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(Recanati, 23 sett. 1866 - Bologna, 9 sett. 1935) Rapida, brillante la carriera di MARIANO LUIGI PATRIZI. Nato povero, presto orfano del padre, con l’aiuto del Municipio natale e di qualche concittadino ch’Egli compensa con la serietà e la buona volontà negli studi, giunge a conseguire il 9 luglio 1890, a Roma, la laurea in Medicina e Chirurgia: relatore ne è il fisiologo-filosofo Jacopo Moloschotto. L’autunno dello stesso anno, si reca a Torino, assistente di Angelo Mosso, e diviene ben presto un prediletto del Maestro: vi rimane fino al 1895 e in questo periodo ha modo di conoscere ed entrare in dimestichezza con Cesare Lombroso; ivi ottiene per titoli la docenza in Fisiologia, a quattro anni dalla laurea. L’anno seguente insegna a Ferrara, nel 1896 è a Sassari, donde nel 1898 viene trasferito all’Università di Modena e quivi rimane per lungo tempo, fino al 1924, quando la Facoltà medico-chirurgica di Bologna lo chiama alla cattedra che l’Albertoni lascia per limiti di età. Solo per tre anni (dal 1910 al 1912) si allontana da Modena per insegnare a Torino, primo successore di Cesare Lombroso, Antropologia criminale; del resto non lo toglie a Modena l’essere dichiarato primo nel concorso di Psicologia sperimentale a Napoli, come più tardi non lascerà Bologna per Roma donde riceverà inviti e pressioni ad occupare la cattedra dello stesso nome. Jacopo Moleschott, Angelo Mosso, Cesare Lombroso: appositamente ho ricordato i loro nomi, in quanto più d'ogni altro hanno contribuito alla formazione della mente e all’indirizzo scientifico del Patrizi. Dal primo, cui doveva più tardi stringersi in vincoli di parentela, deriva la concezione naturalistica della vita; dal Fisiologo torinese, da Lui amato come padre, riceve l’indirizzo verso quell’insieme di indagini che principalmente formeranno la sua attività scientifica; dalla consuetudine coll’antropologo, con Lombroso, è spinto alla ricerca psico-fisiologica dove combatterà le più ardue battaglie. Da tutti e tre ha l’esempio di rigida onestà, di fermezza di carattere pur nel doveroso ossequio delle opinioni dégli altri, di vita attiva e dedicata al bene della collettività. Non si erra infatti affermando che molta parte della sua opera di fisiologo è rivolta a vantaggio della società. «Far della scienza della vita la scienza per la vita», secondo quanto aveva sentito ripetutamente insegnare dal Mosso, è certo uno dei principi che Lo guidano. Alle ricerche sulla meccanica e sulla fatica muscolare comincia a dedicarsi già nel Laboratorio di Torino, e in esse continua via via fino agli ultimi suoi anni, raggiungendo notevoli perfezionamenti nei metodi per scrivere la contrazione dei muscoli dell’uomo e degli animali, ed insieme importanti risultati sperimentali. Parallelamente a queste ricerche introduce il metodo grafico nella psicotecnica, recando indubbiamente grandi vantaggi allo studio del lavoro cerebrale, della fatica mentale, e, per conseguenza, offrendo nuove e preziose possibilità per indagare e giudicare prontezza ed esauribilità dei centri nervosi, attitudini al lavoro. Accanto a tale opera, quasi ponte di passaggio alle ricerche e teorie in tema di psicofisiologia, stanno le molte ed insistenti prove sperimentali sul potere inibitore dei centri nervosi superiori sugli inferiori, ch’Egli saggia principalmente misurando col metodo pietismografico le reazioni vasomotorie a stimoli di diverso genere. Appunto sulla minore o maggior facoltà del cervello di esercitare il suo potere inibitore sui centri sottoposti, ch’Egli ritiene ottima prova di psicotecnica da non trascurarsi mai nell’esame di candidati a funzioni che richiedano prontezza e costanza del lavoro cortico-cerebrale; appunto su questa facoltà e sull’inscindibilità funzionale dell’arco diastaltico (il suo «neuromione»), Egli costruisce la teoria fisiologica della monogenesi del delitto, secondo la quale scompare ogni differenza fondamentale tra «delinquente nato» e «delinquente di occasione», potendosi e dovendosi sempre ricondurre la causa essenziale del crimine al mancato freno della sfera psichica superiore sull’azione «istintiva». Sempre come psico-fisiologo dice la sua parola nella questione tanto dibattuta del genio, sostenendo che troppi e disparati fattori possono intervenire nella formazione di un uomo geniale, perchè si possa pensare al genio come ad un'unità psicologica. E valendosi della sua non comune conoscenza in arte e letteratura, si dedica allo studio di tre uomini di genio, ricercando le cause della loro opera caratteristica nelle loro particolari condizioni fisico-psichiche: Giacomo Leopardi, il sommo poeta del dolore, come il dolore universale; Michedangiolo da Caravaggio, il grande e turbolento pittore del Seicento; Leon Battista Alberti, il poderoso limpido architetto e umanista, sono i soggetti da Lui scelti a sostegno della sua tesi, provocando polemiche anche aspre con critici dell’arte e delle lettere, i quali spesso soffrono malvolentieri questo studioso che con concetti e linguaggio nuovi ardisce intromettersi nelle loro discussioni. Questa per sommi capi, nel breve spazio consentitomi, è l’opera varia del fisiologo che meritatamente fu chiamato alla successione dell’Albertoni. Certo per altro sarebbe colpevole manchevolezza non ricordare che Egli non restrinse la sua attività alla fisiologia sociale, alla psicotecnica, alla psicofisiologia, ma volentieri si allargò a ricercare su altre funzioni dell’organismo animale; anche nella più costretta rievocazione della sua operosità, si debbono rammemorare, almeno per i soli titoli, i suoi lavori sugli animali iberanti, sulla propagazione dell’onda pulsatile nel sonno, sulla natura della sospensione respiratoria di Traube, sull’ormone vagale di Loewi; e specialmente la chiara dimostrazione dell’atonia dei muscoli omolaterali nel cane emiscerebellato, e le sue argomentazioni contro le localizzazioni cerebrali, degne di essere considerate attentamente anche da chi sostenga la tesi opposta. Infine va ricordato che alla sua attività come storico della medicina, dobbiamo la rivendicazione a Francesco Maria Grimaldi della scoperta del suono muscolare; la riesumazione di quelle due pagine manoscritte dove Luigi Galvani descrive per primo un fenomeno di inibizione nell’organismo animale, quando osserva l’arrestarsi del cuore per puntura della «spinal midolla» nella rana; pregevoli studi e discorsi su Lazzaro Spallanzani e su Giovanni Alfonso Borelli. Ingegno acuto e pronto, vivace e versatile, carattere combattivo e talvolta un po’ sdegnoso, personalità inconfondibile; uomo colto, eccellente intenditore di lettere e di arti oltre che biologo, scrittore ed oratore pulito ed elegantissimo; Egli ci riporta colla mente a quel magnifico fiorire in terra nostra di «individui» che fu il Rinascimento. Che se Egli con passione di conterraneo tanto diffusamente scrisse e parlò di Leopardi; se con passione di ricercatore si attardò a scrutare nell’opera e nell’anima torbida del Caravaggio; forse con maggiore, se pur inconfessata, predilezione si era accinto a trattare dell’uomo del Quattrocento, di Leon Battista Alberti, il genio dall’attività multiforme, l’umanista sereno, forte di mente e di corpo, ch’Egli teneva davanti come il miglior esempio di vita umana. M. CAMIS Patrizi Mariano Luigi (1866-1935) Illustre fisiologo, professore nelle Università di Ferrara, Sassari, Modena, Bologna. Tenne anche la cattedrali antropologia a Torino. Grande la sua attività scientifica; classici i suoi studi sulla fisiologia del lavoro. Scrittore forbissimo, elegante ed affascinante oratore; uno degli ingegni più colti e più profondi lo definì Cesare Lombroso.