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è stato un politico e patriota italiano fu un ardente repubblicano. Volontario nel 1859 e nel 1860 con la spedizione Medici, partecipò all'assalto di Milazzo del 20 luglio. All'inizio del 1882 venne condannato in Roma a sei mesi di carcere per motivi politici, ed esulò allora a Lugano. Nell'ottobre dello stesso anno fu eletto deputato con la Consociazione democratica nel collegio di Macerata con 2.484 voti . Si presentò alla seduta parlamentare del 30 novembre 1882 presentando il suo noto: non giuro. In seguito a questa sfida, per evitare l'arresto dovette immediatamente tornare a Lugano ove visse parecchio tempo. FALLERONI, Giovanni. - Nacque a Loreto (prov. di Ancona) il 27 dic. 1837, figlio di Francesco e di Tarsilla Bocci. Studiò filosofia a Recanati, dove risiedeva con la famiglia; nel 1854 si iscrisse alla facoltà di medicina di Macerata, completando gli studi a Bologna. Nella primavera del 1859 il F. e il fratello Lorenzo, seguendo le istruzioni diramate dalla Società nazionale italiana, partirono per arruolarsi come volontari nell'esercito del Regno di Sardegna. A Torino, passata la visita di leva, il F. entrava il 4 giugno nel corpo dei bersaglieri. Inviato al deposito di Cuneo, venne incorporato nell'XI battaglione, appena costituito. Dopo Villafranca, il 28 luglio il gen. A. Ferrero della Marmora comunicava, con una circolare, che i volontari non appartenenti alle province lombarde potevano chiedere il congedo. Nel mese di agosto il F. si recava a Bologna, dove alla fine settembre si arruolava nuovamente, questa volta nel XXIV battaglione bersaglieri, che faceva parte dell'esercito della Lega dell'Italia centrale. Il 1° ottobre ebbe il grado di caporale. Abbandonato l'esercito nel maggio del 1860, raggiungeva in Sicilia Garibaldi, aggregandosi alla brigata Medici appena in tempo per prendere parte all'assalto di Milazzo del 20 luglio. Il 25 entrava a Messina con la 17a divisione (la brigata era diventata divisione il 19 luglio). Il 20 settembre, con il battaglione Cattabene, prese parte allo scontro di Caiazzo tra garibaldini e borbonici. Nella ritirata fu ferito ad una mandibola e portato prigioniero a Capua. Liberata la città il 2 novembre, il F. chiese il congedo appena emanato il decreto governativo dell'11 novembre sui volontari dell'esercito meridionale. Nel 1861 fu nominato medico condotto a Recanati. L'anno seguente gli moriva il padre e toccò a lui, insieme con la madre, assumere il peso del mantenimento dei due fratelli e delle cinque sorelle. Operò nelle condotte mediche di Preggio, di Tuoro e di Cannara, tutte in provincia di Perugia, finché, nel 1872, fu richiamato a Recanati con un aumento di stipendio. Nel 1873 prese a Napoli la specializzazione in chirurgia, che gli consentì di essere nominato interino nella condotta chirurgica di Porto Recanati. Successivamente, per motivi politici, abbandonò la condotta. Tornato a Tuoro come medico chirurgo nel 1878, si inserì nel dibattito acceso dai progetti di prosciugamento del lago Trasimeno, sostenendo le ragioni a favore dell'iniziativa che, a suo dire, avrebbe migliorato le condizioni di salute della popolazione locale. Entrato in polemica col sindaco di Tuoro G. Pompili, contro di lui pubblicò a Recanati nel 1879 l'opuscolo Sullo scritto "Osservazioni e schiarimenti intorno al consorzio per il lago Trasimeno" di Guido Pompili. Lo scontro si concluse con un duello e con il licenziamento del F. da parte del Comune. Iniziato in massoneria fin dal 1864, repubblicano e anticlericale, collaboratore dal 1879 del periodico L'Educatore di Macerata, espressione dell'opposizione democratico-repubblicana, giunto a Roma nel 1880 ebbe modo di intensificare la sua attività politica collaborando al quotidiano La Lega della democrazia ed entrando a far parte del Circolo repubblicano e di quello intestato a M. Quadrio. Alla fine del 1881 fu denunciato per aver distribuito ed affisso nella notte del 17-18 novembre stampati antimonarchici in risposta al viaggio ufficiale che Umberto I aveva compiuto a Vienna in ottobre. Condannato dal tribunale di Roma il 17 genn. 1882 a sei mesi di carcere e a 500 lire di multa, la sentenza fu riconfermata in appello il 31 marzo 1882. Per evitare il carcere si rifugiò a Lugano, rifiutandosi di domandare la grazia da lui giudicata "una delle più grandi e più odiose ingiustizie" (Morlacchi, p. 15).