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La ginestra o Il fiore del deserto è la penultima lirica di Giacomo Leopardi, scritta nella primavera del 1836 a Torre del Greco nella villa Ferrigni e pubblicata postuma nell'edizione dei Canti nel 1845. Il poema conclude (insieme a Il tramonto della luna) il suo complesso percorso poetico, tanto da essere considerato il testamento spirituale di Leopardi. Esso fa parte di quella che è stata definita dalla critica più recente la poetica anti-idillica dell'ultimo periodo leopardiano. Canzone libera di sette strofe di endecasillabi e settenari, dove ogni strofa viene chiusa da un endecasillabo, con qualche rima nel mezzo e in fine di verso. Sotto il titolo il poeta riporta una citazione evangelica che, come commenta Carlo Salinari, "ha valore ironico contro lo spiritualismo e il vacuo ottimismo". A parere della critica è tra i più complessi dei canti leopardiani, L. vuole trasmettere un messaggio di solidarietà umana e, al di là del suo pessimismo, volgere lo sguardo verso l'avvenire. L. inizia la poesia con la descrizione di un paesaggio desolato, quello del Vesuvio, rallegrato solamente dall'"odorata ginestra " e contempla in modo doloroso la potenza di un fenomeno della natura come l'eruzione di un vulcano, ne analizza tutti gli effetti di distruzione confermando la precarietà della condizione umana ma anche, come scrive Alberto Asor Rosa, affermando " con estrema forza il valore morale di un comportamento che non s'illude di trovare a questa infelicità un risarcimento spirituale ma nella resistenza disillusa e pur fiera alle avversità della natura crede di assolvere al compito naturale assegnato alla ragione dell'uomo e su questa matura consapevolezza, senza speranza alcuna ma anche senza vigliaccheria, fonda il rapporto uomo-natura, che è ormai un rapporto antagonistico e agonistico, di lotta reciproca e senza cedimenti. Non solo: la individuazione della natura come nemica fondamentale di tutti gli uomini porta persino a intravedere la possibilità che quella resistenza sia comune, cioè comporti un'idea di 'confederazione' fra gli uomini". Il paesaggio descritto da Leopardi in questa lirica colpisce per lo scheletrico squallore e per la solitudine: il deserto non è rallegrato da alcuna pianta e da alcun fiore ad eccezione dell'odorosa ginestra, che cresce persino nelle zone desertiche spargendo qua e là i propri cespi. Il poeta ricorda di aver visto la ginestra abbellire con i suoi steli le campagne nei dintorni di Roma, città che fu "donna de' mortali un tempo" (ovvero dominatrice dei popoli); ora i cespi, con il loro aspetto cupo e silenzioso testimoniano al visitatore la gloria dell'antico, e per sempre tramontato, impero romano. Come nei dintorni di Roma, così anche sul suolo vulcanico la ginestra si rivela agli occhi del poeta fiore innamorato dei luoghi tristi e abbandonati dagli uomini, comportandosi come una compagna fedele di sorti infelici. I luoghi nei quali cresce il fiore gentile (gentile perché disposto ad abbellire con la sua presenza posti così solitari) sono tutti cosparsi di cenere infeconda, al contrario di un tempo, nel quale i campi erano fertili e ricchi di pascoli e dove sorgevano giardini e palazzi. La pietosa pianticella, come se volesse commiserare le disgrazie altrui, esala al cielo un soave profumo che addolcisce un po' la desolazione di quel deserto. In questa amplissima composizione poetica (317 versi) si alternano rappresentazioni del paesaggio (dal Vesuvio a Mergellina e a Pompei), riflessioni sulla natura e sul suo rapporto con il mondo e con l'uomo, sferzanti accenti polemici rivolti al proprio tempo, velati riferimenti autobiografici e confluiscono, in una sintesi potente, le convinzioni di Leopardi sull'uomo, la Natura, i miti dell'Ottocento ed anche quell'atteggiamento combattivo, fondato sulla ferma accettazione del "vero" e del "depresso loco/che la sorte ci diè" che connota gli ultimi anni della vita e dell'opera del poeta. Già in passato le verità essenziali sulla natura umana furono, dice il poeta, "palesi al volgo": esse possono dunque tornare ad essere accettate e condivise da un'umanità che solo su tali fondamenti può ricostruire un "onesto e retto" vivere civile, ponendo fine all'insensata guerra che vede gli uni combattere gli altri, invece di unirsi per difendersi dalla natura sempre minacciosa. I milleottocento anni trascorsi dalla distruttrice eruzione del Vesuvio non hanno mutato in nulla la condizione dell'uomo, come allora indifeso e tremante di fronte ad ogni piccolo indizio dell'attività del vulcano. Sulle pendici riarse e desolate del Vesuvio solo una pianta riesce a vivere, la ginestra, flessibile e tenace: simbolo dell'uomo che sa accettare la verità sulla propria condizione e, su questa verità, può costruire la propria dignità.