerra. Da menzionare infine le poesie di Magrini in parte raccolte in un prezioso libretto e le traduzioni dai lirici greci, in versi agili ed eleganti che egli compose negli anni della sua giovinezza e pubblicò sul “Casanostra”Morì nel 1992.  

Via Ugo La Malfa

Via Ugo La Malfa

(Palermo, 16 maggio 1903 – Roma, 26 marzo 1979) è stato un politico italiano. Nasce da Vincenzo e Filomena Imbornone. Il padre è un maresciallo di pubblica sicurezza; la madre proviene da una famiglia benestante decaduta. Nonostante le ristrettezze economiche, Filomena impartisce a Ugo e ai suoi fratelli un'educazione borghese tradizionale, non priva di qualche lusso, come ad esempio le lezioni di pianoforte l’iscrizione all’università. Studioso di economia e di finanza, fu redattore dell'Enciclopedia Italiana. Antifascista, fu tra i fondatori del Partito d'azione (1942) di cui divenne rappresentante, quindi, alla scissione di quello nel 1946 fu eletto all'Assemblea Costituente nelle file della Concentrazione Democratica Repubblicana, da lui fondata con lo stesso Parri, portò il partito a confluire nel Partito Repubblicano Italiano nel medesimo anno. Consultore nazionale e deputato alla Costituente e nelle successive legislature repubblicane, fu ministro dei Trasporti (1945) e poi del Commercio estero nel primo (1945-46), sesto (1950-51) e settimo (1951-53) gabinetto De Gasperi, attuando una politica di liberalizzazione degli scambi. Direttore della Voce repubblicana dal 1959, si batté per un intervento equilibratore e competitivo dell'iniziativa pubblica nella vita economica, per lo sviluppo della scuola laica, per la difesa dei diritti di libertà e per lo sviluppo del Mezzogiorno. Ministro del Bilancio nel quarto gabinetto Fanfani (1962-63), fu eletto segretario del Partito repubblicano nell'aprile 1965 e come tale sostenne l'opportunità di una coalizione di centro-sinistra. Confermato segretario del partito nel 1968 e nel 1971, continuò a svolgere un'efficace azione critica verso le varie riforme (universitaria, sanitaria, tributaria) dei governi Rumor e Colombo, specie in relazione alla congiuntura economica. Abbandonata la carica di segretario politico per assumere quella di presidente del partito (1975), fu ministro del Tesoro nel quarto gabinetto Rumor (1973-74) e vicepresidente del Consiglio nel quarto governo Moro (1974-76). Vivace sostenitore di una politica antinflazionistica fondata sul controllo del costo del lavoro e della spesa pubblica, negli anni successivi appoggiò l'ingresso del PCI nella maggioranza governativa. OpereTra le sue opere: La politica economica in Italia: 1946-1962 (1962), La Caporetto economica (1974), L'altra Italia (1976), Intervista sul non governo (a cura di A. Ronchey, 1977).  

Via Urbani

Via Urbani

Fu la prima persona ad identificare e classificare la SARS (Sindrome Respiratoria Acuta Grave) o polmonite atipica, la malattia al centro dell'epidemia esplosa in Estremo Oriente tra il 2002 e il 2003 provocando 775 vittime accertate Si laurea in Medicina nel 1981 presso l'Università di Ancona e consegue la specializzazione in malattie infettive e tropicali presso l'Università di Messina. Successivamente si qualifica in un master di parassitologia tropicale. Lavora nell'Istituto di malattie infettive di Ancona fino al 1985 e dal 1986 al 1989 dirige il proprio ambulatorio di Castelplanio. Nel 1993 diviene consulente dell'Organizzazione mondiale della sanità. Nel 1996 entra a far parte dell'Organizzazione non governativa Medici senza frontiere e a cavallo tra il 1996 ed il 1997 coordina il suo primo progetto con Medici senza frontiere in Cambogia. Nel 1999 diviene presidente della sezione italiana di Medici senza frontiere e in tale ruolo nello stesso anno ritira il Premio Nobel per la pace a Oslo. Il 28 febbraio 2003 viene ricoverato presso l'ospedale di Hanoi Johnny Chen, un uomo d'affari americano colpito da una polmonite atipica. Carlo Urbani viene immediatamente contattato dall'ospedale e subito vi si reca. Il medico, a differenza del resto dello staff presente, capisce di trovarsi di fronte a una nuova malattia e che la situazione è critica. Lancia dunque l'allarme al governo e all'Organizzazione mondiale della sanità, riuscendo a convincere le autorità locali ad adottare misure di quarantena. Ma l'11 marzo 2003, durante un volo da Hanoi a Bangkok, Urbani si sente febbricitante e scopre di avere contratto il morbo: all'atterraggio chiede quindi di essere immediatamente ricoverato e messo in quarantena. Fino alla fine si dimostra sempre dedito alla salute altrui: ai medici accorsi dalla Germania e dall'Australia dice di prelevare i tessuti dei suoi polmoni, per analizzarli e utilizzarli per la ricerca. Muore il 29 marzo 2003, dopo 19 giorni di isolamento, lasciando la moglie Giuliana Chiorrini e i tre figli: Tommaso, Luca e Maddalena. Grazie alla prontezza di Urbani, lui e altri quattro operatori sanitari furono gli unici decessi per SARS osservati in tutto il Vietnam, che fu il primo paese del sud est asiatico a dichiarare che la SARS era stata debellata. L'intervento immediato e mirato di Urbani permise di salvare migliaia di vite. Secondo l'OMS il metodo anti-pandemie da lui realizzato nel 2003 rappresenta, ancora oggi, un protocollo internazionale per combattere questo tipo di malattie  

Via Valdice

Via Valdice

Valdice è una contrada del versante marino –collinare del territorio di Recanati. Le valli di cerri e di elci sono chiamate Valdicerro, Vallis Cerri e Valdice corrotto in Valdelci, Vallis Ilicis o Vallis Iliciorum. Anche nella contrada Valdice, sono state rinvenute tombe romane, resti architettonici e fondazioni di abitazioni.  

Via Vallememoria

Via Vallememoria

Contrada Vallememoria fa parte del comune di Recanati, in provincia di Macerata, nella regione Marche. La frazione o località di Vallememoria dista 3,02 chilometri dal medesimo comune di Recanati di cui essa fa parte, è la valle sulla sinistra del Potenza confinante o territorio di Ricina. Le nostre contrade conservano la denominazione tramandata dal Cristianesimo fin dall’ antichità. Il nome "Valle Memoria" o Fonte Memoria; Vallis Memoriae o Fons Memoriae sta ad indicare le sepolture dei primi martiri cristiani in modo che venissero sempre ricordate e venerate.  

Via Vincenzo Spezioli

Via Vincenzo Spezioli

29 giugno 1898. Guida di Recanati, compilata da e pubblicata dal Comitato esecutivo per le onoranze centenarie a Giacomo Leopardi. Recanati, Tipografia di R. Simboli, 1898. autore della famosa “Guida di Recanati” pubblicata dalla Tipografia Simboli nel 1898, anno del primo centenario della nascita di Leopardi, intimo della famiglia aristocratica dei Leopardi a Recanati, tanto da venir citato dallo stesso poeta Giacomo, nei suoi "Ricordi d'infanzia": "Canto dopo le feste, Agnelli sul cielo della stanza, Suono delle navi, Gentiloni (otium est pater ec.), Spezioli (chierico), dettomi da mio padre ch'io dovea essere un Dottore (...)"  

VIA VINCIGUERRA

VIA VINCIGUERRA

VINCIGUERRA, Antonio. - Uomo politico e letterato nato a Venezia, di famiglia originaria di Recanati, tra il 1440 e il 1446, morto nel Padovano il 9 dicembre 1502. Nel 1458 donzello del Maggior Consiglio, nel '59 notaio della Cancelleria, quindi adoperato in varie ambascerie come cancelliere e in missioni diplomatiche dirette; fra le quali importantissima quella di Veglia del 1480-81, per la quale gli Ungheresi, che s'erano impossessati dell'isola dopo cessata la tirannia di G. Frangipane, la lasciarono, e l'isola, con nuovo reggimento studiato dal V., "gratissimus illis populis", tornò al diretto dominio veneto. Fu scolaro, poi amico di G. Caldiera, di cui diffuse il platonismo ficininiano nell'averroista Venezia; fu in consuetudine con Bernardo Bembo e in relazione coi migliori umanisti. Scrisse un Canzoniere, perduto, ma che da due liriche rimaste può giudicarsi giovanile e petrarchesco. Sotto l'influenza del Sommariva, traduttore di Giovenale, il V. s'esercitò tra i primi in Italia in lunghe satire moraleggianti (se ne conoscono 10), imitate in terza rima da testi latini cristiani, dai Trionfi del Petrarca, da Dante, dai satirici antichi, con lingua ispida di latinismi e dialettismi. Nel 1501 dedicò al doge Leonardo Loredan l'operetta De Principe (esistente, nell'originale, fino al 1816, poi perduta), composta di quattro capitoli in terza rima.  

Via Volponi

Via Volponi

Atlantico Volponi nasce ad Ancona il 13 febbraio 1909 e giovanissimo apprende il mestiere di“ battilamiera” per la creazione ed il restauro delle carrozzerie delle automobili. Nell’ anno 1929-30 viene chiamato a Recanati per la prima realizzazione manuale della furgonatura per un carro funebre di prima classe, commissionata dall’ Amministrazione Comunale. Da allora interpreterà questa professione con originalità e nuovi interventi meccanico artigianali. Ha sempre svolto il suo lavoro con dedizione e prestigio insegnandola a tutte le generazioni future, sino al ritiro avvenuto nel 1981. Nell’ anno 1991 gli viene concesso il prestigioso riconoscimento di Cavaliere dell’ ordine al Merito della Repubblica.  

Via Vuoli

Via Vuoli

Romeo Vuoli (1885-1959) Nacque a Recanati il 26 Ottobre 1885 da Pasquale e da Elvira Buratti. Compiuti in patria gli studi liceali, segue a Roma i corsi universitari della Facoltà di Legge e poi di Filosofia. Ordinario di diritto amministrativo nell’ Università Cattolica di Milano. Presidente della Deputazione di Storia Patria per le Marche e Commissario Governativo del Centro Nazionale di Studi Leopardiani. Ha curato la pubblicazione degli Annali di Recanati di Monaldo Leopardi.  

Via XVIII Settembre

Via XX Settembre

Via XX Settembre

Festa della Liberazione della capitale, Roma, e Unificazione Nazionale (1870); abolita dal Fascismo Data storicamente laica e liberale. Il 20 settembre 1870 i Bersaglieri entrarono in Roma attraverso una breccia a Porta Pia ponendo fine allo Stato della Chiesa. La presa di Roma, nota anche come Breccia di Porta Pia, non fu soltanto l'episodio del Risorgimento che sancì l'annessione di Roma al Regno d'Italia, di cui sarebbe divenuta capitale l'anno seguente e che decretò la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale dei Papi. Si trattò di un'operazione di conquista militare voluta dalla banca Rotshild e dalla massoneria inglese, il cui carattere anticattolico trasuda da ogni episodio Il 20 settembre del 1870 i Bersaglieri del Regno d’Italia entravano a Roma invadendo lo stato pontificio. Giungeva cosi a compimento una delle pagine più buie del più vergognoso “risorgimento” italiano.

Via Zara

Via Zara

Zara è una città della Dalmazia croata, che si affaccia sul mar Adriatico e che conta 75 082 abitanti; è la capitale storica della Dalmazia, pur essendo stata da tempo superata da Spalato per numero di abitanti.Per secoli fu una delle città più importanti della Repubblica di Venezia, di cui fece parte fino alla sua caduta. Dopo una breve parentesi napoleonica fu dominata dagli austriaci fino ai primi del Novecento, divenendo capitale del Regno di Dalmazia. In seguito alla prima guerra mondiale la città divenne un'exclave italiana, capoluogo della provincia di Zara, circondata dalla Dalmazia jugoslava. Nel corso della seconda guerra mondiale fu gravemente colpita dai bombardamenti aerei e, in seguito al trattato di pace del 1947, fu ufficialmente annessa alla Jugoslavia. Dal 1991, dissoltasi la repubblica jugoslava, fa parte della Croazia ed è oggi il capoluogo della regione zaratina, sede universitaria ed arcivescovile. Fino al 1947 la componente di lingua e cultura italiana costituiva la maggioranza della popolazione, ma la gran parte di essa abbandonò la città in seguito ai bombardamenti alleati durante la seconda guerra mondiale e successivamente per la persecuzione etnica e politica. Oggi sopravvive in città solo una piccola minoranza italofona[4], riunita nella locale Comunità degli Italiani. oggetto nel corso dei secoli di distruzioni, saccheggiamenti e devastazioni ma ogni volta è riuscita a risorgere dalle sue rovine, diventando così sempre più ricca, forte ed affascinante. Le prime testimonianze storiche su Zara risalgono al IV secolo a.C. quando la città era una colonia dell’antica tribù illirica dei Liburni. In quell’epoca era conosciuta con il nome di Jader e nel corso dei secoli questo cambiò più volte da Idassa (di origine greca) a Jadera (di origine romana), da Diadora a Zara (durante il governo veneziano e italiano), fino a arrivare all’odierna Zadar. Dal 59 a.C. Zara diventa un municipio romano, mentre nel 48 a.C. una colonia i cui abitanti ottengono il grado di cittadini ro-mani. E’ durante il periodo romano che Zara acquisisce la tipica conformazione urbana: viene infatti dotata di una rete stradale, una piazza centrale – il foro, accanto al quale si trovava il campidoglio elevato con un tempio. Nel VII secolo Zara diventa la capitale della provincia bizantina della Dalmazia e all’inizio del IX secolo la città divenne la sede del vescovo Donato e del capo bizantino Paulus. A quell’epoca fu eretta sul foro ro¬mano la chiesa della Santa Trinità, conosciuta oggi con il nome di San Donato e odierno simbolo della città. Nel X secolo ebbe luogo una grande colonizzazione della città da parte dei croati. Risalgono a quel periodo la chiesa romanica di Santa Maria nonché la chiesa di San Grisogono e la cattedrale di Santa Anastasia. Nel 1202 la città venne dapprima bruciata e poi conquistata sia dai crociati e che dai veneziani. In Dalmazia vennero costruite successivamente le prime chiese in stile gotico come San Francesco e San Domenico mentre tra i tesori dell’epoca occorre menzionare l’arca in argento dorato di San Simeone. I secoli XV e XVI sono stati invece caratterizzati dalle pubblicazioni in lingua croata degli scrittori nazionali Petar Zoranić, Brne Krnarutić, Šime Budinić, Jerolim Vidulić ...Dopo il periodo veneziano la città viene governata dagli Austriaci (1797) ai quali seguì il dominio francese (dal 1806 al 1813). Dopo un breve periodo di governo fran¬cese, Zara venne di nuovo sottomessa al governo austriaco che sarebbe durato fino al 1918. Con il Trattato di Rapallo Zara passò sotto il governo italiano mentre solo dopo la Seconda Guerra Mondiale fu annessa alla Croazia (come repubblica socialista federativa di Jugoslavia). Nel 1991 la Croazia dichiara la sua indipendenza dalla Jugoslavia e Zara diventa una città della nuova Repubblica di Croazia.Oggi la città di Zara è una città monumento, la cui forma odierna è il risultato dei diversi periodi storici e culturali attraversati dalla città. Sia oggi che nel corso della sua tormentata storia la città di Zara è sempre stata protetta dai suoi quattro patroni: San Grisogono, San Simeone, Santa Anastasia e San Zoilo.  

Viale Adriatico

Viale Adriatico

Il mare Adriatico è l'articolazione del mar Mediterraneo situata tra la penisola italiana e la penisola balcanica. Bagna sei Paesi: Italia, Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro e Albania. È lungo circa 800 km e largo mediamente 150 km, ricoprendo una superficie di 132 000 km². La profondità in talune zone raggiunge i 300 m nella parte settentrionale (inferiore a quella dei tre grandi laghi prealpini) e raggiunge i 1 222 m più a sud, lungo la direttrice da Bari alle bocche di Cattaro. La salinità media è del 3,8%, con forti differenze tra il nord, meno salino, e il sud. Il mare è presente nell’opera leopardiana. Leopardi si riferiva al Mare Adriatico, il quale ammirava dalla sua casa. La localizzazione è precisa: Leopardi dichiara di essere a Recanati e di volgere lo sguardo, da lì, al mare lontano, che non può essere altro che il mare di Porto Recanati. Fra gli anni 1809 e 1815, dall’undicesimo al diciassettesimo della sua vita, il mare di Leopardi è popolato di mostri e ricco di miti e leggende. Cioè, di fole. Di spiriti e fantasie che rispunteranno, a tratti, anche in età matura. Nel Leopardi dell’infanzia e dell’adolesenza i riferimenti più frequenti si trovano nella “Storia dell’astronomia” e nel “Saggio sopra gli errori popolari degli antichi”. Leopardi accenna, in più occasioni, alla curiosa convinzione circa lo spegnersi, la sera, del sole sfrigolante nel mare osservando che questo era uno dei sogni che denotavano un’Astronomia bambina, sorride sulla credenza in mari e fiumi come quelli terrestri esistenti sulla Luna e deride benevolmente le varie scuole di pensiero relative alla “fame” degli astri, che sarebbe spesso soddisfatta nel mare e dal mare. Sulla fantasia del sole, e anche di altri corpi celesti, che di notte trovano rifugio nelle profondità degli oceani, Leopardi torna nel “Saggio sopra gli errori popolari degli antichi”, per ironizzare sulla volgare opinione degli antichi piuttosto certi che il sole, al suo tramontare, anelante per il caldo, andava a rinfrescarsi nell’acqua del mare. Il poeta non smette di fare riferimento alle leggende e ai miti e agli esseri divini o semi divini del mare nelle opere della prima e poi della piena maturità intellettuale. L’approccio, certo, è diverso. Adesso il quadro nel quale appaiono le creature del sogno è quello della presa di coscienza del solido nulla e del male che ci circondano. Negli stessi anni nei quali la fantasia cavalca i tritoni e lascia quasi sentire lo stridìo delle acque mentre il sole si immerge nell’oceano, il precocissimo adolescente non trascura di avvicinarsi al mare con interesse scientifico. Si tratterà di una conoscenza in gran parte “letta”, basata per la quasi totalità su quanto ha appreso dai libri o su quanto ha, forse, inteso da qualcuno che con il mare aveva avuto direttamente a che fare. L’argomento che più sembra interessare Leopardi è il flusso e riflusso delle onde marine. Ciò che però lo ha affascinato di più è lo spettacolo del mare in tempesta, manifestazione di potenza incontenibile e cieca, nata nel mistero profondo degli abissi. Molti i riferimenti, a cominciare dalla primissima produzione letteraria. Vale la pena di ritenere l’immagine delle onde spumanti, la bianca schiuma che orna la cresta dell’onda mostruosa, perché sarà di rado assente dai quadri leopardiani del mare in collera. Il quale suscita un sentimento di paura mista ad ammirazione per la forza immane della natura scatenata; qui il mare ritrova la varietà richiesta da Leopardi al soggetto poetico, è spettacolo non uniforme, dinamico, coinvolgente. Ma il mare possiede una forza propria di fascinazione, giusto in virtù della sua smisuratezza, alla quale non è facile per nessuno di sottrarsi. Né lo è stato per Leopardi che, anzi, ne ha saputo sfruttare con pienezza il richiamo poetico. IL LONTANO MAR Peraltro il mare di Leopardi è spesso “lontano”, lontano dai suoi occhi, indeterminato, vago. L’elemento della lontananza prende spessore nella produzione del Leopardi dopo l’adolescenza. Sono squarci di mare colti dal poeta che li osserva dall’alto del colle, che l’Adriatico sia scosso dall’urlo del vento o immobile nella piatta luminosità del mattino.  

Viale Colle dell’Infinito

Viale Colle dell’Infinito

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.” Il colle, celebrato nell’idillio di Giacomo Leopardi, era meta delle passeggiate dell’omonimo poeta, che vi accedeva direttamente dal giardino della sua casa, passando attraverso l’orto del convento di Santo Stefano e lì usava soffermarsi per godere lo splendido e vasto panorama dal Monte Tabor al mare Adriatico.  

Viale Dalmazia

Viale Dalmazia

Dalmazia Regione costiera della Penisola Balcanica sull’Adriatico, oggi divisa tra diverse repubbliche della ex Iugoslavia. Occupazione italiana 1941. Nel corso della guerra 1941-1945, in conseguenza dello smembramento dello stato iugoslavo, l'Italia aveva occupato e annesso una parte del litorale dalmata. Col patto del 18 maggio 1941 vennero regolati i confini fra la Croazia ed i territorî italiani della Dalmazia. Esso riconosceva come facenti parte dell'Italia i distretti di Castua, Sušak, Čabar ed una parte di quello di Delnice (che vennero aggregati alla prov. del Carnaro), nonché le isola di Veglia, Arbe e quelle dell'arcipelago zaratino. La Dalmazia italiana si estendeva su 5242 kmq e contava (1931) 322.712 ab. Fra il 1941 e il 1943 l’Italia fascista, grazie all’annessione diretta della Dalmazia e di parte della Slovenia, all’unione del Kosovo e della Macedonia nord-occidentale all’Albania, e alla creazione di una sfera di influenza in Croazia e Montenegro, fu protagonista indiscussa delle terribili lotte politiche e militari che sconvolsero i Balcani occidentali. Per oltre due anni decine di migliaia di soldati e ufficiali, insieme a una folta schiera di diplomatici, funzionari e tecnici di vario genere, furono presenti nei territori iugoslavi, divenendo al tempo stesso protagonisti e testimoni della guerra nell’ex Iugoslavia, un dramma di proporzioni immani, che avrebbe impresso ferite mai del tutto rimarginate agli slavi meridionali e ai loro vicini, e che avrebbe inoltre portato alla soppressione di gran parte dell’italianità adriatica orientale.

Viale della Ginestra

Viale della Ginestra

La ginestra o Il fiore del deserto è la penultima lirica di Giacomo Leopardi, scritta nella primavera del 1836 a Torre del Greco nella villa Ferrigni e pubblicata postuma nell'edizione dei Canti nel 1845. Il poema conclude (insieme a Il tramonto della luna) il suo complesso percorso poetico, tanto da essere considerato il testamento spirituale di Leopardi. Esso fa parte di quella che è stata definita dalla critica più recente la poetica anti-idillica dell'ultimo periodo leopardiano. Canzone libera di sette strofe di endecasillabi e settenari, dove ogni strofa viene chiusa da un endecasillabo, con qualche rima nel mezzo e in fine di verso. Sotto il titolo il poeta riporta una citazione evangelica che, come commenta Carlo Salinari, "ha valore ironico contro lo spiritualismo e il vacuo ottimismo". A parere della critica è tra i più complessi dei canti leopardiani, L. vuole trasmettere un messaggio di solidarietà umana e, al di là del suo pessimismo, volgere lo sguardo verso l'avvenire. L. inizia la poesia con la descrizione di un paesaggio desolato, quello del Vesuvio, rallegrato solamente dall'"odorata ginestra " e contempla in modo doloroso la potenza di un fenomeno della natura come l'eruzione di un vulcano, ne analizza tutti gli effetti di distruzione confermando la precarietà della condizione umana ma anche, come scrive Alberto Asor Rosa, affermando " con estrema forza il valore morale di un comportamento che non s'illude di trovare a questa infelicità un risarcimento spirituale ma nella resistenza disillusa e pur fiera alle avversità della natura crede di assolvere al compito naturale assegnato alla ragione dell'uomo e su questa matura consapevolezza, senza speranza alcuna ma anche senza vigliaccheria, fonda il rapporto uomo-natura, che è ormai un rapporto antagonistico e agonistico, di lotta reciproca e senza cedimenti. Non solo: la individuazione della natura come nemica fondamentale di tutti gli uomini porta persino a intravedere la possibilità che quella resistenza sia comune, cioè comporti un'idea di 'confederazione' fra gli uomini". Il paesaggio descritto da Leopardi in questa lirica colpisce per lo scheletrico squallore e per la solitudine: il deserto non è rallegrato da alcuna pianta e da alcun fiore ad eccezione dell'odorosa ginestra, che cresce persino nelle zone desertiche spargendo qua e là i propri cespi. Il poeta ricorda di aver visto la ginestra abbellire con i suoi steli le campagne nei dintorni di Roma, città che fu "donna de' mortali un tempo" (ovvero dominatrice dei popoli); ora i cespi, con il loro aspetto cupo e silenzioso testimoniano al visitatore la gloria dell'antico, e per sempre tramontato, impero romano. Come nei dintorni di Roma, così anche sul suolo vulcanico la ginestra si rivela agli occhi del poeta fiore innamorato dei luoghi tristi e abbandonati dagli uomini, comportandosi come una compagna fedele di sorti infelici. I luoghi nei quali cresce il fiore gentile (gentile perché disposto ad abbellire con la sua presenza posti così solitari) sono tutti cosparsi di cenere infeconda, al contrario di un tempo, nel quale i campi erano fertili e ricchi di pascoli e dove sorgevano giardini e palazzi. La pietosa pianticella, come se volesse commiserare le disgrazie altrui, esala al cielo un soave profumo che addolcisce un po' la desolazione di quel deserto. In questa amplissima composizione poetica (317 versi) si alternano rappresentazioni del paesaggio (dal Vesuvio a Mergellina e a Pompei), riflessioni sulla natura e sul suo rapporto con il mondo e con l'uomo, sferzanti accenti polemici rivolti al proprio tempo, velati riferimenti autobiografici e confluiscono, in una sintesi potente, le convinzioni di Leopardi sull'uomo, la Natura, i miti dell'Ottocento ed anche quell'atteggiamento combattivo, fondato sulla ferma accettazione del "vero" e del "depresso loco/che la sorte ci diè" che connota gli ultimi anni della vita e dell'opera del poeta. Già in passato le verità essenziali sulla natura umana furono, dice il poeta, "palesi al volgo": esse possono dunque tornare ad essere accettate e condivise da un'umanità che solo su tali fondamenti può ricostruire un "onesto e retto" vivere civile, ponendo fine all'insensata guerra che vede gli uni combattere gli altri, invece di unirsi per difendersi dalla natura sempre minacciosa. I milleottocento anni trascorsi dalla distruttrice eruzione del Vesuvio non hanno mutato in nulla la condizione dell'uomo, come allora indifeso e tremante di fronte ad ogni piccolo indizio dell'attività del vulcano. Sulle pendici riarse e desolate del Vesuvio solo una pianta riesce a vivere, la ginestra, flessibile e tenace: simbolo dell'uomo che sa accettare la verità sulla propria condizione e, su questa verità, può costruire la propria dignità.

Viale E.Leopardi

Viale E.Leopardi

Ettore Leopardi, conte di San Leopoldo (Recanati, 25 febbraio 1874 – Recanati, 22 maggio 1945) è stato un imprenditore e politico italiano. Pronipote di Giacomo Leopardi, proprietario di una grande azienda agricola, è stato consigliere comunale di Recanati, consigliere comunale e assessore a Falconara Marittima, consigliere provinciale e membro della deputazione provinciale di Macerata. Ha presieduto i consorzi agrario cooperativo e antitubercolare, entrambi con sede ad Ancona. Conte di San Leopardo e Nobile di Recanati nipote di Pierfrancesco, fratello del poeta Giacomo Leopardi. Sindaco di Falconara (1907) Il Conte Ettore Leopardi, fu ideatore, nel 1937 (anno del centenario della morte di Giacomo Leopardi), con suo fratello, il vescovo di Osimo Monalduzio, della proposta di edificare il Centro nazionale di Studi Leopardiani a Recanati. In seguito Ettore fu anche nominato direttore del Centro. Fu anche sindaco di Recanati, presidente della provincia di Ancona, Senatore del Regno d'Italia. Ettore studiò a Roma e a Spoleto, sposò la contessa Rosita dei Conti Carotti di Jesi. S’impegnò molto nel settore agricolo e ricoprì numerose cariche nella provincia di Macerata. Venne eletto sindaco di Recanati, fu presidente della Federazione Agricoltori di Ancona e fondatore della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Nel 1937, centenario della morte del poeta, con lo scopo di incrementare gli studi e la conoscenza di Giacomo, ideò e promosse la costituzione del Centro Studi Leopardiani. Ne fu il primo direttore. Nel 1939 fu nominato senatore.  

Viale Giacomo Matteotti

Viale Giacomo Matteotti

originariamente era la via di uscita da Porta del Duomo. Durante il fascismo dopo il delitto Matteotti una mano ignota scrisse sul muro che delimitava il parco di Villa Colloredo : VIVA MATTEOTTI, per un paio di giorni a Recanati di fatto fu imposto il coprifuoco per cercare di individuare chi fosse l'autore della scritta, non fu mai trovato, la scritta venne ovviamente cancellata ma rimase il ricordo di questo evento; nel dopoguerra in ricordo di questo la strada fu intitolata a Giacomo Matteotti" Figura simbolo dell'antifascismo e politico di idee socialiste, il suo nome è il settimo più ricorrente nella toponomastica d'Italia. Nato a Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, si avvicinò giovanissimo al socialismo, collaborando con il periodico "La lotta" e facendosi eleggere nel 1919 alla Camera in quota PSI. Esponente dell'area riformista legata a Filippo Turati, denunciò più volte in Parlamento le violenze dei fascisti, arrivando a parlare di brogli l'indomani delle elezioni politiche del 1924, che consegnarono la maggioranza assoluta al partito di Benito Mussolini. La risposta di quest'ultimo fu di ordinare l'assassinio di Matteotti, eseguito a Roma, il 10 giugno del 1924, da cinque membri della "polizia politica".(Fratta Polesine, 22 maggio 1885 – Roma, 10 giugno 1924) è stato un politico, giornalista e antifascista italiano, segretario del Partito Socialista Unitario, formazione nata da una scissione del Partito Socialista Italiano. Fu rapito e assassinato da una squadra fascista capeggiata da Amerigo Dumini, forse per volontà di Benito Mussolini, a causa delle sue denunce dei brogli elettorali attuati dalla nascente dittatura nelle elezioni del 6 aprile 1924, e delle sue indagini sulla corruzione del governo, in particolare nella vicenda delle tangenti della concessione petrolifera alla Sinclair Oil. Matteotti, nel giorno del suo omicidio (10 giugno) avrebbe dovuto infatti presentare un nuovo discorso alla Camera dei deputati - dopo quello sui brogli del 30 maggio - in cui avrebbe rivelato le sue scoperte riguardanti lo scandalo finanziario coinvolgente anche Arnaldo Mussolini, fratello del duce. Il corpo di Matteotti fu ritrovato circa due mesi dopo. Di formazione giuridica, si dedicò dal 1910 quasi esclusivamente all'attività politica nella corrente riformista del Partito socialista. Nel Polesine operò per la costituzione di camere del lavoro e cooperative e per l'incremento dell'attività socialista negli enti locali. Contrario all'intervento, nel dopoguerra consigliere provinciale a Rovigo e dirigente della Lega dei comuni socialisti, fu tra gli organizzatori delle lotte bracciantili per il collocamento e l'imponibile della manodopera. Venne eletto alla Camera nel 1919, 1921 e 1924; come parlamentare sostenne la riforma agraria e la polemica antiprotezionistica, mentre, testimone degli esordî dello squadrismo padano, maturava un antifascismo senza cedimenti. Dopo l'espulsione dei riformisti dal PSI e la nascita del Partito socialista unitario, nel 1922, fu eletto all'unanimità segretario della nuova formazione. Il 30 maggio 1924, alla riapertura della Camera, tenne il famoso discorso che denunciava le violenze e i brogli commessi dai fascisti nella recente campagna elettorale; aggredito e rapito il 10 giugno successivo da sicarî fascisti, il suo cadavere fu ritrovato due mesi più tardi. La sua morte, la cui responsabilità, quanto meno politica, era palesemente attribuibile al PNF e allo stesso Mussolini, provocò la grave crisi politico-parlamentare culminata nella secessione dell'Aventino e conclusasi con il discorso di Mussolini del 3 genn. 1925. I sicarî furono processati nel 1926, condannati a pene nominali e presto rilasciati; nuovamente processati nel 1947, furono condannati a pene più severe.

Viale J.F. Kennedy

Viale J.F. Kennedy

John Fitzgerald Kennedy, comunemente chiamato John F. Kennedy, John Kennedy o solo JFK, (Brooklin, 29 maggio 1917 – Dallas, 22 novembre 1963), è stato un politico statunitense, 35º presidente degli Stati Uniti d'America. Candidato del Partito Democratico, vinse le elezioni presidenziali del 1960 e succedette Dwight D. Eisenhower. Assunse la carica il 20 gennaio 1961 e la mantenne fino al suo assassinio, quando gli subentrò il vicepresidente Lyndon B. Johnson. Kennedy, di origine irlandese, noto anche con il diminutivo "Jack", è stato il primo presidente degli Stati Uniti d'America di religione cattolica. Fu anche il primo presidente statunitense a essere nato nel XX secolo e il più giovane a morire ricoprendo la carica (gli sopravvissero ben tre predecessori, Hoover, Truman ed Eisenhower). La sua breve presidenza, in epoca di guerra fredda, fu segnata da alcuni eventi molto rilevanti: la costruzione del muro di Berlino, la corsa alla Luna, la conquista dello spazio, lo sbarco nella Baia dei porci, la crisi dei missili di Cuba, gli antefatti della guerra del Vietnam e l'affermarsi del movimento per i diritti civili degli afroamericani. Kennedy fu assassinato il 22 novembre 1963 a Dallas, Texas. Lee Harvey Oswald fu accusato dell'omicidio e fu a sua volta ucciso, due giorni dopo, da Jack Ruby, prima che potesse essere processato. La Commissione Warren concluse che Oswald aveva agito da solo; tuttavia, nel 1979, la United States House Select Committee on Assassinations dichiarò che l'atto di Oswald era stato probabilmente frutto di una cospirazione. La questione se Oswald avesse o meno agito da solo rimane dibattuta, con l'esistenza di numerose teorie cospirazioniste. L'assassinio di Kennedy fu un evento focale nella storia degli Stati Uniti per l'impatto che ebbe sulla nazione e sulla politica del Paese. Ad oggi, la figura di Kennedy continua a ricevere stima e apprezzamento. Partecipa alla Seconda guerra mondiale come volontario; in marina, dopo essere stato ferito alla schiena, torna a Boston dove intraprende la carriera politica. Milita nel Partito Democratico come deputato e, successivamente, come senatore. Il suo discorso pronunciato in Senato nel 1957 appare particolarmente significativo: Kennedy critica l'appoggio che l'amministrazione Repubblicana offre al dominio coloniale francese in Algeria. Sulla base della sua linea di rinnovamento nei confronti dei "Paesi Nuovi", viene eletto presidente della Sottocommissione per l'Africa dalla commissione estera del Senato. Il 2 gennaio 1960, annuncia la sua decisione di concorrere alle elezioni presidenziali, scegliendo come suo vicepresidente Johnson; nel discorso di accettazione della candidatura enuncia la dottrina della "Nuova Frontiera". Come in passato, infatti, la Nuova Frontiera aveva indotto i pionieri ad estendere verso ovest i confini degli Stati Uniti, in modo da conquistare nuovi traguardi per la Democrazia Americana, ad esempio combattere il problema della disoccupazione, migliorare il sistema educativo e quello sanitario, tutelare gli anziani e i più deboli; infine, in politica estera, intervenire economicamente in favore dei Paesi sottosviluppati. In campagna elettorale, assume una posizione riformista e si assicura i voti dei cittadini di colore, oltre all'appoggio degli ambienti intellettuali: in novembre vince le elezioni, battendo il Repubblicano Nixon, anche se con un margine minimo di maggioranza. Al momento della sua investitura, avvenuta il 20 gennaio 1961 a Washington, annuncia la decisione di varare un programma Food For Peace e di stabilire una "Alleanza per il progresso" con i Paesi latino-americani. Alla fine di maggio parte per un importante viaggio in Europa, nel corso del quale incontra De Gaulle a Parigi, Krusciov a Vienna e Mac Millan a Londra. Al centro dei colloqui sono i rapporti di coesistenza tra USA e URSS, il disarmo, la questione di Berlino, la crisi del Laos, le relazioni politiche, economiche e militari tra gli Stati Uniti e gli alleati europei. Dopo le esplosioni nucleari sovietiche causate dal alcuni esperimenti, però, autorizza a sua volta la ripresa degli esperimenti nucleari. Sul piano della politica internazionale, l'obiettivo strategico di Kennedy nei confronti dell'Unione Sovietica è quello di un'intesa mondiale basata sulla supremazia delle due massime potenze, garanti della pace e della guerra. Per quanto riguarda l'America Latina, invece, il suo progetto consiste nell'emarginazione e nella liquidazione del Castrismo Cubano. Viene stipulata la "Alleanza per il progresso", cioè un grande programma finanziario offerto all'organizzazione collettiva degli Stati Sudamericani. Nella campagna elettorale per la presidenza, la questione dei neri aveva rivestito una grande importanza e il loro voto, confluito sulla scheda democratica, era stato decisivo per aprire al candidato della "Nuova Frontiera" le porte della Casa Bianca. Con l'andare del tempo, comunque, Kennedy non riesce a mantenere le sue promesse e in alcune zone del Paese si verificano delle vere e proprie discriminazioni razziali e gravi episodi di razzismo. I neri si ribellano e danno vita a grandi rivolte guidati da Martin Luther King. Duecentocinquantamila neri e bianchi, organizzati in un'imponente corteo, marciano su Washington per rivendicare i diritti legislativi ed appoggiare le decisioni di Kennedy. Il Presidente, comunque, pronuncia dei discorsi nei quali invita al rispetto e alla tolleranza tra bianchi e neri. La situazione sembra risolversi e decide di partire per un viaggio a Dallas, dove viene accolto con applausi e grida di incitamento, si leva soltanto qualche fischio. Improvvisamente, però, mentre saluta la folla dalla sua auto scoperta, viene assassinato a distanza con alcuni colpi di fucile. A tutt'oggi, malgrado sia stato arrestato l'esecutore materiale dell'assassinio (il tristemente noto Lee Oswald), nessuno sa ancora con precisione chi siano stati i suoi probabili mandanti occulti.

Viale Mattei

Viale Mattei

Enrico Mattei: Imprenditore, politico e dirigente pubblico nato ad Acqualagna, in provincia di Pesaro e Urbino. Puntò sull'energia per rilanciare lo sviluppo economico italiano e, nel 1953, fondò l’Eni partendo dalla riorganizzazione dell’Agip. Dopo alcuni lavori umili e un'esperienza di direttore del laboratorio di una conceria, si trasferì a Milano, dove a trent'anni, insieme alla sorella e al fratello, aprì la sua prima fabbrica: un piccolo laboratorio di oli emulsionanti per l'industria conciaria e tessile, con la quale riuscì a diventare fornitore delle Forze Armate. Nel 1934 fondò l'Industria Chimica Lombarda e, dopo la guerra, fu incaricato dallo Stato di liquidare le attività dell'Agip, creata nel 1926 dal regime fascista. Al contrario, preferì riorganizzare l'azienda che, con la nascita dell'ENI, ne divenne la struttura portante. Egli disattese le istruzioni del Governo perché profondamente convinto di dover garantire al Paese un'impresa energetica nazionale che fosse in grado di sostenere, a prezzi più contenuti, i bisogni delle famiglie e lo sviluppo della piccola e media impresa. Nel 1953 fondò l'Eni, dopo lunghe trattative tra chi sosteneva l'iniziativa privata e quanti volevano, invece, la presenza dello Stato per contrastare il monopolio di fornitura sull'Europa occidentale delle compagnie statunitensi. Dal 1957, Mattei aprì l’Eni all'energia nucleare e iniziarono i lavori per la costruzione della Centrale elettronucleare Latina, completata in soli quattro anni. Questa, che era la più grande d’Europa, pose l'Italia al terzo posto nel mondo, dietro agli USA e all’Inghilterra. Contemporaneamente lo stesso Mattei decise di creare, come costola dell'Eni, una società di ricerche minerarie al fine di garantirsi una fornitura diretta di uranio da giacimenti esistenti sul territorio italiano o estero. Il 27 ottobre 1962, Mattei morì, insieme a tutti gli occupanti, nell’esplosione dell’aereo sul quale stava viaggiando, proveniente da Catania e diretto a Linate. Le indagini che seguirono, condotte dall'Aeronautica militare italiana e dalla Procura di Pavia sull'ipotesi di attentato, furono archiviate per insussistenza di fatti. Solo nel 1997, queste furono riaperte e alcuni reperti analizzati con nuove tecnologie. Esami che portarono alla conclusione che l'aereo era stato dolosamente abbattuto, senza però poterne scoprire i responsabili.  

Viale Monte Bove

Viale Monte Bove

Il Monte Bove (2.169 mt) è situato nella parte centro-settentrionale della catena dei Monti Sibillini ( Visuale panoramica dal Monte Tabor e Colle dell’Infinito) È delimitato a nord dalla gola del torrente Ussita e con la Croce di Monte Bove, a sud si affaccia sulla vallata di Vallinfante e con il Monte Bicco e si collega con la linea di cresta del gruppo montuoso con il Passo Cattivo, ad est si affaccia sulla selvaggia Val di Panico e ad ovest sulla valle dell’Ussita e sulle frazioni del paese omonimo. I versanti nord ed est sono caratterizzati da grandi pareti rocciose, alte fino a 750 metri e larghe oltre 2 chilometri formate da calcare di tipo dolomitico, e interessanti dal punto di vista alpinistico seppur la qualità della roccia non sia delle migliori. Il massiccio del Bove ha due cime principali, la sud (2.169 metri) e la nord (2.112 metri ). Dal punto di vista geologico il massiccio del monte Bove è caratterizzato dalla presenza di calcare massiccio, sedimentatosi tra 210 e 180 milioni di anni fa (Trias superiore - Giurassico) dello spessore variabile tra seicento ed oltre ottocento metri, costituito per oltre il 50% da resti fossili di fauna e flora, sedimentato a profondità relativamente modeste sulla piattaforma carbonatica comune a tutto l'appennino centro-settentrionale. Il calcare massiccio è comune nel gruppo dei Sibillini da sud a nord (Vettore versante est, pizzo del Diavolo, scoglio dell'Aquila, Palazzo Borghese, Infernaccio, monte Bicco, val d'Ambro). L'esplorazione alpinistica del Bove inizia probabilmente con A. Maurizi intorno al 1930, ma si sviluppa realmente solo nel secondo dopoguerra; nel 1955 Alletto e Consiglio salgono l'imponente spigolo nord-est del Bove, alto 750 metri, e Moretti, Mainini e Perucci concludono la prima salita della parete est. Successivamente vengono aperti diversi itinerari sugli spalti della parete nord. Negli anni ottanta si sviluppa anche un certo interesse per le salite invernali. Il 1º aprile 1991 proprio sul monte Bove, a soli quarantaquattro anni e ancora nel pieno della sua attività alpinistica, il famoso alpinista Gian Carlo Grassi perde la vita dopo aver salito una cascata di ghiaccio, per il distacco di una cornice di neve.  

Viale Monte Conero

Viale Monte Conero

Il monte Cònero è un monte dell'Appennino umbro-marchigiano alto 572 m s.l.m. situato sulla costa del Mar Adriatico, nelle Marche. Fa parte della provincia di Ancona e in particolare dei comuni di Ancona e Sirolo. Costituisce il più importante promontorio italiano dell'Adriatico assieme a quello del Gargano ed ha le rupi marittime più alte di tutta la costa orientale italiana (più di 500 metri). Nonostante la sua limitata altitudine, merita appieno il nome di monte per l'aspetto maestoso che mostra a chi lo osserva dal mare, per i suoi sentieri alpestri, per gli strapiombi altissimi, per i vasti panorami e per le attività che vi si svolgono tipiche della montagna, come l'arrampicata libera. Il monte Conero, unico tratto di costa rocciosa calcarea da Trieste al Gargano, spezza la lineare e sabbiosa costa adriatica in due tratti con orientamento diverso, meritando per questa ragione l'appellativo di "gomito d'Italia", condiviso anche dalla città di Ancona. La parte costiera è quella che presenta i pendii più ripidi, mentre scende assai più dolcemente verso l'entroterra. Su questo lato, il monte presenta dei canaloni, alcuni dei quali percorribili negli itinerari del Parco. Il paesaggio spettacolare della costa alta è stato originato dalla millenaria azione erosiva delle onde; come tutte le coste alte, anche la riviera del Conero è infatti soggetta alle frane. La più nota è quella preistorica alla quale è dovuta la formazione di Portonovo. Da tutta la montagna marchigiana il Monte spicca nel panorama come una cupola color verde scuro che si spinge nel mare.  

Viale Nicola Badaloni

Viale Nicola Badaloni

(Recanati, 2 dicembre 1854 – Trecenta, 21 maggio 1945) è stato un politico italiano. Proveniente da una agiata famiglia borghese marchigiana, Nicola Badaloni si laurea nel 1877 all'Università di Napoli. Nel 1878 il consiglio comunale di Trecenta lo invitò ad assumere l'incarico di medico condotto, professione che lo portò a stretto contatto con la realtà e le condizioni sociali del Polesine. Proprio in quegli anni Luigi Masetti, diventato poi il famosissimo ciclo viaggiatore anarchico, cominciò a frequentarlo attratto dagli ideali di eguaglianza e libertà che Badaloni professava e che lo avrebbero accompagnato nelle centinaia di migliaia di chilometri percorsi in tutto il mondo in bici. Nicola Badaloni avvicinatosi ai democratici di ispirazione mazziniana che avevano nel Polesine la massima esponente in Jessie White Mario, collabora con lei sulle condizioni di vita dei braccianti. Poco dopo viene arrestato e subito rilasciato con l'accusa di aver fomentato la rivolta contadina del 1884 nota con il nome de La Boje. Due anni dopo, nel 1886, viene eletto in Parlamento per conto della coalizione democratica. Aderisce al Partito dei Lavoratori Italiani dopo il congresso di Genova del 1892 e nel 1893 organizza il partito a Trecenta, che aveva preso il nome di Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, in rapporto di amicizia e collaborazione con Andrea Costa, nel 1895 a Parma diventò poi Partito Socialista Italiano. Con Vittorio Gottardi e il Circolo socialista di Rovigo contribuisce decisamente alla propaganda delle idee di giustizia sociale in Polesine. Dopo la repressione del '98, con Gino Piva organizzerà le leghe di resistenza e il primo sciopero del Polesine. Socialista moderato, esce dal partito dopo il congresso di Reggio Emilia nel 1912. Nel 1913 si candida e riuscì eletto come indipendente nel collegio elettorale di Badia Polesine. Il Partito Socialista gli contrappose il direttore di Avanti!, Benito Mussolini. Dopo il conflitto mondiale si ritira dalla vita politica e si stabilisce definitivamente a Trecenta (Rovigo). Muore povero il 21 maggio 1945, appena in tempo per salutare la Liberazione dell'Italia dal nazi-fascismo. Pochi giorni prima della morte riceve la visita di Giancarlo Matteotti, figlio di Giacomo.  

Vicolo del Tabaccaio

Vicolo del Tabaccaio

La coltivazione del tabacco era iniziata nell’area Recanati, Macerata e Civitanova Marche, fin dalla fine del Settecento. Nel vicolo, a Castelnuovo vi era situato un probabile magazzino di raccolta e lavorazione delle foglie di tabacco.  

Vicolo del Teatro

Vicolo del Teatro

Vicolo che affianca il Teatro Persiani.  

Vicolo dell’Achilla

Vicolo dell’Achilla

L’Arco consiste in un edificio di particolare valore storico e la costruzione risale al 1350 con riferimento ai resti dell’ antico impianto del Castello dei Vulpiani, uno dei tre castelli da cui ha origine la città di Recanati.

Vicolo dell’Artigiano

Vicolo dell’Artigiano

La vasta zona dove venivano fatti con larga produzione i vasi in terracotta, che poi venivano imbarcati al porto, ha preso il nome di Cava Vasari, a Castelnuovo vi era la Porta dè li Vasari. Vi era anche una fabbrica di pettini d’osso. Pettini e vasi furono industrie fiorenti. Grande era il numero degli operai lavoratori che provenivano da diversi paesi e si stabilirono nel territorio di Recanati. Anche le donne si occupavano in questa produzione e nello stesso commercio.  

Vicolo Impiccolati

Vicolo Impiccolati

Il Vicolo degli Impiccolati, il cui nome sembra derivi dal fatto che per esso venivano fatti passare i condannati alla forca, che venivano giustiziati in un campo vicino alla Chiesa di San Francesco. Fu assegnato dal Comune di Recanati agli Ebrei, per abitarvi, in seguito all’ordine di Paolo IV, il quale li costrinse ad abitare separati dagli altri cittadini.

Vicolo Ospedale Vecchio

Vicolo Ospedale Vecchio

All’interno della città di Recanati, nel Medioevo, la fraternita dei Mercanti, di S. Giacomo, di S. Maria in Castelnuovo e di S. Lucia avevano Ospedali distinti. Fra essi quest’ultimo primeggiava per importanza. Nel 1540, per cura del Magistrato, fu ingrandito con l’unione e soppressione degli altri piccoli ospedali. Data l’importanza che l’Ospedale allora assumeva aveva annessa una chiesa detta di S. Lucia il cui portale è stato rovinato da un recente intervento.

Vicolo Percivalli

Vicolo Percivalli

Percivalli Gabriello è un poeta del XVI secolo. Le sue poesie furono riportate dal letterato Girolamo Ruscelli nel suo libro delle Imprese.

Vicolo San Michele

Vicolo San Michele

Il vicolo di S. Michele è uno degli angoli più suggestivi della città di Recanati. Esso fiancheggia il Teatro Persiani e mostra una veduta panoramica che va dai Monti Sibillini al Mare Adriatico. Il nome è riferito all’arcangelo Michele è ricordato per aver difeso la fede in Dio contro le orde di Satana. Michele, comandante delle milizie celesti, dapprima accanto a Lucifero (Satana) nel rappresentare la coppia angelica, si separa poi da Satana e dagli angeli che operano la scissione da Dio, rimanendo invece fedele a Lui, mentre Satana e le sue schiere precipitano negli Inferi. Nel calendario liturgico cattolico si festeggia come "San Michele Arcangelo" il 29 settembre, con San Gabriele Arcangelo e San Raffaele Arcangelo. La Chiesa di San Michele era detta anticamente Chiesa di San Michele in Ponticello, da un ponte che poteva essere la congiunzione degli estremi di una valletta nell’area della chiesa. E’ una delle più antiche di Recanati, esisteva già nell’anno 1234. Nel 1650 circa con Bolla di Innocenzo XII è unita come parrocchia alla Chiesa di San Flaviano. Nel 1783 viene restaurata su disegno di Carlo Orazio Leopardi.  

Vicolo Sant’Ubaldo

Vicolo Sant’Ubaldo

Chiesa Sant’Ubaldo a Castelnuovo Patrono di Gubbio  

Vicolo Sebastiani

Vicolo Sebastiani

Sebastiano Sebastiani (Camerino, ... – Recanati, 1626) è stato uno scultore e fonditore italiano. Nato a Camerino e formatosi nella bottega dei fratelli Lombardi (Girolamo Lombardi) a Recanati, Sebastiano Sebastiani collaborò con diversi fonditori recanatesi che spesso stringevano patti per far fronte alle commissioni, tanto che spesso le opere di questi scultori risultano un lavoro di équipe difficilmente attribuibile ad uno solo di essi. Curò il processo di fusione del bronzo per il monumento a Papa Paolo V Borghese di Nicolas Cordier detto il Franciosino voluto dal comune di Rimini portandolo a compimento quando questi morì nel 1612. Nella prima metà degli anni '20 lavorò ad alcune fusioni di busti del giovane Gianlorenzo Bernini, che più tardi avrebbe assegnato importanti incarichi fusori al figlio di Sebastiano, Cesare [1] Madonna del pianto (1612), Fermo Papa Paolo V Borghese (1612), (ne curò la fusione) Rimini Porta Monumentale lato Sud (ne curò la fusione) Basilica, Loreto Madonna di San Giovanni (1620), Ripatransone

Vicolo Verzelli

Vicolo Verzelli

Tiburzio Verzelli da Camerino (1555-1610), scultore e gettatore di metalli (fusioni), discepolo di Antonio Calcagni. Vergèlli (o Vercèlli, o Verzèlli), Tiburzio. - Scultore in bronzo (Camerino 1555 - Lo reto 1610). Si formò con Girolamo Lombardo; fu poi aiuto del figlio di questo, Antonio, e di A. Calcagni nel vivace cantiere del santuario della Santa Casa di Loreto, dove realizzò, tra l'altro, i rilievi della porta sinistra della facciata (1596) e il fonte battesimale (1600-07, in collaborazione con altri). È autore della statua di Sisto V (1587) nella piazza Cavour a Camerino.

Vòlto del Cenciaro

Vòlto del Cenciaro

(arco del…) – una delle lavorazioni di un qualche rilievo ai primi dell’ottocento era quella delle “coperte di lenzi o stracci” come scrive il governatore Antonio Mazzanti nel 1824 – nel palazzo contiguo abitava il maggior commerciante di tele e altri tessuti che venivano lavorati a domicilio quindi anche di quelli prodotti riutilizzando stracci o cenci e quasi sicuramente quello era il suo soprannome.